di Alessandra Tibaldi, Responsabile nazionale IDV Dipartimento politiche, economie di genere e pari opportunità
Se l’OCSE, tra le altre Istituzioni nazionali ed internazionali, denuncia rispetto al mercato del lavoro l’esistenza di una questione femminile nel nostro Paese,questa coincide a pieno titolo con la questione meridionale. L’emorragia di posti di lavoro persi a seguito della crisi ha interessato soprattutto le donne, che sono tra l’altro la maggioranza degli inoccupati periodicamente censiti dai rapporti dell’Istat, della Banca d’Italia, del Censis, ecc.
I numeri scritti nei risultati del dossier Svimez presentato alla vigilia dell’8 marzo di quest’anno “La condizione e il ruolo delle donne per lo sviluppo del Sud” sono i numeri di un disastro: l’indagine ha fotografato la situazione delle donne meridionali dal 2008 al 2011.
I dati sono allarmanti: nelle regioni meridionali del nostro Paese, e’ disoccupata una giovane su quattro, mentre oltre mezzo milione di donne non sarebbe in realta’ censito dalle statistiche ufficiali sull’occupazione, portando il tasso reale di disoccupazione femminile a toccare il 30,6% nel 2011.
Altro aspetto critico e’ quello riguardante la retribuzione: le donne meridionali, infatti, possono contare a parita’ di mansioni su uno stipendio inferiore di oltre il 30% rispetto a quello di un uomo che abita e lavora nell’Italia del Centro e del Nord.
A falsare le statistiche ufficiali sull’occupazione femminile nelle regioni del Sud sarebbe inoltre la tendenza a non calcolare tra le disoccupate (ufficialmente, il 15,4% delle donne meridionali) quante passano da ricerche di lavoro saltuarie al mondo del lavoro sommerso.
Sottraendo questo esercito di donne dal limbo statistico di chi non e’ occupato ne’ disoccupato le cifre della disoccupazione femminile triplicano: le 393mila disoccupate ufficiali diventano addirittura 953mila (560mila sono le disoccupate implicite rilevate dall’indagine Svimez).
A peggiorare il quadro, infine, c’e’ la vasta area delle scoraggiate, ossia di quante sarebbero disponibili a lavorare, ma hanno smesso di cercare lavoro (secondo definizione Istat): sulle 893mila donne italiane in questa condizione, 575 mila sono al Sud.
Dunque qualsiasi politica e strategia di sviluppo che riparta dal nostro Mezzogiorno dovrà necessariamente passare per la valorizzazione dei saperi e delle competenze spesso “invisibili” delle donne, in particolare delle giovani, i cui tassi di istruzione e successo formativo sono mediamente superiori a quelli degli uomini ( in questo caso in assoluta analogia con il resto del paese).
Dentro questo quadro non possiamo non tener conto del tema delle risorse, così pesantemente condizionato dalle scelte che l’Europa continua ad imporre sacrificando la ripresa della crescita sull’altare del contenimento dei debiti pubblici dei singoli Stati.
Ma soprattutto abbiamo alle spalle anni di scelte disastrose, costruite irresponsabilmente dai Governi Berlusconi-Lega sul presupposto della negazione della crisi.
Rispetto alle Regioni meridionali, per esempio, la distrazione dei Fondi Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate) praticata a vantaggio delle aree di interesse leghista obbliga oggi le Istituzioni territoriali, le parti sociali e le stesse forze politiche a ragionare sia sulla necessità di investire nelle filiere delle energie rinnovabili che della Green economy, per stimolare crescita e nuova occupazione.
Attraverso politiche integrate di istruzione-formazione/riqualificazione professionale e lavoro si può investire utilmente sulle donne, anche differenziando l’offerta dalle competenze medio- basse a quelle di alta specializzazione universitaria e postuniversitaria.
La Flai Cgil lo scorso 12 aprile ha stimato in 650.000 le donne occupate nel settore agroalimentare, ovvero il 36% del totale. Di queste 400.000 lavorano in agricoltura, mentre le restanti 250.000 nelle aziende di trasformazione dell’industria alimentare (le occupate sono soprattutto al Nord). In Campania (73.000), Puglia (113.000), e Calabria ( 85.000), il numero delle donne occupate in agricoltura è invece superiore a quello degli uomini, e sempre più significative sono le esperienze di imprese al femminile che hanno saputo internazionalizzare i propri prodotti.
Meritano senz’altro attenzione le Filiere territoriali logistiche ( quelle che presuppongono l’esistenza di aree vaste comprendenti porti commerciali, spazi retroportuali, porti commerciali e comunque attività economiche sulle quali incardinare modelli IM-REM, ovvero attività che importano materie prime via mare o semilavorati e riesportano, di nuovo via mare, prodotti finiti assemblati, etichettati, confezionati nelle piattaforme logistiche esistenti al Sud), ma anche la Geotermia, e tutte quelle attività che sono legate al ciclo dell’acqua.
Nell’immediato i Sindaci delle grandi aree metropolitane del Sud devono negoziare con il Ministro Barca una restituzione delle risorse scippate al Sud, magari dentro il programma da lui ipotizzato per l’ottimizzazione dei Fondi comunitari impegnati dalle Regioni ma non ancora spesi, e spendere il loro protagonismo istituzionale rispetto alla nuova programmazione di Fondi Europei (2014-2020) attualmente in via di definizione.
All’interno di questa cornice di contesto appare evidente che occorre mettere al lavoro le donne e i giovani del Mezzogiorno, cioè le vere risorse sottoutilizzate nel Sud.
Un approccio integrato delle politiche di genere e pari opportunità, trasversale a tutte le politiche pubbliche per rilanciare il Mezzogiorno, è l’obiettivo che le forze politiche e soggetti istituzionali interessati a costruire l’alternativa di Governo nel 2013 devono porsi.
Italia dei Valori è oggi pienamente impegnata sul terreno della rappresentanza paritaria, dei diritti di cittadinanza fuori e dentro i luoghi di lavoro, delle pari opportunità per tutte e per tutti, dei diritti civili, del diritto alla sicurezza del contratto di lavoro e sul posto di lavoro, della lotta a tutte le discriminazioni.
La controriforma del lavoro appena approvata costruisce le condizioni per un ulteriore arretramento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e le penalizzazioni saranno ancora maggiori al Sud dell’Italia.
Dunque bisogna far presto. Serve un Piano Nazionale per l’occupazione delle donne, che a Vasto presenteremo nel dettaglio e che in particolare al Sud presuppone l’investimento su una grande infrastruttura sociale ed economica: quello sulla LEGALITA’.
Accanto a questa richiamiamo alcuni interventi generali che sono la precondizione per liberare le donne dalla trappola di un welfare familistico tutto all’italiana, distante dalle raccomandazioni di Lisbona, dall’agenda delle priorità che l’Europa si è data per il prossimo futuro e responsabile sia della bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro che del modesto protagonismo in tutti gli ambiti della vita pubblica del paese.
Ne richiamiamo soltanto alcuni:
- rifinanziamento del Piano Nidi di cui al Governo Prodi, attraverso una corretta e vigilata integrazione pubblico-privato e ripristinando il sistema del cofinanziamento Stato-Regioni/EELL;
- incentivi fiscali e contributivi triennaliper le aziende che assumono donne;
- sostegno alle libere professioni femminili e alla microimpresa, nei settori di investimento strategico indicati all’inizio;
- investimento sulle infrastrutture sociali nazionali (scuola, Università, Sanità) come volano di sviluppo economico;
- sostegno alla contrattazione territoriale e di genere con il concorso di parti sociali e Istituzioni locali per individuare modalità di organizzazione del lavoro che favoriscano la conciliazione/condivisione dei compiti di cura fra i genitori;
- ristrutturazione dell’offerta formativa ( in particolare la formazione continua) in modo da accorciare le distanze con i fabbisogni professionali espressi dal sistema delle imprese locali. Per esempio investimento sugli skills professionali connessi con i lavori verdi o le smart greeds, che in Europa impiegano ormai stabilmente le donne, ove adeguatamente formate ed incentivate;
- Investimento sui consultori come luoghi di salvaguardia e tutela della salute psicofisica delle donne e dei minori.
Dipartimento Nazionale, rete delle Coordinatrici Donne, Elette, Consulte tematiche in via di definizione, livelli territoriali del Partito: siamo tutte e tutti impegnati a costruire un’alternativa di governo e di società che assuma lo sguardo e il punto di vista delle donne.
—- Creare una differenziazione sul lavoro fra Donna ed Uomo, oggi in questo contesto economico; credo, non sia costruttivo e sicuramente fuorviante dal’impegno politico sul lavoro. —— Conosciamo tutti la difficoltà della ricerca e mantenimento del lavoro della Donna, come conosciamo, tutti, la posizione Matriarcale della Donna Italiana ed in particolare del meridione, ancora oggi molto forte all’interno del nucleo familiare. —– Il mio pensiero è che una corretta interpretazione del lavoro non va fatta tra Giovane, Donna, Uomo. La differenziazione del lavoro, anche contributivo; deve essere sulla gravosità del lavoro, dell’impegno, della dislocazione del posto di lavoro, delle ore lavorative e anche fisico, dall’impegno all’interno del nucleo familiare. —————— non voglio soffermarmi in questo argomento ed in questo contesto. il mio pensiero potrebbe non essere interpretato correttamente ————–