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Economia e Lavoro

La redazione IDV

Dove va la Fiat di Marchionne

Le ultime dichiarazioni dell'amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne hanno riaperto la discussione sui progetti industriali dell'azienda in Italia e riacceso la preoccupazione per la tenuta dell'occupazione negli stabilimenti del Lingotto e nell'indotto. In propostito vi proponiamo quattro punti di vista espressi in altrettanti articoli, alcuni dei quali già pubblicati sui media italiani.

 
Felice Belisario

Il ministro che dice NO alla patrimoniale

Il ministro Grilli è smentito dai fatti, per questo non è credibile quando parla di ridurre le tasse, di fare le riforme, di avviare vere liberalizzazioni. E’ credibile purtroppo solo quando dice no alla patrimoniale, perché sappiamo bene quanto il governo sia attento a non toccare i grandi patrimoni.

In nove mesi, il governo di cui Grilli fa parte si è distinto per aver portato la pressione fiscale effettiva italiana al record del mondo, per aver ceduto alle pressioni delle lobby, per non aver fatto praticamente niente per la crescita, per aver colpito solo lavoratori, pensionati e cittadini onesti. Il ministro dice no alla patrimoniale, ma intanto una patrimoniale è stata già introdotta con l’Imu, solo che è una tassa che colpisce i poveri e fa il solletico ai ricchi. Una vera patrimoniale sulle grandi ricchezze è necessaria, ci pensano anche Germania e Francia, permetterebbe di far cassa chiedendo a chi ha di più e di allentare invece la pressione su chi è in difficoltà. Sarebbe finalmente una scelta di equità ma probabilmente proprio per questo Grilli è contrario.

   
La redazione IDV

Il risanatore non risana, anzi

Dai Cantieri Apuania di Marina di Carrara all'azienda di abbigliamento Sixty. Dalle acciaierie Lucchini, alla  Vinyls di Porto Marghera, fino al delicatissimo caso dell'Ilva di Taranto. Da nord a sud la crisi di molte aziende disegna una mappa tragica che rischia di precipitare il Paese in una ecatombe occupazionale come non si è mai visto.
Sono centinaia le vertenze aperte in tutta Italia in attesa di una soluzione e che interessano migliaia di lavoratori.

Crisi a volte dovute al calo dei consumi, determinato dall'abbassamento del reddito delle famiglie e che le politiche del governo Monti stanno inesorabilmente aggravando; a volte a modelli di business ormai superati; sempre più spesso, invece, al trasferimento della produzione in paesi dove il costo del lavoro è più basso.  
E' il caso della Indesit – solo per fare un esempio - che ha annunciato la chiusura del sito di None, in Piemonte, per andare a produrre elettrodomestici in Polonia.
Ragioni diverse, ma che portano sempre allo stesso risultato: lavoratori a casa, redditi più bassi o inesistenti, possibilità di ricollocamento che rasentano lo zero.

E' l'effetto combinato, e non poteva essere altrimenti, dell’azione nefasta del governo Berlusconi prima, e dei provvedimenti messi in campo dall'esecutivo dei 'professori' poi. Un governo, quest’ultimo, che proprio grazie alle “competenze tecniche” dei suoi ministri avrebbe dovuto risanare le nostre finanze e rimettere sulla giusta strada l'economia, ridando impulso ai consumi e slancio alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Invece sta facendo l'esatto contrario. Affama le fasce più deboli della società portando le tariffe dei servizi essenziali e la pressione fiscale a livelli mai visti; trasforma il lavoro in un privilegio per pochi, abolendo l'articolo 18 e rendendo più difficoltoso per le aziende medie e piccole il ricorso al credito; compromette il futuro del paese, tagliando fondi alla ricerca e alla sanità, alla scuola e alla cultura.

Per il resto lascia tutto come è sempre stato. Non tocca i grandi capitali e nemmeno gli evasori che continuano a evadere come e più di prima e a portare i soldi nei paradisi fiscali all'estero; non riduce i privilegi e gli sprechi della politica, delle banche e nemmeno taglia i compensi stratosferici dei dirigenti pubblici. Infine, insiste nelle folli spese per la difesa.

Era proprio necessario nominare un 'professore' senatore a vita e presidente del Consiglio per fare tutto questo?

Danilo Sinibaldi

   
Maurizio Zipponi

La questione settentrionale è la crisi del sistema d'impresa

Esiste una questione settentrionale? Oggi questa domanda, insieme a quella storica – esiste una questione meridionale? - è diventata concreta. Oggi ha un senso vero chiederselo. Sul Mezzogiorno, non ci sono dubbi per nessuno, anche se poi le risposte sono diversissime. Certo che esiste una questione meridionale e la novità consiste invece nel fatto che c'è una reazione meridionale, esiste  se non altro per la voglia di riscatto che c'è tra la gente del Sud quando gli si da l'occasione di esprimere, con il voto, le sue idee e saltano tutti gli accordi romani tra i partiti. Basta guardare a Napoli con De Magistris, a Bari con Emiliano, prima ancora basta guardare a Nichi Vendola in Puglia e, con l'ultima tornata elettorale, al grande consenso che ha avuto Leoluca Orlando a Palermo nonostante il candidato fosse un altro... Il Mezzogiorno è dunque una realtà in progress, una realtà che cambia. Sotto tanti aspetti. Perché i meridionali, dopo essersi presi per anni gli insulti razzisti del paese ora stanno mostrando che è possibile restituire dignità e forza alle istituzioni nonostante il ricatto a cui sono sottoposti. Perché anche la mafia cambia radicalmente il proprio ruolo. Sta abbandonando quello di sostituto dello stato sociale per uno Stato che non c'è e sta occupando ora il ruolo che avevano i sistemi, il sistema finanziario e quello industriale. Oggi vediamo che anche le imprese che avevano una loro autonomia, di fronte alla stretta creditizia trovano nella mafia l'unico soggetto che le ascolta. Eppure il Sud reagisce.

Torniamo al Nord. Fino a qualche tempo fa, se mi avessero chiesto se esiste un questione settentrionale io avrei risposto di no. Oggi le cose sono cambiate e la mia risposta è: sì, esiste una questione settentrionale. Perché esiste la crisi del sistema d'impresa e dunque è il Nord intero ad essere in crisi. Le imprese prima dell'euro, con l'inflazione, affrontavano la concorrenza internazionale e i prezzi bassi. Poi con l'euro e con il governo italiano di impronta leghista la maggior parte delle risorse si concentra al Nord – infrastrutture, università e così via -  e infine dal 2008, nella nuova fase di internazionalizzazione, l’impresa italiana non reagisce all’altezza delle sfide. Così si scopre che le imprese del Nord sono piccole, sottocapitalizzate, non reggono, sono travolte dai fallimenti, dalla mancata ingegnerizzazione  dei prodotti, dalla mancata innovazione tecnologica. E' quanto accade oggi. Nel 2012. Insieme, c'è la vicenda Fiat. Questa grande impresa italiana, l'unica veramente grande, che ha succhiato allo Stato italiano ingenti risorse, valga solo l'esempio che dal 2008 il 50% degli stipendi dei lavoratori è pagato dai finanziamenti pubblici, attraverso la Cassa integrazione, la mobilità, etc... o dei trenta milioni di finanziamenti per l'innovazione tecnologica che Fiat prende all'Italia per fare ricerca su prodotti che poi andrà a fare da qualche altra parte.

E infine, c'è il punto centrale della crisi del Nord: salta il patto tra lavoratori e impresa. C'è sempre stata una tradizione al Nord di conflitto sociale tra impresa e lavoro. Conflitto che ha però sempre portato ad accordi che hanno aumentato il sapere complessivo, l'efficienza, la capacità d'impresa, oltre ad aumentare i diritti e i salari e dunque il livello della qualità della vita, della qualità progettuale dei lavoratori per se stessi e per le proprie famiglie. C'è sempre dunque stato un conflitto che era però benzina per far marciare il complicato motore del sistema impresa.

Saltata questa dinamica tutto è cambiato. Impresa e lavoratori si guardano in cagnesco senza trovare mediazioni perché non c'è più il grande quadro di riferimento: il contratto nazionale di lavoro. L'articolo 18 dello Statuto viene smontato, l'art. 8 voluto da un decreto del governo Berlusconi offre la possibilità di deroga dal ccnl:  che ciascuno si faccia il suo, di contratto. Via i diritti, via le certezze. Via tutto. Salta il patto tra lavoro e impresa. Il Nord è in crisi profonda.

Come affrontare questa situazione? Non sembri una sorta di fissazione da vecchio sindacalista quale sono: la risposta va cercata e perseguita – a mio avviso - in un nuovo patto  tra lavoratori e imprese, ma non al ribasso della dimensione territoriale, come ha voluto fare Berlusconi con l'art 8. Non è una risposta “sindacale”: attraverso questo terreno passano questioni enormi: la democrazia, la libertà, la civiltà. Il contratto di lavoro deve essere europeo, non nazionale né tantomeno lasciato alle singole imprese, deve valere per quattro grandi aree contrattuali - industria, artigianato, servizi e dipendenti pubblici -  aree in cui si dichiara quali sono i diritti fondamentali, inderogabili: libertà di sciopero e di associazione, minimo salariale e massimo orario,  mentre tutto il resto deve respirare nella dinamica d'impresa. Nessuno può dire che un nuovo patto così concepito sia un ritorno al passato. E' questa la visione su cui scommettere in una Europa che sia però capace di dire: non tutto è mercato. E' necessario un compromesso nuovo tra mercato e lavoro. E dentro questo nuovo patto dobbiamo assumere il diritto alla sicurezza sociale negato a generazioni di giovani italiani privi di strumenti universalistici di sostegno al reddito, contrariamente a quanto accade nel resto d’Europa. Sperimentiamo il reddito minimo garantito dunque, all’interno della riforma complessiva del welfare, come strumento di promozione dell’inclusione sociale oltre che di transizione verso l’occupazione formale. Discutiamone.

Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 20 luglio 2012

   
La redazione IDV

I primi 200 giorni dell’era Monti

 Sui giornali, per radio, davanti alle telecamere in tv si strozzano (per finta), poi in Parlamento votano le stesse leggi e si spartiscono le poltrone degli enti e delle Authority. Sono i partiti che sostengono il governo Monti (Pdl-Pd-Terzo polo), e che hanno permesso all'esecutivo dei professori di varare tutti quei provvedimenti che stanno riducendo l'Italia nelle condizioni che conosciamo.
Vale la pena di ricordarli, questi provvedimenti, quale omaggio ai primi 200 tecno-giorni del governo guidato da Mario Monti. E mentre li scorrete potete anche fare un simpatico e utile giochino: valutare quello che più vi ha portato dei benefici.

   

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