

La Liguria è al nono posto in Italia per indice di sovraffollamento carcerario che ha raggiunto il 53%, un punto percentuale al di sopra della media nazionale. 1.814 i detenuti: il doppio rispetto a cinque anni fa (dati Sappe 2011, rielaborati da Liguria Business Journal). Sette le carceri, 850 le unità in organico della polizia penitenziaria ligure contro le 1.264 previste dalla legge nel rapporto tra detenuti e agenti. Marassi é il primo carcere per capienza in Liguria. Costruito alla fine dell’Ottocento in quella che era una zona periferica di Genova, oggi si ritrova nel cuore di uno dei quartieri più popolosi del capoluogo ligure, per giunta a due passi dallo stadio Luigi Ferraris, con problemi aggiuntivi di ordine pubblico in occasione delle partite di calcio.
La capienza di Marassi è di 450 detenuti, fino a un massimo consentito di 550 unità: oggi sono recluse 801 persone, la metà di origine extracomunitaria e il 20% sieropositiva. L’esubero è del 78,9%. Il sovraffollamento di Marassi è evidente nei dati del 2011: 1196 ingressi contro le 914 uscite.
Se i detenuti crescono e sono costretti in celle da 7-8 posti letto (contro i 4 consentiti), il personale penitenziario è sotto organico: secondo il Sappe, Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, mancano all’appello 160 tra agenti, assistenti, sovrintendenti e ispettori. La situazione di emergenza è comune anche agli altri sei istituti di pena liguri, dove il personale amministrativo non arriva a dieci dipendenti per istituto e per cui il ministero di Giustizia, nel 2010, ha effettuato tagli tra il 30 e il 50%. Nell’ultimo sopralluogo effettuato di recente insieme ad altri colleghi consiglieri della Regione Liguria, abbiamo potuto renderci conto della professionalità con cui ogni giorno, nonostante la situazione di emergenza ormai cronica, la polizia penitenziaria svolge un ruolo delicato: conciliare l'efficacia della pena con la necessaria umanità, che la situazione richiede. Ogni agente oggi si trova a dover sorvegliare e gestire circa 70-80 detenuti. Un compito difficile e, in certi casi, pericoloso. Il decreto “svuota carceri” non servirà a rendere più semplice il lavoro degli agenti, anzi ne aumenterà il rischio. Palpabile tra gli agenti il timore di trovarsi in libertà, per effetto del decreto “svuota carceri”, dall’oggi al domani, quei soggetti che, anche dietro le sbarre, si sono resi colpevoli di altri reati, denunciati proprio dagli agenti carcerari. Lo scenario, prevedibile, sarà quello di riversare nelle città delinquenti e criminali che, dopo un breve periodo di libertà, torneranno dietro le sbarre per essersi macchiati di analoghi reati a quelli commessi in passato.
Come già nel 2006 contro l’indulto, così oggi l’Italia dei Valori ribadisce un no deciso al decreto “svuota carceri”, l’ennesima misura tampone che non risolve la grave situazione del sovraffollamento carcerario, ma ne rimanda la soluzione a un domani che non arriva mai. Non solo: provvedimenti di questo genere minano la legalità, vanificano il lavoro di magistrati e forze dell’ordine e aumentano il senso di insicurezza dei cittadini. Mettere in libertà autori di reati, per esempio, contro la persona mette a rischio le vittime di ritrovarsi davanti al proprio persecutore. Penso alle vittime di stalking, che potranno ritrovarsi, all’improvviso, davanti ai propri persecutori, che l’avranno fatta franca con il bene placido del nuovo decreto. Non è un rischio, ma una concreta possibilità, come testimoniano le cronache di alcuni anni fa quando, per effetto dell’indulto, alcuni testimoni nei processi e donne vittime di violenze si sono ritrovate vittime dello stesso soggetto che, qualche anno prima, erano riusciti a mandare dietro le sbarre.
Per sanare il problema del sovraffollamento carcerario, quindi, servono interventi strutturali sull’edilizia penitenziaria, l’aumento del personale e delle risorse e modifiche normative sulle disposizioni del penale, riservando il carcere ai casi che lo meritano davvero.