Oggi ho partecipato all'Assemblea pubblica organizzata presso il Teatro Valle occupato, relativamente allo stillicidio della chiusura delle sale cinematografiche.
Basti pensare che negli ultimi undici anni in Italia hanno chiuso ben 761 sale, soprattutto quelle che si trovano nei centri urbani e che subiscono la moderna tendenza di multisale periferiche, moderne e tecnologicamente avanzate. E questo è un danno che si riflette su due aspetti principali: uno, occupazionale, in quanto inevitabilmente gli operatori di tali settori rischiano di vedere tramontare le proprie esperienze per un indice qualitativo magari inferiore ma commercialmente più valido. L'altro investe invece lo stato della cultura italiana: le sale più piccole, infatti, sono da sempre quelle che rappresentano le vetrine privilegiate dei film d'autore, dove la proiezione rappresenta non solo un introito in termini economici ma vera e propria divulgazione di correnti culturali, di scambio di informazioni...
L'esempio dato dagli occupanti del Valle deve condurci a riflettere sull'importanza di rilanciare la cultura al centro delle politiche amministrative locali e nazionali. Abbiamo sentito dire da molti negli ultimi anni che con la cultura non si mangia. Sbagliato. Non solo perché ogni promozione culturale, soprattutto a livello periferico, può produrre una significativa crescita economica, ma perché queste politiche attuali non fanno altro che porre la modernità in un'esclusiva accettazione delle regole di mercato. Chiudiamo le sale cinematografiche perché i centri commerciali attraggono di più. Ed è cosi che si perdono i centri di aggregazione sociale, dove lo scambio di idee e di informazioni contribuisce a tenere alto il contributo civico cittadino. Dobbiamo tornare a vedere le città come beni comuni, porci in contrasto rispetto alle tendenze attuali che creano città uguali le une dalle altre, in cui si perde ogni distinzione di valori culturali, di tradizioni, di usi e costumi. Se guardiamo solo agli interessi privati, dobbiamo rassegnarci al fatto che il privato fa il suo mestiere, guarda il proprio tornaconto personale. E in tutto questo è il pubblico ad aver abdicato. Gli amministratori locali devono tornare ad essere i primi interlocutori perché sono loro stessi che hanno l'onere di indicare, promuovere e sostenere un determinato interesse pubblico. Guardiamo lo stato della cultura italiana. Guardiamo a cosa succede ai nostri maggiori patrimoni artistici. Guardiamo a quello che è accaduto a Pompei, indice che spesso sono proprio gli stessi beni a ribellarsi al degrado della cultura. Non per caso, ma per volontà politica.
E' per questo che sosterrò le iniziative ambiziose degli occupanti del Valle, così come ho sostenuto i lavoratori di Cinecittà contro ogni altro abuso economico e privatistico. E lo farò anche aderendo al loro progetto per la Fondazione del Teatro Valle Bene Comune, contribuendo in qualità di Socio Fondatore alla nascita della stessa, segno che collettivamente possiamo riprenderci il diritto alla cultura, al dialogo e al vivere comune.