
Una buona notizia dal satellite: la catena alpina è ancora saldamente collegata al vecchio continente. La penisola non è diventata isola, è ancora parte integrante dell’Europa. Il timore di un’Italia alla deriva, disancorata dal suolo europeo, era sorto prepotente in seguito ai frequenti ed accorati appelli del professor Monti, del governo tutto e dei massimi vertici repubblicani a “non staccarsi dall’Europa”, senza arretrare di fronte a nessun sacrificio umano pur di “rimanere in Europa”. Bene. In Europa eravamo e in Europa ancora siamo. Colli e Palazzi romani possono tirare un sospiro di sollievo.
Il problema serio, per la verità, è tutt’altro. Riguarda il come entrare davvero in Europa, come adeguare agli standard europei, in particolare a quelli della Germania, il nostro Paese: le sue strutture produttive, le sue strategie industriali, la qualità della sua amministrazione pubblica, le relazioni di lavoro, le condizioni materiali di vita dei suoi cittadini e dei suoi lavoratori, il rispetto sostanziale e non solo cosmetico delle regole democratiche. Da questo punto di vista, in effetti, presidenti e ministri vari avrebbero tutti i motivi per essere preoccupatissimi. Non fosse che sono proprio loro, con le loro leggi sbagliate e con i loro rimedi peggiori del male, ad allontanarci ulteriormente dall’Europa.
Diventare europei a tutti gli effetti significherebbe per esempio firmare gli accordi con la Svizzera che permettono il recupero dell’evasione fiscale sui capitali depositati illegalmente nelle banche elvetiche. La Germania, che è senza ombra di dubbio un Paese europeo, lo ha fatto. L’Inghilterra e l’Austria lo hanno fatto. Mario Monti preferisce evitare.
Entrare in Europa vorrebbe dire potenziare e proteggere il nostro ruolo di secondo Paese manifatturiero del Continente agevolando le strategie industriali che puntano sull’incremento della produzione e sulla qualità del prodotto invece di spalleggiare i finanzieri come Marchionne, che mirano solo ad aumentare i dividendi degli azionisti e del resto neppure si preoccupano.
Significherebbe anche pagare ai lavoratori stipendi decorosi e offrire ai precari garanzie che consentano di affrontare il presente e il futuro con qualche sicurezza, e immaginare politiche economiche, come prova a fare Hollande in Francia, che mirino a tirare fuori l’economia del continente dal vicolo cieco di un rigorismo senza prospettive che per l’idea europeista costituisce oggi il vero rischio mortale.
In Germania, per restare con i piedi per terra, i contratti firmati l’anno scorso prevedono aumenti superiori all’inflazione: i salari italiani non guardano a queste piccolezze e sono tra i più bassi d’Europa. In Germania cresce il tasso di occupazione, cioè la percentuale di occupati in rapporto alla popolazione globale. In Italia il blocco dei pensionamenti deciso da un governo irresponsabile fa sì che 800mila giovani non potranno accedere a un lavoro stabile nei prossimi anni. Queste sono le differenze tra l’Italia e il cuore dell’Europa, nello specifico la Germania e la Francia.
Ma non solo queste. Far parte davvero dell’Europa vuol dire anche e forse soprattutto recuperare quel principio fondante in base al quale sono i cittadini e i popoli a scegliere i propri rappresentanti e i propri governanti e non invece qualche centrale di potere che da Roma o da Bruxelles invia il proprio podestà con una lista di ordini da far eseguire volenti o nolenti ai sudditi.
Il discorso sull’Europa è opportuno, anzi necessario, rimetterlo nella sua giusta prospettiva, tanto più alle soglie di una tornata elettorale che inciderà a fondo sulle sorti del continente: in Francia con il secondo turno delle presidenziali, in Grecia con le elezioni politiche, in Italia con un test amministrativo che riguarderà circa 10 milioni di elettori, in Germania con il voto in due Lander che costituirà un primo assaggio delle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Il punto, una volta dissipata la nebbia depistante della propaganda e della disinformazione, non è se l’Italia si staccherà o meno dall’Europa e non è se l’Europa reggerà alla cosiddetta “crisi del debito”. I quesiti reali sono invece se l’Italia diventerà infine Europa a pieno titolo e se l’Europa stessa ce la farà a nascere smettendo di essere solo una congrega di interessi finanziari per avviarsi sulla strada che Italia dei Valori persegue da sempre: quella di un’Europa democratica dei popoli e non della finanza.
Dare la risposta giusta a queste domande è il compito di un governo dotato allo stesso tempo di concretezza pragmatica e capacità d’immaginazione. Dunque di un governo politico fornito di un progetto politico, perché a fronte di una sfida del genere un governo tecnico, fosse pure dieci volte migliore di quello italiano, è perdente.
Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 4 maggio 2012
Economia e Lavoro



La manovra varata dal governo Monti avrà effetti restrittivi per l’economia “stimabili in mezzo punto percentuale nel prossimo biennio”. 
L’Italia dei Valori non solo condivide l’analisi del governatore della Banca d’Italia sullo stato comatoso dell’economia italiana, ma da tempo chiede che il Parlamento discuta di questi argomenti. In particolare, crediamo che la possibilità di ricrescita in tutti questi anni sia stata menomata dall’azione del governo che ha tagliato il ramo su cui siamo seduti, cioè ha cacciato i giovani nella totale precarietà, nella disoccupazione e, anche quando trovano lavoro, in uno stato di reddito vicino alla povertà.




