
La crisi? Un grande business per le banche
Negli ultimi anni e mesi non tutto il Paese è andato a fondo. L'economia reale, il lavoro, i consumi, la produzione, l'occupazione, il reddito sono andati a picco. Le banche, invece, hanno risanato i loro bilanci. Il risanamento degli istituti bancari ha proceduto spedito lungo alcune direzioni precise. La prima è la stretta senza precedenti sulla concessione dei mutui per la prima casa e l'avvio di prime attività lavorative. Alla fine del 2012 il calo nell'erogazione dei mutui era del 49,6%: un dimezzamento secco. Da allora le cose non sono migliorate. Sono anzi andate anche peggio. Del resto, una volta chiusi i rubinetti del credito per chiunque non abbia un contratto a tempo indeterminato, il precipizio era inevitabile. La seconda direttrice di marcia è rappresentata dall'acquisto di titoli di Stato grazie ai prestiti super agevolati della Bce. Nell'autunno del 2012 i titoli di Stato italiani in possesso delle banche erano aumentati, rispetto all'anno precedente, del 63%. Basta mettere a confronto il costo del denaro in Europa, nella media pari allo 0,5%, e gli interessi pagati su Bot, Btp e titoli vari, in media del 4%, per avere un'idea di quale enorme affare sia stata la crisi per le banche. E di quanto quel lucroso affare costi invece allo Stato. E' opportuno segnalare che, tra tutti i Paesi europei che hanno usufruito dei prestiti europei, l'Italia è l'unico le cui banche non hanno ancora restituito un euro. Persino le banche spagnole hanno restituito invece una quarantina e passa di miliardi. La realtà è che oggi le banche italiane concedono il credito solo ad alcune lobbies e ad alcune figure a loro vicine, tra cui spiccano i Benetton, Tronchetti Provera e il versante finanziario Fiat, escludendo ogni intervento a favore dell'economia reale. In compenso, le banche, quando necessario, continuano a godere di sostanziosi aiuti da parte dello Stato, come messo definitivamente in luce dalla vicenda, cancellata dalle prime pagine dei giornali, del Monte paschi di Siena che ha incamerato 4 miliardi di prestito garantendone la restituzione con titoli dello stesso Monte paschi: un circolo vizioso che non sarebbe stato possibile in quasi nessun altro Paese capitalista occidentale. La conclusione si impone da sé. Oggi il risanamento delle banche è uno dei principali elementi che bloccano la ripresa dell'economia reale e che rendono impossibile uscire dalla crisi. Parlare di discontinuità con le politiche sin qui disastrosamente seguite non ha senso se non si mettono in campo politiche anticicliche e antirecessive, come stanno del resto facendo Usa e Giappone. E' vero che noi non possiamo battere moneta, come stanno facendo loro, perché l'Europa lo impedisce, ma ciò non significa che non siano possibili interventi rapidi e drastici. Le possibilità di intervenire con tempestività ed efficacia per rimuovere almeno parzialmente il blocco costituito dagli interessi finanziari e imprimere la spinta necessaria all'economia reale ci sono. Bisognerebbe imporre di riaprire il credito a favore delle imprese, soprattutto quelle che più soffrono e cioè le piccole e medie, a un tasso dell'1% che comunque è il doppio del costo del denaro in Europa. Bisognerebbe firmare immediatamente l'accordo con la Svizzera per ottenere la tassazione del 20%, e la restituzione del gettito all'Italia, dei capitali depositati nelle banche elvetiche, che provengono quasi tutti proprio dalle banche italiane. Tale misura vale da sola, nel giro di 12 mesi, circa 15 miliardi. Infine bisognerebbe congelare per un periodo limitato di tempo i mutui per il pagamento dei prestiti delle aziende che hanno investito in innovazione e delle famiglie che hanno acceso un mutuo sulla prima casa, mantenendo, per due o tre anni, solo il pagamento degli interessi. E' di fronte a questo bivio che si trova oggi Enrico Letta. Da quale via sceglierà di imboccare dipenderà la qualità del suo governo, sul quale, sino a quel momento, si deve tenere in sospeso il giudizio. Se vuole realizzare anche solo una parte significativa del programma che ha illustrato alle camere, Letta dovrà per forza procedere su questa strada, nonostante la comprensibile e forte ostilità delle banche. Ma se invece deciderà di navigare seguendo il modello dei precedenti governi Berlusconi e Monti il prezzo non lo pagherà solo con la sua immagine e con il fallimento del suo governo, ma anche con la tenuta sociale del Paese. E' arrivata al limite massimo: non reggerà oltre il prossimo autunno.
Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 24 maggio 2013
































