
Esiste una questione settentrionale? Oggi questa domanda, insieme a quella storica – esiste una questione meridionale? - è diventata concreta. Oggi ha un senso vero chiederselo. Sul Mezzogiorno, non ci sono dubbi per nessuno, anche se poi le risposte sono diversissime. Certo che esiste una questione meridionale e la novità consiste invece nel fatto che c'è una reazione meridionale, esiste se non altro per la voglia di riscatto che c'è tra la gente del Sud quando gli si da l'occasione di esprimere, con il voto, le sue idee e saltano tutti gli accordi romani tra i partiti. Basta guardare a Napoli con De Magistris, a Bari con Emiliano, prima ancora basta guardare a Nichi Vendola in Puglia e, con l'ultima tornata elettorale, al grande consenso che ha avuto Leoluca Orlando a Palermo nonostante il candidato fosse un altro... Il Mezzogiorno è dunque una realtà in progress, una realtà che cambia. Sotto tanti aspetti. Perché i meridionali, dopo essersi presi per anni gli insulti razzisti del paese ora stanno mostrando che è possibile restituire dignità e forza alle istituzioni nonostante il ricatto a cui sono sottoposti. Perché anche la mafia cambia radicalmente il proprio ruolo. Sta abbandonando quello di sostituto dello stato sociale per uno Stato che non c'è e sta occupando ora il ruolo che avevano i sistemi, il sistema finanziario e quello industriale. Oggi vediamo che anche le imprese che avevano una loro autonomia, di fronte alla stretta creditizia trovano nella mafia l'unico soggetto che le ascolta. Eppure il Sud reagisce.
Torniamo al Nord. Fino a qualche tempo fa, se mi avessero chiesto se esiste un questione settentrionale io avrei risposto di no. Oggi le cose sono cambiate e la mia risposta è: sì, esiste una questione settentrionale. Perché esiste la crisi del sistema d'impresa e dunque è il Nord intero ad essere in crisi. Le imprese prima dell'euro, con l'inflazione, affrontavano la concorrenza internazionale e i prezzi bassi. Poi con l'euro e con il governo italiano di impronta leghista la maggior parte delle risorse si concentra al Nord – infrastrutture, università e così via - e infine dal 2008, nella nuova fase di internazionalizzazione, l’impresa italiana non reagisce all’altezza delle sfide. Così si scopre che le imprese del Nord sono piccole, sottocapitalizzate, non reggono, sono travolte dai fallimenti, dalla mancata ingegnerizzazione dei prodotti, dalla mancata innovazione tecnologica. E' quanto accade oggi. Nel 2012. Insieme, c'è la vicenda Fiat. Questa grande impresa italiana, l'unica veramente grande, che ha succhiato allo Stato italiano ingenti risorse, valga solo l'esempio che dal 2008 il 50% degli stipendi dei lavoratori è pagato dai finanziamenti pubblici, attraverso la Cassa integrazione, la mobilità, etc... o dei trenta milioni di finanziamenti per l'innovazione tecnologica che Fiat prende all'Italia per fare ricerca su prodotti che poi andrà a fare da qualche altra parte.
E infine, c'è il punto centrale della crisi del Nord: salta il patto tra lavoratori e impresa. C'è sempre stata una tradizione al Nord di conflitto sociale tra impresa e lavoro. Conflitto che ha però sempre portato ad accordi che hanno aumentato il sapere complessivo, l'efficienza, la capacità d'impresa, oltre ad aumentare i diritti e i salari e dunque il livello della qualità della vita, della qualità progettuale dei lavoratori per se stessi e per le proprie famiglie. C'è sempre dunque stato un conflitto che era però benzina per far marciare il complicato motore del sistema impresa.
Saltata questa dinamica tutto è cambiato. Impresa e lavoratori si guardano in cagnesco senza trovare mediazioni perché non c'è più il grande quadro di riferimento: il contratto nazionale di lavoro. L'articolo 18 dello Statuto viene smontato, l'art. 8 voluto da un decreto del governo Berlusconi offre la possibilità di deroga dal ccnl: che ciascuno si faccia il suo, di contratto. Via i diritti, via le certezze. Via tutto. Salta il patto tra lavoro e impresa. Il Nord è in crisi profonda.
Come affrontare questa situazione? Non sembri una sorta di fissazione da vecchio sindacalista quale sono: la risposta va cercata e perseguita – a mio avviso - in un nuovo patto tra lavoratori e imprese, ma non al ribasso della dimensione territoriale, come ha voluto fare Berlusconi con l'art 8. Non è una risposta “sindacale”: attraverso questo terreno passano questioni enormi: la democrazia, la libertà, la civiltà. Il contratto di lavoro deve essere europeo, non nazionale né tantomeno lasciato alle singole imprese, deve valere per quattro grandi aree contrattuali - industria, artigianato, servizi e dipendenti pubblici - aree in cui si dichiara quali sono i diritti fondamentali, inderogabili: libertà di sciopero e di associazione, minimo salariale e massimo orario, mentre tutto il resto deve respirare nella dinamica d'impresa. Nessuno può dire che un nuovo patto così concepito sia un ritorno al passato. E' questa la visione su cui scommettere in una Europa che sia però capace di dire: non tutto è mercato. E' necessario un compromesso nuovo tra mercato e lavoro. E dentro questo nuovo patto dobbiamo assumere il diritto alla sicurezza sociale negato a generazioni di giovani italiani privi di strumenti universalistici di sostegno al reddito, contrariamente a quanto accade nel resto d’Europa. Sperimentiamo il reddito minimo garantito dunque, all’interno della riforma complessiva del welfare, come strumento di promozione dell’inclusione sociale oltre che di transizione verso l’occupazione formale. Discutiamone.
Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 20 luglio 2012