Giovedi, 17 Maggio 2012

Tu sei in Home Economia e Lavoro

Economia e Lavoro

Caro Monti, così siamo già fuori dall’Europa

Email Stampa PDF
Maurizio Zipponi

Una buona notizia dal satellite: la catena alpina è ancora saldamente collegata al vecchio continente. La penisola non è diventata isola, è ancora parte integrante dell’Europa. Il timore di un’Italia alla deriva, disancorata dal suolo europeo, era sorto prepotente in seguito ai frequenti ed accorati appelli del professor Monti, del governo tutto e dei massimi vertici repubblicani a “non staccarsi dall’Europa”, senza arretrare di fronte a nessun sacrificio umano pur di “rimanere in Europa”. Bene. In Europa eravamo e in Europa ancora siamo. Colli e Palazzi romani possono tirare un sospiro di sollievo.

Il problema serio, per la verità, è tutt’altro. Riguarda il come entrare davvero in Europa, come adeguare agli standard europei, in particolare a quelli della Germania, il nostro Paese: le sue strutture produttive, le sue strategie industriali, la qualità della sua amministrazione pubblica, le relazioni di lavoro, le condizioni materiali di vita dei suoi cittadini e dei suoi lavoratori, il rispetto sostanziale e non solo cosmetico delle regole democratiche. Da questo punto di vista, in effetti, presidenti e ministri vari avrebbero tutti i motivi per essere preoccupatissimi. Non fosse che sono proprio loro, con le loro leggi sbagliate e con i loro rimedi peggiori del male, ad allontanarci ulteriormente dall’Europa.

Diventare europei a tutti gli effetti significherebbe per esempio firmare gli accordi con la Svizzera che permettono il recupero dell’evasione fiscale sui capitali depositati illegalmente nelle banche elvetiche. La Germania, che è senza ombra di dubbio un Paese europeo, lo ha fatto. L’Inghilterra e l’Austria lo hanno fatto. Mario Monti preferisce evitare.

Entrare in Europa vorrebbe dire potenziare e proteggere il nostro ruolo di secondo Paese manifatturiero del Continente agevolando le strategie industriali che puntano sull’incremento della produzione e sulla qualità del prodotto invece di spalleggiare i finanzieri come Marchionne, che mirano solo ad aumentare i dividendi degli azionisti e del resto neppure si preoccupano.

Significherebbe anche pagare ai lavoratori stipendi decorosi e offrire ai precari garanzie che consentano di affrontare il presente e il futuro con qualche sicurezza, e immaginare politiche economiche, come prova a fare Hollande in Francia, che mirino a tirare fuori l’economia del continente dal vicolo cieco di un rigorismo senza prospettive che per l’idea europeista costituisce oggi il vero rischio mortale.

In Germania, per restare con i piedi per terra, i contratti firmati l’anno scorso prevedono aumenti superiori all’inflazione: i salari italiani non guardano a queste piccolezze e sono tra i più bassi d’Europa. In Germania cresce il tasso di occupazione, cioè la percentuale di occupati in rapporto alla popolazione globale. In Italia il blocco dei pensionamenti deciso da un governo irresponsabile fa sì che 800mila giovani non potranno accedere a un lavoro stabile nei prossimi anni. Queste sono le differenze tra l’Italia e il cuore dell’Europa, nello specifico la Germania e la Francia.

Ma non solo queste. Far parte davvero dell’Europa vuol dire anche e forse soprattutto recuperare quel principio fondante in base al quale sono i cittadini e i popoli a scegliere i propri rappresentanti e i propri governanti e non invece qualche centrale di potere che da Roma o da Bruxelles invia il proprio podestà con una lista di ordini da far eseguire volenti o nolenti ai sudditi.

Il discorso sull’Europa è opportuno, anzi necessario, rimetterlo nella sua giusta prospettiva, tanto più alle soglie di una tornata elettorale che inciderà a fondo sulle sorti del continente: in Francia con il secondo turno delle presidenziali, in Grecia con le elezioni politiche, in Italia con un test amministrativo che riguarderà circa 10 milioni di elettori, in Germania con il voto in due Lander che costituirà un primo assaggio delle elezioni politiche dell’anno prossimo.

Il punto, una volta dissipata la nebbia depistante della propaganda e della disinformazione, non è se l’Italia si staccherà o meno dall’Europa e non è se l’Europa reggerà alla cosiddetta “crisi del debito”. I quesiti reali sono invece se l’Italia diventerà infine Europa a pieno titolo e se l’Europa stessa ce la farà a nascere smettendo di essere solo una congrega di interessi finanziari per avviarsi sulla strada che Italia dei Valori persegue da sempre: quella di un’Europa democratica dei popoli e non della finanza.

Dare la risposta giusta a queste domande è il compito di un governo dotato allo stesso tempo di concretezza pragmatica e capacità d’immaginazione. Dunque di un governo politico fornito di un progetto politico, perché a fronte di una sfida del genere un governo tecnico, fosse pure dieci volte migliore di quello italiano, è perdente.


Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 4 maggio 2012

Bankitalia, manovra recessiva

Email Stampa PDF
La redazione IDV

La manovra varata dal governo Monti avrà effetti restrittivi per l’economia “stimabili in mezzo punto percentuale nel prossimo biennio”.
Non lo diciamo più solo noi. A confermare l’allarme che stiamo lanciando da giorni su queste pagine, in Parlamento e nelle piazze, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco durante l'audizione davanti alla commissione Bilancio della Camera sulla manovra.

Al di là dei freddi numeri un calo dello 0,5% del Pil significa sostanzialmente ‘recessione’: produzione industriale a picco, cassa integrazione, licenziamenti, migliaia di posti di lavoro in meno, crollo delle entrate tributarie, meno servizi ai cittadini, necessità di nuove manovre correttive. Sacrifici, sacrifici, sacrifici.   
Tutto il contrario di quello che si dovrebbe fare per innescare un nuovo ciclo virtuoso dell’economia.

Invece volano le tasse.  “La correzione è per la maggior parte affidata a maggiori entrate – ha dichiarato il governatore di Bankitalia -. Ne conseguirà un ulteriore aumento della pressione fiscale, fino a circa il 45% del Pil”.

Visco ha riconosciuto che Monti si è mosso in una situazione di estrema urgenza. L’imperativo è raggiungere il pareggio dei conti nel 2013. Questo “resta il punto di riferimento della politica di bilancio”, ma a causa dell'aumento del differenziale tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi, “che nella seconda settimana di novembre raggiungeva il valore massimo di 575 punti base, divenivano estremamente urgenti interventi aggiuntivi di consolidamento del bilancio pubblico e un'azione ancor più risoluta volta ad affrontare i problemi strutturali dell'economia italiana”.

Ma “prioritaria” per Visco, resta la lotta all’evasione fiscale. “Una riduzione dell'area di evasione – sottolinea il numero uno di Palazzo Koch - facilita la definizione di interventi a favore dei cittadini con redditi modesti e può consentire una diminuzione in prospettiva della concentrazione del carico fiscale”.

Peccato, però, che a parte la soglia per i pagamenti in contanti abbassata a mille euro e il risibile contributo dell’1,5% sui capitali scudati (peraltro difficilmente esigibile), nella manovra di Monti non vi sia traccia di lotta all’evasione e all’elusione fiscale.  Ergo: i soliti furbi continueranno a godersela, gli onesti a pagare  anche per loro.

Se Monti tocca Mediaset va a casa. Guarda

Italia in coma, il governo ha fallito

Email Stampa PDF
Antonio Di Pietro

L’Italia dei Valori non solo condivide l’analisi del governatore della Banca d’Italia sullo stato comatoso dell’economia italiana, ma da tempo chiede che il Parlamento discuta di questi argomenti. In particolare, crediamo che la possibilità di ricrescita in tutti questi anni sia stata menomata dall’azione del governo che ha tagliato il ramo su cui siamo seduti, cioè ha cacciato i giovani nella totale precarietà, nella disoccupazione e, anche quando trovano lavoro, in uno stato di reddito vicino alla povertà.

Il 30% dei giovani disoccupati, con punte del 50% nelle regioni del Mezzogiorno, e con assunzioni che per l’80% sono precarie, spingono le migliori risorse del nostro Paese ad andarsene. Negli ultimi 7 anni, oltre 800.000 giovani sono migrati dal sud al nord Italia e al nord Europa. Questo vuol dire che la volontà dei giovani italiani a muoversi esiste, mentre manca totalmente la scelta del governo di sostenere la ricerca, l’innovazione e la nascita di nuove imprese. Condividiamo il fatto che la burocrazia, e aggiungiamo la tassazione sul lavoro, siano elementi insopportabili che impediscono all’Italia di agganciare la crescita. Il decreto Milleproproghe ha ulteriormente ridotto salari e pensioni mantenendo inalterati i privilegi burocratici della Casta, mentre vengono riversati danari su poche grandi imprese, che tra l’altro delocalizzano, mentre la piccola e media impresa viene soffocata, oltre che dalla burocrazia, da una totale assenza di accesso a credito.

Tutti questi elementi inducono l’Idv ad accelerare la richiesta di un nuovo governo e di una nuova classe dirigente. L’occasione per realizzare questo obiettivo sarà offerto a tutti gli italiani con i referendum che si voteranno entro giugno e che consentiranno ai cittadini di mandare a casa Berlusconi.


Antonio Di Pietro
Maurizio Zipponi

Milleproroghe; Di Pietro: su media vogliono favorire premier. Mozione contro incroci stampa-Tv

Email Stampa PDF
La redazione IDV

“Il governo oggi, con un colpo a sorpresa, ha cercato di avvantaggiare per l’ennesima volta il presidente del Consiglio che già possiede giornali, televisioni e mezzi d’informazione tali da risultare in un palese conflitto d’interessi. Infatti, la norma che prevede il divieto di concentrazione di giornali è tv rimarrà in vigore solo fino al 31 marzo del 2011”. E’ quanto afferma in una nota il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che aggiunge: “L’Italia dei Valori ha presentato una mozione nella quale impegna il governo a prorogare questo divieto almeno fino al 31 dicembre del 2011 e ad adottare ogni iniziativa volta a riscrivere la normativa sugli incroci fra stampa e tv, in modo da non recare danno al pluralismo e non ledere gli equilibri democratici del Paese”.

Milleproroghe, il ritorno dell'anatocismo

Email Stampa PDF
Patrizia Bugnano
Il governo ha inserito nel maxiemendamento al decreto milleproroghe, in maniera subdola, un comma che stravolge le disposizioni del codice civile e anche l'ultima sentenza della Cassazione (n. 24418 del 2/12/10), che aveva sancito definitivamente il diritto dei correntisti a farsi restituire tutte le somme illegittimamente addebitate dalle banche su conti correnti con la capitalizzazione trimestrale degli interessi. Il centrodestra favorisce le banche e danneggia milioni di risparmiatori, è un inaccettabile schiaffo alla giustizia sociale. La Suprema Corte aveva consolidato definitivamente (o almeno così si riteneva) i principi favorevoli agli utenti dei servizi bancari vittime dell'anatocismo, stabilendo che la prescrizione del diritto del correntista a ottenere la restituzione delle somme, illegittimamente addebitate dalla banca sul conto corrente, scatta dalla chiusura del rapporto e non dalla data della singola annotazione a debito sul conto. Pertanto aveva riaffermato il divieto assoluto dell'anatocismo trimestrale e annuale, garantendo in questo modo la certezza matematica della restituzione dell’indebito quantificato da una apposita perizia. L'anatocismo è una prassi illegale: l'art. 1283 del Codice Civile inibiva espressamente la capitalizzazione trimestrale degli interessi praticati dalle banche. Nelle disposizioni concernenti il sistema bancario, dopo aver espunto il punto 10 che voleva modificare l'art. 644 del codice penale aumentando i tassi soglia previsti dalle legge antiusura, il Governo ha inserito nel maxiemendamento un punto 9, in ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente dall'art. 2935 del codice civile: ora l'articolo si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa. Questa interpretazione autentica della legge, che sconfessa completamente la decisione ben più qualificata della Suprema Corte di Cassazione, farà perdere ai correntisti migliaia di cause già avviate e dove si aveva la certezza della vittoria. Questo articoletto nascosto è stato evidentemente “suggerito” al governo dai banchieri con l'avallo della Banca d'Italia e produrrà conseguenze disastrose per tantissime piccole aziende che avevano avviato cause nei confronti delle banche per vedersi riconosciuti i propri diritti. Adesso tutte quelle cause saranno perse, le aziende saranno costrette a pagare tutte le spese di giudizio e a pagare debiti illegittimi alle banche con la conseguenza che, con la crisi in atto, falliranno per mancanza di liquidità. Di questo nessuno parla. I media si soffermano sul "bunga bunga" che fa notizia mentre a nessuno evidentemente interessa del destino di migliaia di piccole e medie aziende. L'opposizione preferisce contrastare il governo sul piano dei gossip e non sulla sostanza dei fatti. Anche la Confindustria tace e soltanto alcune associazioni di consumatori tentano di contrastare la potenza delle banche.

Pagina 1 di 32