Una proposta dal Sud per la rinascita dell’Italia

di Nello Formisano, Responsabile nazionale IDV Sezione Mezzogiorno – Dipartimento Economia e Finanze

La crisi della economia italiana è, indubbiamente, collegata alla congiuntura negativa  che colpisce i più importanti Paesi industrializzati. Però, ci sono due aspetti che rendono la situazione dell’Italia più difficile e più densa di  pericoli rispetto agli altri stati avanzati.
Il primo è che la congiuntura sfavorevole per l’Italia è andata ad innestarsi e ad aggravare una situazione di stagnazione e di crisi strutturale che durava da almeno venti anni derivante da un progressivo calo di competitività e da problemi irrisolti che hanno aggravato le diseconomie del nostro Sistema produttivo e hanno innescato un circolo vizioso che, se non contrastato con tempestività ed efficacia, potrebbe portare a un declino irreversibile del Paese.

Il secondo è che l’Italia è un’economia duale. La crisi non colpisce in modo omogeneo tutte le regioni. Ci sono aree territoriali, in particolare nel Mezzogiorno, e settori della società, con riferimento alle fasce giovanili, per i quali i livelli di reddito sono già ai limiti della sostenibilità e un ulteriore peggioramento potrebbe rendere incandescente il quadro politico generale e porre in serio pericolo l’unità della nazione.

La situazione è più grave del 1992, allorquando il governo Amato fu costretto a misure draconiane per impedire il dissesto dello Stato. Oggi, a differenza di allora, non è possibile recuperare competitività svalutando la moneta, né ridurre il peso del debito pubblico attraverso una elevata inflazione.

In  questo contesto Tremonti ha un merito e una colpa.

Ha il merito di avere salvaguardato i conti pubblici resistendo alle pressioni di Berlusconi che avrebbe voluto utilizzare le casse dello Stato come un bancomat a fini elettorali. Il presidente del Consiglio, infatti, notoriamente, ha una sua scala di priorità rovesciata rispetto a quella di un uomo di governo “normale” per il quale gli interessi pubblici dovrebbero prevalere su quelli privati. Per Berlusconi l’economia è al servizio della politica, la politica al servizio del suo partito, il suo partito al servizio delle sue aziende, le sue aziende al servizio suo e della sua famiglia.

Considerata l’ossessiva presenza di un tale Capo del Governo e la sua concezione padronale del rapporto con i ministri, è un miracolo che Tremonti sia riuscito a salvare l’Italia da un destino simile a quello della Grecia.

Però, il ministro dell’Economia ha dovuto pagare e ha fatto pagare all’Italia un prezzo molto alto per poter difendere i conti pubblici da una gestione “ad personam” del tipo di quella instaurata nel settore giustizia. Ha dovuto blindarsi dietro una linea ciecamente   burocratica, fatta di tagli lineari, di impostazioni ottusamente ragionieristiche, di tesi improbabili secondo le quali l’azione dello Stato non avrebbe alcuna influenza sui settori produttivi. Cosa che, ovviamente, anche un allievo del primo anno di università sa non essere vera.

Questa posizione rigida gli ha consentito di dire di no a Berlusconi, ma ha condannato all’immobilismo l’economia nazionale, in un momento in cui ci sarebbe stato bisogno di una gestione dinamica, proiettata allo sviluppo.

Tremonti ha rinunciato deliberatamente a un ruolo propulsivo dello Stato e, in questo modo, ha oggettivamente contribuito all’aggravamento delle condizioni del sistema produttivo, rifiutandosi di intervenire per rimuovere o per eliminare le inefficienze e le diseconomie che penalizzano le imprese italiane rispetto a quelle degli altri paesi industrialmente avanzati.

Purtroppo, anche le ultime manovre, quella di luglio e quella di agosto risentono di questa impostazione. Il fine dichiarato dei provvedimenti adottati è di riportare in pareggio il bilancio dello Stato. Fine senza dubbio meritorio. Però, ci sono due modi di riequilibrare i conti pubblici. Intervenire sulle spese, attraverso i tagli, e sulle entrate, aumentando le imposte. Oppure aumentare il Prodotto Interno Lordo con misure che stimolino la crescita della produzione e dell’occupazione. Il problema dell’Italia è proprio questo. Che la crescita è bassa, anzi inesistente, dal momento che nel triennio 2008 – 2010 il Prodotto Interno Lordo è diminuito del 5,2%, mentre in Germania è stato sostanzialmente stabile (- 0,1%) e in Francia è diminuito solo dell’1,3%.

L’attacco dei mercati non è stato provocato tanto dall’ammontare del deficit o del debito ma dalla mancanza di sviluppo. Su questo fronte le manovre non aiutano. Anzi, ci sarà, certamente, un effetto recessivo che peggiorerà la situazione e creerà un altro buco nelle entrate dello Stato.

Tremonti non si è preoccupato di dare una risposta ai mercati, ma di dare una risposta alla Banca Centrale Europea, la quale, ovviamente, proprio per il suo ruolo, non ci ha chiesto di mettere in cantiere un programma espansivo, ma di portare a zero il rapporto deficit/pil. Il risultato, quindi, se la manovra avrà successo, sarà di avere un’Italia con i conti in ordine ma più povera e senza prospettive di crescita.

In questa filosofia rientra anche la proposta di costituzionalizzare l’obbligo del pareggio di bilancio. Negli Stati Uniti otto premi nobel ed economisti di fama mondiale hanno scritto a Obama per motivare la loro opposizione a un tale obbligo.

Il problema vero, in realtà, non è il deficit di bilancio ma è la destinazione degli stanziamenti pubblici. È evidente che l’indebitamento per finanziare gli investimenti è cosa molto diversa dall’indebitamento per finanziare la spesa corrente. Ed è purtroppo altrettanto evidente che se una classe dirigente non gode della fiducia dei mercati, i vincoli di bilancio per dare garanzie ai creditori devono essere molto più rigidi di quelli che sarebbero necessari e opportuni con una classe dirigente di alto profilo. In questo senso  non è improprio, né strumentale dire che l’Italia “paga” anche un “effetto Berlusconi” che incide negativamente sulla credibilità dell’Esecutivo e del Paese e costringe a manovre più severe di quelle necessarie in condizioni di normalità istituzionale.

 Il Mezzogiorno: problema o motore dello sviluppo

La mancanza di una politica economica, ovviamente, ha penalizzato soprattutto le aree deboli, le regioni meridionali, che avrebbero dovuto essere il fulcro del rilancio e, invece, sono state abbandonate a se stesse.

I dati dell’ultimo Rapporto SVIMEZ sono impietosi. Negli ultimi dieci anni il Prodotto Interno Lordo del Mezzogiorno si è ridotto dello 0,3% mentre quello del Centro – Nord è cresciuto del 3,5%. Se focalizziamo l’attenzione sugli ultimi tre anni il Mezzogiorno registra una flessione del 6,1% mentre il Centro-Nord fa segnare una variazione negativa del 4,9%.

Questi numeri sono la spia di una situazione sociale molto grave che ha spinto su livelli di mera sopravvivenza famiglie che avevano conquistato una certa agiatezza e, soprattutto, ha tagliato fuori dal circuito produttivo intere classi di giovani che si trovano di fronte al bivio fra l’emigrazione e una esclusione a tempo indefinito dal mercato del lavoro. Secondo i dati ufficiali la disoccupazione è aumentata, negli anni 2008 – 2010, del 6,9 % nel Centro Nord e del 13,8 % nel Mezzogiorno, con punte ancora più elevate in alcune regioni come la Campania, dove si raggiunge un picco del 21,3%.

Ma questi numeri non illustrano appieno la pesantezza della situazione. Ci sono elementi che rendono i dati molto più gravi e pericolosi sia sotto il profilo sociale che sotto quello politico.

Il primo elemento da evidenziare è che il calo dei posti di lavoro al Sud è una tendenza di lungo periodo. Se guardiamo gli anni 1993 – 2010 vediamo che l’occupazione  nelle regioni meridionali è passata da 6 milioni e 300 mila a 6 milioni e 200 mila, mentre, nello stesso periodo al Centro Nord si registrava un incremento da 14 milioni e 500 mila a 16 milioni e 500 mila. Quindi, nel lungo periodo si registra un incremento di due milioni nel Centro Nord e una flessione di 100 mila nel Mezzogiorno.

Il dato numerico grezzo, inoltre, va ponderato con l’anzianità della popolazione. Al Centro Nord l’età media è molto più alta. Quindi, un aumento di due milioni di posti di lavoro significa la piena occupazione per le nuove generazioni. Al Sud, la popolazione è più giovane. Centomila posti in meno, considerate le rigidità del mercato del lavoro, significa che per i giovani non c’è alcuna possibilità di accesso a una attività lavorativa. Nel 2010, infatti, il tasso di occupazione giovanile (per i giovani fra i 15 e i 34 anni) è giunto ad appena il 31,7% nel Mezzogiorno. Il che significa che due giovani su tre sono fuori dal mercato del lavoro.

Il secondo elemento da considerare è che i numeri veri della disoccupazione si ottengono sommando alla disoccupazione ufficiale i cassintegrati e gli “scoraggiati”, cioè coloro che sono fuori anche dalle statistiche ufficiali in quanto non cercano nemmeno più un lavoro.

Fatta questa rettifica la disoccupazione sale dell’11,9% nel Mezzogiorno e del 3,7% nel Centro Nord.

Se si applicano queste rettifiche alla disoccupazione giovanile, se ne deduce che per questo segmento della popolazione il differenziale fra Nord e Sud è di ben 33 punti percentuali.

La assuefazione derivante dal fatto che da anni conviviamo con tale situazione, non deve farci sottovalutare la eccezionale gravità del problema. Se è vero, infatti, che la disoccupazione è presente in tutte le economie capitalistiche è pure vero che una disoccupazione di massa che esclude in modo strutturale dal mercato del lavoro i due terzi di tutta la popolazione giovanile è un fenomeno che non ha precedenti e che è censurabile sia sotto il profilo economico e sociale che sotto quello istituzionale.

Sotto il profilo economico perché lasciare nella inattività una fascia così ampia della popolazione, soprattutto di quella giovanile, è un vero e proprio crimine economico che pregiudica qualsiasi politica di sviluppo.

Sotto il profilo sociale perché consentire una disoccupazione giovanile di tali dimensioni e concentrata in una ben precisa area geografica significa innescare una bomba ad orologeria di cui non si sa quando esploderà ma che certamente esploderà.

Sotto il profilo strettamente istituzionale tale situazione comporta una palese violazione del dettato costituzionale che, all’art. 1 afferma che “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. E il lavoro era considerato dai Padri costituenti uno dei diritti naturali. Diritti che preesistono allo Stato, che lo Stato si limita solo a riconoscere e che rappresentano il fine dello Stato, che si organizza per tutelarli.

Al di là delle enunciazioni teoriche questi dati non sono numeri. Sono uomini che vivono sulla loro pelle una realtà drammatica, che non hanno un futuro, se non nell’emigrazione o nel lavoro nero e che vedono che lo Stato non solo non fa nulla per dare loro almeno una speranza, ma adotta provvedimenti destinati a peggiorare la situazione, quali, solo per citarne alcuni, il taglio dei fondi destinati al Sud e il dirottamento del Fondi FAS che sarebbero strutturalmente di pertinenza del Mezzogiorno per utilizzi clientelari e non commendevoli.

 La situazione non è esaltante nemmeno nelle regioni più avanzate, in quanto negli ultimi tre anni sia per i paesi UE che per quelli dell’area euro la flessione di reddito è solo del 2% contro il 4,9% del Centro Nord. Il che è, evidentemente, una conseguenza inevitabile dell’andamento negativo delle regioni meridionali, dato che, essendo l’Italia un unico sistema economico,  il ritardo di queste fa da freno anche alla crescita delle regioni più avanzate.

In effetti, appare evidente anche a chi non sia un tecnico che le interrelazioni fra le due parti del Paese sono tali da rendere velleitario ipotizzare uno sviluppo rapido del Centro Nord quando il Mezzogiorno fa addirittura passi indietro. Basti  considerare che il Sud è, comunque, anche in tempi di Unione europea, magari solo per motivi di contiguità territoriale, di tradizioni, di storia, di comunanza di lingua, un importante mercato di sbocco  per le industrie dell’area settentrionale del Paese. Il che comporta la inevitabile conseguenza che una riduzione del reddito del Mezzogiorno comporta una flessione dei consumi e una contrazione di fatturato per le aziende del Centro Nord.

Da queste considerazioni appare evidente che le teorizzazioni di Bossi, secondo il quale il Centro Nord è danneggiato dall’arretratezza del Sud sono una vera e propria stupidaggine, in termini logici ed economici. Anzi, è il momento che anche la Lega avvii una riflessione sugli errori e sui misfatti commessi ai danni del Mezzogiorno che rallentano la crescita dell’intera economia nazionale.

In tale contesto appare evidente che, ad esempio, utilizzare i fondi FAS che dovrebbero essere destinati a promuovere lo sviluppo della economia meridionale per le quote latte degli agricoltori leghisti è un vero e proprio crimine contro l’economia nazionale che colpisce in prima battuta il Sud, ma, poi, ha effetti negativi anche per le regioni più avanzate.

Purtroppo, la Lega ha sfruttato, ha diffuso e ha esasperato, per affermarsi, quei sentimenti antimeridionali da sempre presenti al Nord che non avevano mai avuto diritto di cittadinanza sul piano politico. Su questo substrato, poi, si sono innestate le strumentalizzazioni di quanti avevano  interesse a dirottare sulle regioni settentrionali anche quelle poche risorse che negli anni scorsi erano state destinate al Mezzogiorno.

Per dare una copertura culturale a questa politica di rapina è stata avviata una velenosa campagna diretta a criminalizzare tutto quello che attiene al Mezzogiorno, dalla classe dirigente agli amministratori locali, dagli imprenditori ai semplici cittadini. Di qui gli slogan sul Sud che non sa gestire, sugli sperperi, sull’inquinamento della criminalità organizzata, sulla appropriazione dei fondi pubblici da parte della malavita.

Certo, molti fatti denunciati sono veri. Però, le conclusioni sono assolutamente fuorvianti, e  caratterizzate da superficialità e malafede.

Che nelle regioni meridionali ci siano gravi carenze nella gestione della cosa pubblica è ben noto. Ma se si applicasse al Nord lo stesso metro di valutazione i giudizi sarebbero ancora più severi.

Un esempio? Tangentopoli è nata a Milano non a Napoli, con il costo delle opere pubbliche moltiplicato per quattro o per sei o per dieci a seconda delle circostanze. Ma, tangentopoli non è stata considerata un motivo per avviare una campagna di stampo razzista contro i milanesi corrotti e corruttori o per chiedere di ridurre i fondi pubblici destinati al Nord con la motivazione che finivano con l’alimentare un sistema di malgoverno.

Un altro esempio. Ci sono state due grandi banche che sono andate in crisi negli anni ’80 e ‘90, il Banco Ambrosiano e il Banco di Napoli. Tralasciamo che il Banco Ambrosiano è stato teatro di truffe gigantesche, con processi e condanne per i reati più vari, compreso l’omicidio e il tentato omicidio, mentre dalle inchieste sul Banco di Napoli non sono emersi reati.

Ma, la cosa più anomala è che il salvataggio del primo è stato finalizzato a rifondare l’azienda così che, oggi, il Banco Ambrosiano, dopo una serie di fusioni, è diventato Intesa San Paolo, la più grande banca italiana. Mentre il salvataggio del Banco di Napoli è stato finalizzato a distruggere l’azienda, così che oggi, quello che era il più antico istituto bancario d’Italia, con un enorme patrimonio di  tradizioni, di relazioni con il territorio, di legami consolidati con la clientela non esiste più perché, come è noto, l’attuale Banco di Napoli è una finzione giuridica che ha conservato solo il nome come specchietto per le allodole per quei clienti che ancora sono legati alla sua storia.

E al danno si è aggiunta la beffa perché di quei circa 7 miliardi di euro di crediti inesigibili che avrebbero, in teoria, giustificato la scomparsa del Banco di Napoli, ben l’80 per cento è stato recuperato. E non poteva che essere così perché erano crediti assistiti da garanzie solide, spesso da garanzie reali e i debitori erano aziende economicamente sane, in temporanea crisi di liquidità.

La verità è che si è approfittato di una crisi grave – ma congiunturale e superabile con i mezzi con cui normalmente si affrontano le congiunture avverse – per distruggere i banchi meridionali e scippare al Mezzogiorno il suo risparmio mettendolo al servizio dell’economia delle regioni settentrionali.

Il risultato è che, oggi, il rapporto impieghi/depositi  oscilla al Nord fra il 183 e il 184 per cento mentre al Sud è al 140%.

Questo significa che il Sud, oltre ad esportare lavoratori, esporta anche capitali finanziando le imprese del Nord.

Con danni per l’intera economia nazionale perché, concentrare le risorse in un’area già congestionata comporta oneri elevati in termini di costi infrastrutturali che finiscono con il gravare sulla comunità nazionale.

Il problema è così evidente che, perfino, il ministro dell’Economia si è reso conto dell’urgenza di ricercare una soluzione e che tale soluzione non può prescindere da un sistema creditizio autoctono. Perciò si è inventato la Banca del Sud, alla quale, però, ha destinato solo cinque milioni di euro, una cifra ridicola che rende bene l’idea della marginalità del Mezzogiorno nel contesto della politica economica nazionale.

Tutto questo si è potuto verificare anche perché il Sud è stato colonizzato anche sotto il  profilo culturale e, quindi, le televisioni, i giornali, le case editrici, i media in genere  sono controllati da aziende che, come dice Marchionne, hanno il cuore, ma anche la testa e il portafogli al Nord.

E perché la classe dirigente meridionale è, al di là di rare e non particolarmente incisive eccezioni, poco autorevole e non riesce (e, spesso, non tenta neppure) a difendere con successo gli interessi delle popolazioni meridionali.

Se le classi dirigenti sono assenti, però, il malcontento fra i cittadini è sempre più forte e rischia di avviare un processo che potrebbe portare a una esplosione dalle conseguenze imprevedibili. Esplosione che, quanto più tarda tanto più potrebbe essere devastante.

L’allarme è stato lanciato dalla Conferenza Episcopale Italiana e da commentatori autorevoli quali Angelo Panebianco ed Ernesto Galli Della Loggia in preoccupati editoriali sul Corriere della Sera. In particolare, Galli della Loggia ha intitolato un editoriale “Nord e Sud resteranno ancora insieme?”  E Panebianco ha dedicato una serie di articoli al tema con analisi molto articolate concluse con la previsione che “le prossime elezioni si giocheranno sul pericoloso crinale che contrappone Nord e Sud”.

Un grido di allarme che è stato  colpevolmente sottovalutato e che, invece, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, avrebbe dovuto incontrare maggiore attenzione.

La prospettiva ipotizzata da Galli della Loggia e da Panebianco, infatti è la più allarmante che possa verificarsi.

Noi crediamo che siamo ancora in tempo per evitare un lento scivolamento verso una frattura fra le due parti del Paese, purché si affronti, con immediatezza un dibattito aperto sul problema, partendo dalla premessa che solo una Italia unita da un unico progetto di sviluppo può affrontare con possibilità di successo la battaglia dei mercati internazionali.

La verità sul passato

Dibattito che va reimpostato, senza reticenze, sul piano della verità, un ingrediente che è sempre mancato in questa materia e che è, invece, essenziale – come ha ricordato recentemente il Presidente Napolitano – perché solo la verità può consentire di costruire un futuro unitario su basi più solide di quelle del passato.

E per ristabilire la verità bisogna precisare almeno due punti che renderanno certamente più facili i discorsi successivi.

Il primo punto è che la questione meridionale è sorta con l’unità d’Italia e a seguito dell’unità d’Italia. Prima del 1860 il Mezzogiorno aveva un livello di industrializzazione e di reddito almeno pari a quello degli altri stati preunitari.

Non lo dice uno dei tanti libri rivendicazionisti apparsi negli ultimi anni. Lo dicono fonti autorevoli e ufficiali.

Ne cito una, il Rapporto della Commissione Economica della Assemblea Costituente della quale facevano parte politici ed economisti di altissimo livello. Fra gli altri, Giovanni De Maria, Paolo Baffi, Aldo Bozzi, Federico Caffè, Pietro Campilli, Giuseppe Ugo Papi, Manlio Rossi Doria, Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni.

La Commissione, riprendendo e facendo proprio il pensiero dello storico Corrado Barbagallo scrive testualmente: “Considerando nel suo complesso il grado di industrializzazione del Mezzogiorno intorno al 1850 e confrontandolo con quello del Piemonte e della Lombardia si poneva la domanda se si poteva parlare all’epoca di differenze organiche fra Nord e Sud o, più precisamente, fra l’economia lombardo – piemontese e l’economia del napoletano e rispondeva “Non si poteva: i caratteri fondamentali erano comuni all’una e all’altra, e comuni ad entrambi i caratteri  distintivi dell’industria. Nessun osservatore avrebbe allora potuto prevedere i rivolgimenti di poi attraverso i quali il settentrione della Penisola, pur non interrompendo i suoi progressi agricoli, si sarebbe collocato fra i più felici paesi, industriali e commerciali d’Europa, laddove il Mezzogiorno avrebbe perduto quasi tutte le sue industrie, la sua agricoltura sarebbe precipitata in basso, e la popolazione disperata, avrebbe cercato salvezza nelle vie di un esilio volontario lungi dalle sponde della patria”.

Credo che la autorevolezza della testimonianza sia sufficiente a porre termine ai falsi storici costruiti in questi anni. Ma se fosse necessario, ci sono tante altre conferme autorevoli quanto questa: per cui si può porre termine in via definitiva alla leggenda del Sud arretrato che il Nord ha tentato di civilizzare e che, invece, non ha reagito in modo adeguato agli stimoli e agli investimenti che lo stato unitario ha generosamente elargito.

Uno degli ultimi studi in materia è un Quaderno dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia, di Carlo Ciccarelli e Stefano Fenoaltea: “Attraverso la lente d’ingrandimento: aspetti della crescita industriale su base provinciale nell’Italia post unitaria”.

In questo Quaderno sono pubblicate una serie di tabelle che dimostrano, in  modo incontestabile che al momento dell’unificazione il Mezzogiorno aveva uno sviluppo industriale e produttivo analogo alla media nazionale e che alcune regioni del Sud avevano un livello di industrializzazione più elevato di molte regioni del Nord.

Per completare il quadro va ricordato che il Regno delle Due Sicilie era uno Stato ricco che aveva un tesoro di 443 milioni di lire oro contro i 224 milioni di tutti gli altri stati italiani messi insieme.

Tesoro che fu utilizzato non per avviare le opere pubbliche di cui il Mezzogiorno aveva bisogno ma per coprire il debito del Piemonte che era sull’orlo del fallimento, per rinsanguare le finanze del nuovo Stato e per  potenziare le infrastrutture nelle regioni del Nord, premessa della industrializzazione accelerata e dell’avvio della economia duale che è rimasta la caratteristica dell’Italia nei 150 anni successivi.

Iniziò, così, una politica colonialistica che ha portato il Nord a un rapido decollo e il Mezzogiorno al sottosviluppo cronico che persiste tuttora.

Il secondo punto è che non è assolutamente vero che è stata fatta almeno per alcuni anni una politica di sostegno nei confronti delle regioni meridionali.

Anche negli anni della Cassa per il Mezzogiorno, che sono stati sicuramente quelli di maggiore impegno su questo fronte, gli stanziamenti straordinari per il Sud sono sempre stati sostitutivi e non aggiuntivi rispetto alla spesa ordinaria dei ministeri e la politica di incentivi alle imprese che avrebbero dovuto investire nel Mezzogiorno è stata solo uno strumento per finanziare Gruppi del Nord in difficoltà o, peggio, per erogazioni di carattere clientelare.

La prova è che dagli incentivi erano esclusi proprio quei settori come il turismo e i beni culturali che avrebbero potuto far decollare il Sud ed erano privilegiati comparti, come il siderurgico che non portavano occupazione e, quindi, reddito al Sud e che hanno lasciato solo disoccupazione e gravi problemi ambientali.

Inoltre, le cifre degli stanziamenti erano così basse che non avrebbero mai potuto creare quella massa critica che potesse avviare un processo di sviluppo autogeno dell’economia meridionale.

Al riguardo sono sufficienti solo due dati, uno di carattere storico e uno riferito alla attualità.

Sul piano storico, la spesa straordinaria per il Mezzogiorno, dal 1951 al 2007, calcolata in valuta di oggi, ammonterebbe a 6 miliardi e 710 milioni in media l’anno. La Germania, per rilanciare l’economia della ex Germania Est ha stanziato 75 miliardi l’anno, con un investimento 11 volte superiore a quello del nostro Paese.

Sul piano della attualità, è stata pubblicata nei mesi scorsi una ricerca della Ragioneria Generale dello Stato, in base alla quale la spesa pro capite dello Stato è di 7.578 euro in Campania, di 8.203 euro in Lombardia, di 9.038 euro in Piemonte, di 10.358 euro in Liguria, di 11.387 euro in Friuli Venezia Giulia, di 15.224  euro in Trentino Alto Adige, di 17.479 euro in Valle d’Aosta.

Alla luce di questi dati e di queste considerazioni gli allarmi della Conferenza Episcopale Italiana, di Angelo Panebianco, di Galli della Loggia e di altri commentatori sono più che giustificati.

Nel Mezzogiorno si sta affermando un rivendicazionismo meridionalistico molto più aggressivo del meridionalismo storico che investe ampi strati della popolazione, dai ceti popolari agli intellettuali, dagli imprenditori agli amministratori locali più vicini ai cittadini.

Basta leggere le dichiarazioni di Antonio D’Amato, ex Presidente di Confindustria, moderato per vocazione e per formazione, dalle cui parole trapela l’esasperazione di una categoria costretta ad operare in condizioni di grande disagio, scontando handicap pesanti e crescenti rispetto agli imprenditori che operano in altre parti del Paese. E la consapevolezza dei gravissimi guasti che la politica a trazione nordista condizionata dalla Lega ha creato al Paese.

O partecipare a uno dei tanti convegni organizzati in modo spontaneo, con relatori improvvisati, ma con larga partecipazione di pubblico qualificato e ansioso di esser informato e di documentarsi su una materia, sulla quale la pubblicistica dominante non da risposte adeguate.

Oppure riflettere sul successo di un libro semiclandestino come “Terroni”. Un’opera che senza pubblicità e senza il traino di convegni di lancio o di dibattiti televisivi, diffusa solo con la forza del passa parola è stata nelle prime posizioni delle classifiche per tutto il 2010 e rimane tuttora tra i libri più venduti anche nel 2011.

L’Italia e il Mezzogiorno, però, non hanno bisogno di una Lega del Sud né di una esplosione rivendicazionista che farebbe danni all’intero Paese. E che, pur annunciata e temuta, viene ignorata, senza che nessuno faccia nulla per evitarla.

 Una proposta per il Sud e per l’Italia

In tale contesto è un dovere morale nonché una esigenza culturale e politica avanzare una proposta che possa anticipare gli eventi e sottoporre alla attenzione della cultura, delle associazioni, delle categorie, dei politici, degli amministratori pubblici, dei semplici cittadini una piattaforma programmatica che risponda alle istanze del Sud, ma sia, nel contempo, funzionale agli interessi dell’intero Paese.

Cosa, peraltro, tutt’altro che difficile, considerato che solo dal Mezzogiorno può ripartire il processo di sviluppo dell’economia italiana.

Una piattaforma basata su pochi concetti essenziali che tengano insieme in un unico progetto le risposte ai problemi dell’Italia e delle diverse parti di essa.

Una piattaforma nella quale i criteri di gestione della spesa pubblica, sia quella corrente che quella per investimenti, siano ispirati a senso dello Stato e, quindi, avendo come faro le esigenze prioritarie del Paese, le funzioni primarie dello Stato e i diritti fondamentali dei cittadini, senza distorsioni di carattere territoriale o condizionamenti derivanti da rapporti di lobbies o, peggio ancora, da voto di scambio.

Se non si vuole mettere in pericolo l’unità d’Italia, bisogna tornare a una politica ispirata ad elevati principi in cui una riforma, un progetto, una proposta di legge siano considerati da approvare o da bocciare a seconda che siano funzionali agli interessi dell’Italia e non agli interessi della cosiddetta Padania o di qualunque altra area territoriale o settoriale del Paese. In cui un leader di partito e ministro della Repubblica, che ha giurato fedeltà alla Costituzione, nel momento in cui dichiari di difendere gli interessi solo di una parte dell’Italia venga emarginato dai suoi stessi alleati, nonché dai vertici istituzionali, dai commentatori e dall’opinione pubblica.

Mai come oggi una proposta politica che riprenda i concetti alti che hanno ispirato in passato gli uomini che, dopo il secondo conflitto mondiale, collaborando sul piano istituzionale, pur da opposte sponde politiche, rifecero l’Italia portandola fra le grandi nazioni industrializzate, sarebbe una proposta vincente per il Paese e per i cittadini.

E, in tale contesto, sarebbe estremamente qualificante il richiamo, tra l’altro, ai principi del movimento meridionalistico, adeguando ai nuovi scenari le elaborazioni culturali dell’epoca.

Il tema è molto ampio e merita approfondimenti e studi da sviluppare in altra sede.

In questo scritto ci soffermeremo sui punti essenziali.

 Le condizioni dello sviluppo

I fattori per vincere la sfida ci sono tutti.

C’è il fattore lavoro sia sotto il profilo quantitativo che sotto quello qualitativo.

Ci sono i capitali che oggi finanziano, come abbiamo visto le strutture produttive del Nord e che potrebbero essere richiamati in loco se ci fosse un piano valido di sviluppo.

C’è la centralità geografica, in quanto il Sud può essere il terreno ideale di incontro fra la cultura europea e quella mediterranea, il luogo naturale per scambi commerciali e culturali fra l’Unione europea e il mondo arabo.

Ci sono le risorse ambientali che sono state uno dei fattori fondamentali per la riallocazione nel Sud degli Stati Uniti, e in particolare in California, dell’apparato produttivo del Paese.

Mancano le condizioni esterne, quelle che deve garantire lo Stato, le infrastrutture, le aree attrezzate per gli insediamenti industriali, una pubblica amministrazione efficiente, un sistema creditizio al servizio del territorio e, soprattutto, condizioni di ordine pubblico tali da garantire la tutela dei cittadini e delle aziende dagli assalti della criminalità organizzata.

Il Sud, non ha bisogno di una politica assistenziale, non ha bisogno di aiuti che, tra l’altro, come abbiamo già visto, non ha mai avuto, nemmeno negli anni della Cassa per il Mezzogiorno. Ha bisogno solo che lo Stato eserciti anche in questi territori le sue funzioni primarie e garantisca anche qui i diritti fondamentali del cittadino.

Il primo punto è la sicurezza, una funzione connaturata al concetto stesso di Stato. Senza sicurezza lo Stato non esiste. E il diritto alla sicurezza è uno dei diritti naturali dell’uomo che preesiste allo Stato.

Un diritto riconosciuto dall’art. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 6 della Carta europea dei diritti fondamentali che dicono, in modo chiaro e incontrovertibile che “ ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza”.

Il governo vanta successi senza precedenti nella lotta alle mafie. I giornali sono pieni di notizie sui latitanti arrestati e sulle operazioni contro la grande criminalità.

Ma, pur non disconoscendo questi successi che attengono, peraltro, all’azione investigativa delle forze dell’ordine e della magistratura, un governo consapevole del proprio ruolo e delle proprie responsabilità dovrebbe, innanzi tutto, porre in essere un piano strategico per ripristinare l’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale.

Oggi, il controllo del territorio, in aree consistenti del Paese sfugge allo Stato ed è esercitato da associazioni criminali che taglieggiano i cittadini.

Senza sicurezza non può esserci sviluppo perché gli imprenditori devono essere degli operatori economici, non degli idealisti votati al sacrificio che mettono a rischio la propria vita per fare impresa.

Il governo Berlusconi vuole modificare l’art. 41 della Costituzione per assicurare la piena libertà di iniziativa economica. Ma ci sono quattro regioni del Sud nelle quali l’art. 41, così come è oggi previsto dalla Carta Costituzionale, è violato da anni, in quanto lo Stato viene meno a uno dei suoi doveri fondamentali “garantire la sicurezza dei cittadini”. Così come sono violati l’art. 3 che impone di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana” e l’art. 4, secondo il quale “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Per concludere sul punto, la sicurezza è un diritto fondamentale del cittadino, è una funzione primaria dello Stato ed è la precondizione essenziale per l’avvio di un qualunque processo di sviluppo economico.

È una materia di priorità assoluta, sulla quale non sono accettabili compromessi. Lo  Stato deve intervenire e deve risolvere il problema in tempi rapidissimi. C’è un ritardo di almeno sessanta anni su questo terreno, se ci limitiamo solo allo Stato repubblicano. Non possono esserci, perciò, né vincoli di bilancio, né problemi organizzativi. I cittadini del Mezzogiorno hanno il diritto di pretendere che lo Stato garantisca la sicurezza sia per i privati che per le imprese.

La cosa più grave è che la pubblicistica dominante, con un singolare rovesciamento delle parti, imputa questa situazione non allo Stato, ma ai meridionali i quali non riuscirebbero a liberarsi della criminalità.

E, quindi, se la criminalità non viene debellata le colpe sarebbero dei meridionali e le conseguenze giustamente ricadrebbero su di essi.

Un discorso, che, oltre ad essere infondato in fatto e assolutamente sconclusionato sul piano giuridico e politico è anche miope, perché se lo Stato non estirpa la criminalità dal Sud, sarà la criminalità ad invadere le regioni che ora sono meno colpite dal fenomeno, come ha già cominciato a fare.

La ‘ndrangheta in Lombardia non è un’invenzione di Saviano. È il riscontro delle indagini giudiziarie condotte dalla Procura di Milano e dalle altre Procure della regione.

Scrivere con sufficienza che la Lombardia è immune dal fenomeno mafioso, lasciando intendere che la mafia può insediarsi solo al Sud, è un discorso falso e pericoloso. E che, ancora una volta, dimostra come la battaglia culturale sia la premessa indispensabile per sradicare il pregiudizio antimeridionale che condiziona la politica nazionale con danni gravissimi non solo per il Mezzogiorno, ma per l’intero Paese.

Purtroppo, al di là dei numeri, il condizionamento della Lega è pesante, sia in politica, sia nel mondo dei mass media. Anche perché gli inviti all’egoismo sui quali i leghisti hanno costruito le loro fortune, sono, in genere, più popolari degli inviti alla generosità, anche se si tratta di un egoismo rozzo e autolesionistico.

Soprattutto quando l’egoismo poggia su una campagna mediatica che dipinge il Sud come la sentina di tutti i mali, la fonte di tutti gli sprechi, il luogo del malgoverno e della corruzione.

Il secondo punto è l’introduzione di alcuni correttivi al patto di stabilità che consentano l’utilizzo completo dei fondi europei da parte delle regioni meridionali.

La lotta agli sprechi di cui parlano a sproposito tanti esponenti del governo dovrebbe prevedere l’abolizione delle norme che costringono a buttare al vento risorse che potrebbero essere fondamentali per rimettere in moto il processo di sviluppo. In primo luogo vanno esclusi dal patto di stabilità i fondi utilizzati per cofinanziare le opere alle quali è destinato il finanziamento della Unione europea. In secondo luogo vanno sbloccati e concentrati sulle regioni meridionali i fondi FAS che spettano alle aree sottosviluppate e che, invece, in questi anni, sono stati utilizzati impropriamente per le regioni del Nord e, spesso, per scopi istituzionalmente non corretti e economicamente

In tal modo sarebbe possibile mettere in moto una serie di opere pubbliche da tempo in fase di progettazione che avvierebbero un circolo virtuoso da cui trarrebbe beneficio non solo il Mezzogiorno, ma l’intera economia nazionale. Si potrebbero, così, sfruttare in modo ottimale le risorse poste a disposizione dalla Unione europea che oggi sono utilizzate solo in parte e non sempre per colpa delle regioni meridionali, ma, spesso, per gli ostacoli burocratici imposti dal ministero dell’Economia.

Il rapporto con l’Europa è uno dei nodi cruciali per il futuro del Mezzogiorno.

L’Europa ha compreso fin dall’inizio che il futuro è nel rilancio delle aree sottosviluppate e ha adottato specifiche politiche allo scopo. A differenza di quanto ha fatto l’Italia fin dall’inizio della cosiddetta seconda repubblica i cui indirizzi sono stati caratterizzati da scelte autolesionistiche contro il Sud, ma che hanno finito con il danneggiare l’intera nazione.

Molti non ricordano più lo sciagurato “Accordo Pagliarini-Van Miert” che abolì qualsiasi vantaggio fiscale per le aziende localizzate nelle regioni meridionali. Una decisione deleteria e ingiustificata, che fu uno dei primi atti del governo Berlusconi 1, quello del 1994, e del ministro leghista Giancarlo Pagliarini. Decisione in stridente contrasto con quanto previsto per altre regioni sottosviluppate della Irlanda e della Spagna che non hanno dato adito a contestazioni da parte dell’Unione europea e che, comunque, sono state accettate dalla Commissione europea.

Oggi tutti sono consapevoli della necessità di ripristinare una fiscalità di vantaggio in favore delle industrie del Mezzogiorno. Una opportunità che andrebbe a beneficio di tutta l’imprenditoria italiana che, in un periodo di carenza di domanda e di difficoltà a difendere le proprie quote di mercato, potrebbe utilizzare  questa via per produrre a costi più bassi e, per offrire i propri prodotti a prezzi competitivi sui mercato internazionali.

Ovviamente, i diciassette anni perduti non sono recuperabili. E, per giunta, il discorso parte in salita perché ancora pesa quell’accordo fatto a danno del Mezzogiorno.

Ma è una battaglia da avviare subito perché è essenziale per far decollare lo sviluppo del Sud e per farne uno dei motori principali del rilancio della economia italiana.

Ovviamente, le agevolazioni vanno finalizzate ad incremento dell’occupazione. Non devono esserci cavilli, codicilli, deroghe anomale o trucchi volti a favorire le lobbies o le piccole speculazioni. Solo una norma chiara che misuri i benefici con la occupazione aggiuntiva può essere utile al Mezzogiorno, può aiutare le aziende a crescere e può favorire quei settori produttivi ad alta intensità di lavoro che sono essenziali per lo sviluppo del Sud. E solo una norma lineare tarata sull’obiettivo di combattere la disoccupazione supererebbe agevolmente il vaglio della Commissione europea.

Terzo punto che riguarda, ancora una volta, non solo il Sud ma tutto il Paese. L’Italia ha bisogno di una vera politica industriale, in cui si abbia il coraggio di dire dei sì e dei no. La politica dei tagli lineari sta affossando l’economia e sta pregiudicando in modo irreparabile il futuro del sistema produttivo. In un periodo di risorse scarse, è necessario fare delle scelte. Scelte che, sicuramente, susciteranno polemiche, contrasti, rivolte delle corporazioni e degli interessi colpiti. Ma se si mette in campo un progetto di alto respiro, che guarda al futuro, senza inquinamenti di scelte demagogiche, clientelari ed elettoralistiche, avendo il coraggio di tenere fuori dalla porta le lobbies e gli amici degli amici, alla fine il giudizio dell’Italia che produce e di tutti coloro che hanno a cuore il futuro del Paese non potrà che essere positivo.

In tale contesto, ridurre gli stanziamenti per la ricerca scientifica e l’università è una scelta criminale, soprattutto se si tengono in considerazione due cose.

Che l’Italia parte già da livelli molto più bassi degli altri Paesi perché la ricerca scientifica è stata sempre la cenerentola nella distribuzione dei fondi pubblici, dato che gli investimenti in ricerca non comportano nastri da tagliare o inaugurazioni nelle quali pavoneggiarsi davanti alle televisioni e perché questi investimenti non hanno effetti immediati. I risultati arrivano dopo cinque, dieci o venti anni, quando il governo che ha avviato la svolta non sarà più in carica e non potrà più prendersi i meriti della decisione assunta.

Che l’Italia è un Paese di piccole e medie imprese che non possono investire in ricerca, sia perché non hanno le risorse, sia perché, comunque, avrebbero difficoltà a sfruttare in misura adeguata i ritorni degli investimenti fatti. Se il modello di sviluppo italiano si basa sulle imprese medie e piccole, lo Stato deve intervenire a loro sostegno proprio potenziando la ricerca pubblica e, magari promuovendo e finanziando consorzi di imprenditori per favorire la ricerca privata.

Accanto alla ricerca scientifica vanno privilegiati tutti quei settori che possono avere un ruolo trainante ai fini della ripresa. Il turismo, i beni culturali, la valorizzazione dei siti archeologici, i beni ambientali sono, tutti, settori da incentivare con assoluta priorità, perché sono settori nei quali l’Italia non teme alcuna concorrenza da parte di altri Paesi. E sono settori nei quali il Mezzogiorno ha giacimenti naturali di eccellenza che attendono solo di essere valorizzati per trasformarsi in ricchezza al servizio delle comunità locali e della comunità nazionale.

L’Italia era meta turistica già nel 1600 quando il turismo non esisteva ancora, ma i giovani delle famiglie bene d’Europa imparavano l’italiano perché il viaggio in Italia rientrava nel percorso culturale che ciascuno di essi doveva fare a completamento dei propri studi.

Ma il turismo e i giacimenti artistici, culturali e ambientali non possono essere considerati una rendita, come è stato fatto finora. Il turismo è una attività imprenditoriale come le altre. Richiede investimenti, dedizione e capacità gestionali.

Oggi, con l’abolizione delle frontiere,  con la moneta unica e con la diffusione dei mezzi di trasferimento e di comunicazione a masse sempre più vaste, viaggiare è ancora più facile e le possibilità di sviluppo per un territorio che può contare su ricchezze paesaggistiche, artistiche, archeologiche e culturali sono molto più elevate che in passato. Purché, ovviamente, le infrastrutture e le condizioni ambientali, igieniche e di sicurezza nonché le strutture di accoglienza siano adeguate alle richieste dei potenziali visitatori.

Altro settore al quale sarebbe opportuno dedicare maggiore attenzione è il made in Italy. Anche in questo settore il governo è indifferente al problema e alle pressioni delle associazioni di categoria. Considerato il peso crescente che il made in Italy di qualità ha sulla bilancia dei pagamenti e soprattutto considerate le potenzialità del comparto, tutelarlo e sostenerlo con mezzi idonei deve essere un obiettivo prioritario di politica economica.

Anche per quanto riguarda il made in Italy la presenza di aziende localizzate nel Mezzogiorno è molto forte e potrebbe esserlo molto di più se vi fosse una idonea politica di sostegno.

In conclusione, per avviare un processo di sviluppo autogeno nel Mezzogiorno sarebbe sufficiente potenziare quei settori che sono di preminente interesse per l’economia italiana. Il che dimostra ancora una volta che una politica meridionalistica rettamente intesa è una politica funzionale agli interessi di tutta l’Italia e, anzi, è l’unica politica che può riavviare su nuove basi il processo di sviluppo dell’economia nazionale.

Altrettanto prioritaria è la ricostituzione di un Istituto di credito che faccia riferimento al territorio. Il Mezzogiorno è l’unica grande area dell’Unione europea che non ha una banca autoctona che possa affiancare le aziende nella loro attività e possa garantire alle stesse quell’accompagnamento creditizio che è essenziale per una gestione di cassa equilibrata e un sostegno finanziario che possa sostenere i progetti di sviluppo. Sul piano macroeconomico un Istituto di Credito che abbia i propri centri decisionali nelle regioni meridionali è una delle precondizioni per poter avviare un processo di sviluppo.  Lo ha capito lo stesso ministro dell’Economia che ha avviato il progetto di Banca del Mezzogiorno proprio per ovviare a questo problema. Però, il tema è troppo importante per essere trattato solo come un pretesto per avere qualche titolo sui giornali. Quindi, è necessaria una svolta per rilanciare il progetto su nuove basi.

Dal momento che fondare ex novo una banca di dimensioni idonee a soddisfare le esigenze dell’intero Mezzogiorno è impossibile, l’unica strada è trasformare un istituto già esistente. La soluzione più semplice è utilizzare Bancoposta facendone un soggetto giuridico separato da Poste Italiane e farne la nuova Banca del Mezzogiorno. Ovviamente, non una banca limitata al Mezzogiorno, ma una banca nazionale con una rete che si estenda a tutte le regioni, che abbia una adeguata presenza anche all’estero, ma che abbia i Centri decisionali e le strutture strategiche nel Mezzogiorno e che sappia instaurare con gli imprenditori e con i risparmiatori meridionali quei rapporti di correlazione e di fiducia che fanno la forza di una banca radicata sul territorio.

Il Sud avrebbe così, di nuovo, una banca di riferimento di dimensioni e ad operatività nazionale. E verrebbe ripagato di uno dei tanti espropri subiti, quando il ministero del Tesoro, con una serie di provvedimenti avventati sui quali forse non si è indagato a sufficienza, prima si impossessò della proprietà del Banco di Napoli sottraendola alla Fondazione omonima, poi svendette, nel gennaio 1997, per soli sessantuno miliardi di lire, il 60% del capitale della Banca all’INA Assicurazioni e alla Banca Nazionale del Lavoro. Che, poi, dopo soli tre anni la rivendettero, a loro volta, per 3.600 miliardi al San Paolo IMI, realizzando una plusvalenza record che difficilmente può essere giustificata come un normale ricavo di una tranquilla operazione commerciale.

Bancoposta avrebbe, così una nuova veste  giuridica e nuove più ambiziose prospettive e potrebbe, una volta consolidata la posizione sul mercato essere ceduta a soggetti che garantiscano il rispetto della mission sociale, con rilevanti ritorni finanziari per le casse dello Stato.

I possibili acquirenti sono tanti, dalla Cassa Depositi e Prestiti, ad imprenditori privati o istituzioni bancarie anche straniere interessate a rafforzare la loro posizione nel mercato meridionale.

Serve, poi, un grande piano  infrastrutturale per superare l’atavico gap delle regioni meridionali nei confronti delle aree più ricche del Paese. Al Sud mancano strade e ferrovie e servono anche piani straordinari per l’ammodernamento degli acquedotti, per il recupero dei centri storici, per il risanamento ambientale di aree che potrebbero diventare grandi attrattori turistici, per il recupero di siti archeologici. Iniziative che avrebbero un impatto immediato positivo per tutta l’economia nazionale, in quanto potrebbero comportare un ritorno favorevole in termini di flussi turistici. Peraltro va ricordato che anche per le infrastrutture il Mezzogiorno vanta un credito nei confronti dello Stato unitario, considerato che, contrariamente a quanto si crede, la spesa pubblica nel Mezzogiorno è nettamente inferiore ed è stata sempre inferiore a quella del Nord. Il risultato è che ancora oggi nel Sud non ci sono strade (la Salerno Reggio Calabria è una autostrada fantasma e i lavori procedono stancamente da oltre venti anni, senza parlare della Sicilia dove le cose vanno anche peggio), non ci sono ferrovie (l’alta velocità si ferma a Napoli o, al massimo, arriva a Salerno), non ci sono aree industriali attrezzate, il risanamento ambientale è un concetto sconosciuto, siti archeologici che potrebbero, da soli, fare la fortuna di un Paese sono abbandonati a se stessi.

In conclusione. I cittadini del Mezzogiorno hanno diritto agli stessi servizi, alle stesse infrastrutture, alla stessa qualità della vita, alle stesse opportunità di lavoro delle altre regioni d’Italia.  Assicurare tali diritti è dovere dello Stato sancito dalla Carta Costituzionale ed è interesse di tutti gli italiani perché solo dal Mezzogiorno, che ha enormi potenzialità di sviluppo non utilizzate, può partire la rinascita del Paese, con effetti strutturali per l’intera economia nazionale.

La piattaforma programmatica lanciata da queste colonne è un primo approccio al problema, una proposta aperta al confronto e al contributo di tutte le forze culturali, sociali e politiche che vogliano collaborare a un progetto che ha lo scopo di trarre l’economia italiana dalle secche della recessione e della decadenza e di porre riparo a decenni di galleggiamento, di politica del giorno per giorno e di tatticismi esasperati mirati solo a vincere il turno elettorale più prossimo, senza alcuna ambizione di affrontare i veri problemi del Paese.

Sappiamo bene che si tratta di una bozza di piattaforma meritevole di arricchimenti e di integrazioni. E abbiamo già in programma di tornare sulla materia con approfondimenti che sviluppino i temi del dibattito, settore per settore, organizzando iniziative specifiche che consentano di entrare nel dettaglio delle proposte.

Siamo sicuri che, se si vuole tornare alla politica alta, quella che diventa riferimento per i cittadini, che guida le trasformazioni, che impone le proprie scelte all’economia, i punti centrali del dibattito non potranno che essere questi.

Così come siamo convinti che solo un confronto, anche aspro, ma che porti a risultati in tempi brevi, possa salvaguardare l’unità nazionale.

Su questi temi saranno chiamati a  dare risposte adeguate i gruppi dirigenti che si richiamano al riformismo e si candidano a rappresentare i moderati.

Perché sono temi che non riguardano il teatrino della politica, ma le prospettive di sviluppo e il futuro di tutti i cittadini.

Perché è nella tradizione dei riformisti la concezione della politica come il luogo in cui si elaborano i progetti e si individuano le soluzioni ai problemi del Paese e perché è proprio la mission dei moderati avere la capacità di ricondurre a sintesi unitaria, rispettosa delle posizioni di tutte le componenti della società, le istanze, le esigenze, le richieste, anche contrastanti, che emergono dai cittadini, trovando e costruendo percorsi coerenti con l’obiettivo strategico di rilanciare lo sviluppo e di riuscire a rappresentare gli ideali e gli interessi di tutti gli italiani.

Un pensiero su “Una proposta dal Sud per la rinascita dell’Italia

  1. Questo è il momento di abbandonare generiche posizioni e “luoghi comuni”.– Proporre una concreta “strategia e intenti politici di programma correlati” — politiche e strategie complementari a quella generale del Paese; vista anche nella posizione strategica che l’Italia ed in particolare le terre dell’Italia Meridionale e la Sicilia hanno nel Mediterraneo e nel continente Africano — Posizione economica “bloccata” da molti decenni da Politiche “globali” che sono state sempre interessate ad impedire l’espansione economica verso l’Africa ed i paesi orientali attraverso il Mediterraneo ed il Medio-oriente ————- questo incontro con i Sindaci deve essere un cammino da iniziare con la società e la forza della loro esperienza e competenza; non da persone sedute alla partenza a guardare ed esprimere opinioni sul modo di porre i blocchi di partenza ———– Severino C.

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