Giovedi, 17 Maggio 2012

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Inquinamento

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Taranto, gravissimo rischio inquinamento da idrocarburi

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La redazione IDV
“L'ennesimo incidente con lo sversamento in mare di 20 tonnellate di idrocarburi, in una zona peraltro fra le più inquinate d'Europa, pone interrogativi urgenti sulla gestione delle emergenze, sui controlli e sulla sicurezza della navigazione nelle nostre acque territoriali”. Lo ha dichiarato Stefano Pedica, Vice presidente della Commissione Affari Europei e componente della Commissione Affari Esteri al Senato, annunciando un'interrogazione parlamentare in proposito.

“La convenzione di Barcellona promossa dall'Onu per la salvaguardia del Mediterraneo ha articolato in diversi protocolli la propria azione. Uno di questi, firmato a Malta nel gennaio 2002, non è mai stato ratificato dal nostro Paese e riguarda proprio le procedure, i controlli, le azioni in caso di emergenza. Il protocollo  – ha continuato Pedica – è stato ratificato ed entrato in vigore anche, fra gli altri Paesi, in Montenegro, Marocco, Francia, Spagna e Grecia. Perché solo in Italia un ritardo di più di dieci anni? Perché l'Italia si ostina a non ratificare e dare valore di legge ad accordi internazionali fondamentali per la salvaguardia della salute e dell'ambiente? Chiederò di calendarizzare subito il provvedimento di ratifica, ma si deve andare a fondo sulle responsabilità di questi ritardi. E' poi inammissibile che la zona di Taranto, già pesantemente interessata da un livello d'inquinamento che non ha pari in Europa, non sia attentamente controllata e monitorata, visto anche il consistente traffico marittimo che per ragioni industriali fa capo al porto ionico”, ha concluso Pedica.

Nave Costa. Da governo informativa insoddisfacente (Video)

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La redazione IDV
“L’informativa a più voci sulla tragica vicenda della nave Concordia a nostro avviso non ha chiarito pienamente le azioni e le iniziative che il governo intende mettere in atto per evitare che in futuro accadano tragedie simili e soprattutto per prevenire le terribili ricadute sull’ambiente”. Lo ha dichiarato l’onorevole Antonio Palagiano, deputato di Italia dei Valori che, sulla vicenda, ha presentato oggi un’interpellanza urgente al ministro Clini.

“Ho presentato un’interpellanza urgente al ministro dell’Ambiente per sapere quali azioni il governo intenda mettere in atto per fronteggiare l’emergenza e il disastro ambientale che potrebbe scaturire dalla fuoriuscita delle tonnellate di gasolio presenti nei serbatoi della nave Concordia. Ma soprattutto per sapere di quali mezzi, al momento, l’Italia dispone per far fronte a un’emergenza ambientale come questa. Ho chiesto al ministro – ha proseguito Palagiano - se non ritenga prioritario rivedere i limiti alla navigazione marittima, troppo spesso più attenta alle esigenze turistiche che alla tutela del patrimonio naturale e ambientale del nostro Paese. Altresì ho chiesto se non ritenga opportuno attivarsi affinché siano predisposti, lungo gli otto mila chilometri della nostra costa, dei presidi di disinquinamento con imbarcazioni adatte e barriere di contenimento pronte all’uso. Ancora, ho chiesto al Governo di prevedere un piano che possa escludere le grandi navi, e quelle con carichi pericolosi, dalle rotte considerate più a rischio, tra cui quelle che interessano aree ad altissimo valore naturale, arcipelaghi, o addirittura le stesse ‘aree urbane’ come nel caso della laguna di Venezia”.

“Purtroppo – ha concluso Palagiano - l’errore, il dolo, la stupidità dell’essere umano sono sempre esistiti, esisteranno sempre e sono inevitabili, nostro malgrado. Ma sono le conseguenze che dovevano e che dovrebbero essere, invece, previste ed evitate”.

Piattaforme. Mozione IdV per bloccare autorizzazioni

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La redazione IDV
Il numero crescente di autorizzazioni che il Ministero dello Sviluppo sta rilasciando a compagnie petrolifere multinazionali per realizzare piattaforme petrolifere nel mediterraneo sta mettendo a rischio l'ecosistema dei nostri mari e l'economia di pesca. Gli idrocarburi sono altamente cancerogeni per l'uomo e fortemente inquinanti per l'ambiente. Una volta in mare entrano nella catena alimentare. L'esperienza non ha insegnato nulla. La devastazione provocata in Louisiana dallo sversamento di petrolio da parte della British Petroleumha provocato danni incalcolabili. Ma di incidenti alle piattaforme se ne contano a decine ormai, anche negli ultimi mesi nei mari francesi e in quelli scozzesi. Anche se si parla poco!

Noi dell'Italia dei Valori insieme a tutti i gruppi parlamentari, primo firmatario Antonio Di Pietro, abbiamo presentato una mozione parlamentare che a breve sarà discussa alla Camera, con cui si chiede al governo di revocare le autorizzazioni concesse per l'installazione di piattaforme petrolifere e comunque di considerare vincolante il parere delle regioni nel procedimento autorizzativo. L'attività di prospezione in Adriatico da parte della società petrolifera londinese Northern Petroleum, che proprio pochi giorni addietro ha svolto attività di prospezione preliminare all'installazione di future piattaforme, ha destato profondo allarme sociale tra i comuni interessati da anni impegnati nel rilancio turistico. C'è in Puglia in modo particolare una grande mobilitazione di società civile, partiti ed enti territoriali che insieme stanno tentando di fermare uno scempio senza precedenti. Dobbiamo ascoltare la loro voce!

La   normativa vigente purtroppo non prevede il coinvolgimento delle istituzioni locali e regionali per le autorizzazioni all'installazione di piattaforme petrolifere off shore, una cosa assolutamente irragionevole. Abbiamo quindi chiesto al Governo di impegnarsi al fine di rendere vincolante il parere delle regioni interessate e bloccare con urgenza lo svolgimento di attività di ricerca ed estrazione attualmentein fase di svolgimento. Il 21 gennaio prossimo a Monopoli ci sarà una grande manifestazione regionale che vede coinvolta la Regione Puglia, i comuni pugliesi e i movimenti ambientalisti. L'Italia dei Valori sarà presente per sostenere una giusta battaglia. E' inaccettabile che si sacrifichino le nostre risorse come territorio e mare per il profitto del petrolio. Parteciperemo alla manifestazione anche per dire al governo che il nostro paese non può più investire nel petrolio ma deve investire nelle fonti energetiche pulite e nelle rinnovabili.

On. Pierfelice Zazzera

Nucleare, non facciamoci del male

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La redazione IDV

L'entità del disastro giapponese è ancora tutta da stabilire e risulta comprensibile il riserbo delle autorità locali per evitare che si propaghi il panico nella popolazione. Enfatizzare gli eventi non serve a nessuno, tuttavia il numero delle persone evacuate  (si parla di oltre 150 mila abitanti) e l'ampiezza dei territori interessati offre un'idea chiara delle potenzialità distruttive e non arginabili di un incidente nucleare anche di media o medio alta classificazione.

Gli eventi giapponesi sono stati provvisoriamente classificati di livello 4 su una scala da 0 a 7  ma questa valutazione sembra molto ottimistica dopo la parziale fusione delle barre presenti nella centrale di Fukushima, con conseguenze assolutamente imprevedibili e comunque distruttive.

E se l'incidente fosse di livello 5 o superiore? Si capisce da queste circostanze quanto sia importante per le popolazioni coinvolte da sciagure nucleari avere strumenti di verifica e di informazione su ciò che succede dentro una centrale, per impedire che gli interessi delle società di gestione, approfittando della condizione di segretezza degli impianti, nascondano la reale entità dei danni.

Di certo gli incidenti giapponesi avranno effetti disastrosi non solo nell'immediato ma soprattutto nel medio e lungo periodo, dovuti all'esposizione a sostanze radioattive contaminanti che ricadranno su territori molto vasti, con conseguenze gravi sulla salute dei cittadini e sulla contaminazione degli alimenti. Tra gli effetti  più temuti c'è  l'innalzamento dell’incidenza di tumori a carico della tiroide, delle ossa e dell'apparato gastrointestinale e un aumento di leucemie infantili.

Ancora: viene ampiamente confermato che con i siti nucleari non esistono limiti di sicurezza garantiti. Le centrali lesionate non erano di recente costruzione ma rispettavano ampiamente gli standard di sicurezza imposti dall'Iaea, anzi, erano progettate per resistere ad un evento sismico del livello di 8,5 punti della scala Richter.

E' falso, perciò, dire che l'incidente dipenderebbe dalla tecnologia usata così come è sbagliato sostenere che le centrali previste in l'Italia (di tipo Pwr di 3°generazione plus) non avrebbero subito danni esposte alla medesima sorte. Le centrali che il nostro governo intenderebbe far costruire sono progettate per resistere a un evento sismico fino al grado 7,1 della scala Richter. Tra il 7,1 e l'8,5 registrato in Giappone c'è una differenza di scala superiore a 175 e ciò significa che l'evento nipponico è stato 175 volte più energico di quello massimo compatibile con le centrali francesi di prossima realizzazione in Italia.

Qualcuno sostiene che in Italia non si realizzeranno mai eventi sismici come quelli giapponesi, basandosi sulla statistica degli eventi italiani che ne situa una decina tra il grado 7 e il grado 7,5 della scala Richter e non oltre, anche se alcuni di essi, come il terremoto di Messina, furono accompagnati da maremoti (tsunami) con onde alte fino a 15 metri.

Dietro questa pia speranza, però, si nasconde una vergognosa verità: se le centrali italiane fossero progettate per resistere ad eventi sismici 175 volte più energici i costi di costruzione salirebbero ben oltre ogni convenienza economica. Si spera, dunque, nella buona sorte per garantirsi margini di guadagno accettabili, mettendo a repentaglio un intero Paese.

A questo punto speriamo che Veronesi imponga quantomeno una completa riprogettazione delle centrali Pwr Areva prima di farci appioppare dai cugini francesi le loro quattro pentole a pressione nucleare, da collocare in un paese tra i più sismici d'Europa.

Al di là delle speranze è bene mettere in luce quattro questioni essenziali:

1. Gli standard di sicurezza, dopo gli eventi giapponesi, devono essere completamente rivisti e innalzati.

2. Sono le stesse procedure d'emergenza che obbligano i gestori dell'impianto a determinare consistenti diffusioni di gas radioattivi e acqua contaminata, con conseguenze gravissime per la salute umana e l'ambiente. L'installazione di una centrale nucleare comporta dunque un rischio inevitabile di immediato, lungo e lunghissimo periodo, rischio che si vorrebbe rendere statisticamente basso ma che non è eliminabile e che potrebbe portare alla desertificazione radioattiva di interi territori fortemente antropizzati.

3. Una centrale danneggiata, come quella di Fukushima, è irrecuperabile, come dimostra l'uso di acqua di mare per raffreddare il nocciolo: in un attimo si dissolvono in una nube radioattiva i 7/8 miliardi di euro che costa una centrale di quelle previste in Italia (costo al quale si avvicinano le due centrali di terza generazione plus che Areva sta costruendo in Francia e in Finlandia, ben superiori ai 3,5 miliardi che governo italiano ed Enel ripetono ostinatamente).

4. Non esistono siti “sicuri” ma solo siti con diversa probabilità di incidente grave, come causa del quale non è trascurabile anche quella dell'attacco o del sabotaggio terroristico.

Chiudiamo con un'ultima considerazione: per sostenere il consumo energetico dell'Italia servono oggi circa 50 mila megawatt (50 milioni di chilowatt) di potenza elettrica istallata. In Italia ne sono istallati quasi cento mila, cioè il doppio. Perché, allora, importiamo energia elettrica dalla Francia?

Per un puro calcolo economico: le centrali atomiche francesi di notte non possono essere “spente” e questo produce un esubero di energia elettrica che la Francia è costretta a svendere a prezzi più bassi di quelli di produzione di molti dei nostri impianti. In altre parole comprare l'energia elettrica di notte dalla Francia è più conveniente che produrla nelle nostre centrali.

Con il nucleare italiano, che costerà molto di più di quanto promesso, non metteremo fuori produzione l'energia francese, che almeno di notte continueremo ad acquistare, ma altri impianti già operanti in Italia. Un autentico capolavoro di autolesionismo.

Paolo Brutti

Smog, la negligenza del governo ci costerà almeno 700 milioni

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La redazione IDV

Per gli automobilisti di molte città italiane si prospettano nuove domeniche con il divieto di circolazione. I dati sulle sostanze inquinanti presenti nell'aria, infatti, sono sempre più allarmanti e la salute dei cittadini sempre più a rischio. Milano è, insieme con Roma, una delle città più colpite dal fenomeno. Dall'inizio dell'anno, nel capoluogo lombardo, solo in due giorni sono stati registrati valori di Pm10 al di sotto del limite consentito (50 microgrammi per metro cubo). Anche giovedì le centraline dell'Arpa hanno segnalato sforamenti. Si tratta del 39esimo giorno dal primo gennaio, 4 oltre il bonus di sforamento consentito dall'Unione europea. La situazione è grave anche nella capitale, dove l'aria è irrespirabile da almeno una settimana, tanto che Legambiente Lazio ha chiesto al sindaco Gianni Alemanno il blocco del traffico per domenica.

Quello dell'inquinamento delle città, tuttavia, è un fenomeno tutto sommato trascurato e poco discusso. Fa notizia solo quando le amministrazioni bloccano le nostre auto in garage. Invece è pericolosissimo, perché responsabile di gravi malattie dell'apparato respiratorio, cardiaco e di molte tipologie di cancro, oltre a costare svariati milioni di euro ogni anno al Sistema sanitario nazionale.

Un fenomeno che non si risolve con interventi tamponi o estemporanei - come il blocco del traffico - che servono appena ad abbassare i livelli degli inquinanti (polveri sottili, benzene, idrocarburi) nell'aria. Ci vorrebbe una seria politica ambientale, ma il governo è assente, e allora diventa sempre più probabile, provocatoriamente auspicabile, la multa al nostro Paese da parte della Ue.

Eppure niente! Fa rumore l'irresponsabile negligenza con cui l'esecutivo tratta il problema. E' Legambiente a ricordare come ''il decreto del ministero dell'Ambiente sia finito nel cassetto'' e di come non ci sia stato ''nessun vero intervento per incentivare la mobilità sostenibile''. Nel decreto - spiega l'associazione - c'e' spazio per una stretta ai veicoli più inquinanti, multe per chi trasgredisce i divieti, agevolazioni per chi adotta misure di contenimento dei gas di scarico, e ''fondi per provvedimenti utili a purificare l'aria''. Un provvedimento - che prevedeva risorse per un milione di euro all'anno in tre anni - messo a punto dal ministero dell'Ambiente "ben tre mesi fa, per affrontare la grave emergenza smog delle città italiane, soprattutto quelle dell'area padana, che avrebbe potuto mettere al riparo l'Italia dall'ennesima procedura d'infrazione da parte dell'Unione Europea e dalla multa che si stima pari a 700 milioni di euro all'anno circa''.

Danilo Sinibaldi