Nell’Aprile del 1986, il mio capoufficio alla Comunità Europea mi nominò a fare parte di una Task Force dallo strano titolo: “Cambiamenti Climatici”. Mi disse che i soliti scienziati allarmisti adesso si erano immaginati, figuratevi un po’, che il clima della terra stesse cambiando, attribuendone la colpa, tanto per cambiare, all’industria ed ai petrolieri. “Sarà una perdita di tempo” mi disse “ ma qualcuno ci devo mandare”.
La “Task Force” delineò diversi scenari su quello che sarebbe potuto accadere nel caso gli scienziati avessero avuto pienamente ragione, se avessero avuto ragione per tre quarti, per metà, per un quarto o per un decimo. E formulò delle raccomandazioni: da un lato, predisporre i piani per ciascuno di questi scenari, dall’altro monitorare la situazione per cercare di capire in che direzione stessimo veramente andando.
Rileggere oggi quei documenti è un’amara ironia. Di mezzo ci sono 25 anni di diniego, irresponsabilità, voluta ignoranza. Venticinque anni a distruggere le foreste, bruciare petrolio, riscoprire il carbone, costruire città sempre meno sostenibili, ingorgare le strade di automobili, lanciare la folle moda dei SUV e sprecare, sprecare tutto ciò che era possibile sprecare: alla faccia delle generazioni future e dei poveri del pianeta.
Non solo non ci siamo preparati: abbiamo drasticamente aggravato la situazione.
Negli ultimi anni, abbiamo scoperto la Protezione Civile. Una roba che in realtà esisteva sin dagli antichi romani, e allora era una cosa seria che chi faceva cavolate finiva nel Circo Massimo in pasto ai leoni.
Là dove oggi dovrebbe esserci il buon Alemanno, a fare compagnia alle ossa rosicchiate di Guido Bertolaso, ancora visibili attraverso i brandelli della felpina con cui si pavoneggiava quando appariva in televisione a spiegare che per organizzare la Luis Vitton Cup ci voleva lui; o che la ricostruzione dell’Aquila era un problema risolto, come del resto l’emergenza rifiuti a Napoli.
Ragazzi, non scherziamo più. La Protezione Civile, in molti paesi è una cosa seria, e dovrà esserlo anche da noi. C’è una roba che si chiama “The Hyogo Framework”, è stata fatta dall’ONU in una Conferenza internazionale ed è la Bibbia della protezione Civile nel mondo. Sicuramente Gabrielli la conosce a menadito.
Bene, questa roba dice che la Protezione Civile deve coprire tre fasi: la Prevenzione, la Preparazione e la Risposta alle emergenze. Tra queste, le prime due hanno un enorme difetto: non sono spettacolari, quindi niente interviste in TV con la felpina, e danno poco spazio per imboscare mazzette (anche se con le cricche che ci ritroviamo non si può mai dire). Sarà mica per questo che nel nostro paese vengono trascurate?
Com’è che la Protezione Civile si manifesta quando la frittata è oramai fatta? Poche risorse, forse? Ma se il compianto Bertolaso avesse avuto la rettitudine e le palle per dire, guardate che invece che dei mondiali di nuoto il nostro compito è preparare il paese alle possibili emergenze, e avesse rifiutato di deviare il suo servizio verso compiti che non gli competevano, forse qualche danno ce lo saremmo risparmiato?
Un altro principio aureo della Protezione Civile è decentralizzare, soprattutto in termini di preparazione all’emergenza. Guarda un po’, basandosi proprio sulle amministrazioni locali, che devono essere pronte a reperire i mezzi necessari - che sul territorio ci sono eccome. Vuoi vedere che a Roma c’erano pale meccaniche e camion sufficienti per fare fronte ad emergenze dieci volte peggiori di quella di questi giorni?
Lavorando per le Nazioni Unite, io faccio piani di Protezione Civile per Paesi Africani ed Asiatici. Una misura standard è organizzare i municipi per potere requisire questi mezzi in caso di emergenza. E in Indonesia o in Mozambico questa cosa viene capita ed organizzata…
Sotto Giulio Cesare o anche sotto Benito Mussolini, Alemanno non ci avrebbe nemmeno provato a cercare scuse. Si sarebbe imbarcato nottetempo sulla prima galera diretta verso l’Oriente, o sarebbe partito volontario per il più remoto avamposto dell’Impero, evitando i leoni o il carcere a vita.
Sotto Almirante, sarebbe stato costretto alle immediate dimissioni, dopo la dovuta dose di calci nel sedere.
Mica per niente: per farne un esempio.
I sindaci hanno il DOVERE di dotarsi di piani di emergenza per le catastrofi naturali, che a causa dei cambiamenti climatici si faranno sempre più frequenti. Se nel lontano 1986 lo si poteva prevedere, oggi invece ne siamo assolutamente certi.
La Protezione Civile, a sua volta, deve lavorare molto di più sui fronti della prevenzione e coordinare la preparazione all’emergenza.
Infine, una parolina per il presidente Monti, a proposito di Sviluppo: esiste una roba che si chiama climate proofing dell’economia. Significa metter al riparo le nostre attività economiche dall’impatto dei cambiamenti climatici. Vuol dire, per intendersi, prevedere come assicurare il funzionamento delle infrastrutture turistiche in caso di siccità, per evitare che il turismo in una città come Firenze, vada in crisi perché gli alberghi restano senza acqua. Basta poco per farlo, e sono questi i buoni investimenti. Creano anche lavoro, fanno girare le imprese: qui ed ora, e per assicurarci il futuro. Questo sì, è Sviluppo con la S maiuscola. Non come il Ponte sullo Stretto di Messina… Se vuole, gli spieghiamo come si fa!
Se avessimo ancora i leoni… 




