Laboratorio PMI: Ribadire la necessità di un “Industrial Compact” a livello europeo

Small_Business_ACTMettere al centro delle iniziative per le MPMI l’applicazione allargata delle raccomandazioni contenute nello SBA (Small Business Act) e ribadire la necessità di un “Industrial Compact” a livello europeo.

Il pensiero fondamentale che guida lo SBA è “think first small” cioè innanzitutto pensare al piccolo (e non pensare in piccolo, come vorrebbero alcune capziose traduzioni). “Think first small”deve diventare un orientamento culturale, ma anche,e soprattutto un insieme di concrete misure di intervento, tanto più in una fase di grave difficoltà economica, che potrebbe minare profondamente la tenuta dei sistemi produttivi e quindi dei sistemi economici e sociali. I temi che affronta lo SBA, in sintesi, sono quelli della semplificazione, della capitalizzazione delle imprese, del credito, del sostegno alla crescita dimensionale, ed alle aggregazioni tra imprese, della trasformazione delle sfide ambientali in prioritarie opportunità per l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. Rendere facile la vita a chi vuole iniziare una nuova attività economica, semplificare gli iter amministrativi, riorganizzare le pubbliche amministrazioni in funzione delle imprese, sostenere l’idea che fare impresa è un aspetto positivo, che deve essere vissuto con orgoglio e con il sostegno sociale adeguato, sono alcuni degli indirizzi prioritari dello SBA. Esso si articola in una serie di dieci principi guida che di seguito riporto per titoli,
I principi guida sono:
1. Dare vita ad un contesto in cui imprenditori ed imprese famigliari possano prosperare in modo gratificante e valorizzante lo spirito imprenditoriale;
2. Far sì che gli imprenditori onesti e che abbiano sperimentato l’insolvenza ottengano una seconda possibilità;
3. Formulare regole conformi al principio “think first small”;
4. Rendere le pubbliche amministrazioni permeabili alle esigenze delle PMI;
5. Adeguare l’intervento politico pubblico alle esigenze delle PMI: facilitare la partecipazione delle PMI agli appalti pubblici ed usare meglio la possibilità degli aiuti di stato per le PMI;
6. Agevolare l’accesso delle PMI al credito e sviluppare un contesto giuridico ed economico che favorisca la puntualità dei pagamenti nelle transazioni commerciali;
7. Aiutare le PMI a beneficiare delle opportunità offerte dal Mercato Unico;
8. Promuovere l’aggiornamento delle competenze delle PMI e l’accessibilità ad ogni forma di innovazione;
9. Permettere alle PMI di trasformare le sfide ambientali in opportunità
10. Incoraggiare e sostenere le PMI perché beneficino della crescita e dell’espansione dei mercati.
Questo elenco se declinato sulla realtà italiana sembra un “libro dei sogni”, pur tuttavia alcune iniziative sono state già state avviate a scala nazionale e in poche regioni (Lombardia, Marche, etc..)

La proposta è di estendere l’applicazione dei principi dello SBA ai diversi contesti regionali, in modo capillare ed efficace, al fine di avviare un effetto leva positivo per la competitività delle nostre MPMI.

Un altro elemento di grande importanza, in termini di politica industriale, è rappresentato dal rimettere al centro dell’agenda europea la proposta di un “industrial compact” .
L’ Industrial Compact, che sarebbe sintetizzato nel target (volenteroso) del 20% del GDP industriale della UE nel 2020, come è noto l’Italia è ancora uno dei paesi a maggiore tasso di presenza dell’industria in Europa. Ma la grande crisi ha avuto effetti particolarmente pesanti, segnando una diminuzione del GDP manifatturiero da una quota del totale italiano intorno al 18,5% nel 2007 al 16,5% nel 2012; nel Sud si passa dall’11,2% al 9,2% con riduzioni fortissime dell’occupazione e ancora più degli investimentii. Questo è il risultato degli effetti della grande crisi e di fenomeni di trend (la crescita dei servizi), ma anche della continuazione del declino della presenza occupazionale dei sistemi di grande impresa nel paese e delle difficoltà di adattamento alla concorrenza internazionale in vari sistemi distrettuali – che pure nel complesso salvaguardano importanti presidi industriali insieme alle medie imprese del quarto capitalismo con radici locali e proiezioni internazionali.
Si può pensare, per l’industria italiana di oggi, una prospettiva nel segno dell’ Industrial compact? – magari poi arriverà anche il nuovo “rinascimento”, per ora ci accontenteremmo della “rinascita” intesa come radicamento di rinnovate e nuove capacità di fare industria e come recupero dell’occupazione di qualità (manifatturiera, artigiana, e dei servizi avanzati collegati) nei territori del paese; e non solo per la tenuta di centri sempre più isolati di eccellenza industriale e urbana ereditati dalla ricchezza di fattori locali del passato e sopravvissuti alla debolezza del “sistema Italia”.
Ancora poco più di un anno fa, a Bruxelles si discuteva di industrial compact, di politica industriale europea, non per nostalgia di dirigismo ma per trovare un insieme coerente di politiche comuni e approcci convergenti in grado di modernizzare il sistema Europa mettendolo al passo con la realtà globale e fargli recuperare crescita, lavoro e competitività internazionale. Ricerca, innovazione tecnologica ed ecologica, regole della concorrenza e aiuti di Stato, politica commerciale, fiscale, investimenti, sburocratizzazione, deregolamentazione: alcune delle variabili della nuova equazione in cantiere.
Dodici mesi dopo, con l’arrivo della nuova Commissione Juncker, perfino il concetto sembra sparito dai radar di Bruxelles.
Esempio: crisi della siderurgia. In ottobre, tra soffocanti vincoli energetici e ambientali, sovracapacità produttiva e raddoppio in due anni dell’export cinese, l’Europa ha perso 5.000 posti di lavoro.

Il tempo non gioca a nostro favore, quindi, richiedere a gran voce che l’Europa rimetta al centro del proprio agire una politica industriale di cui l’ industrial compact può essere un buon esempio da seguire.

Luciano Consolati
responsabile nazionale Laboratorio Politiche di sviluppo delle PMI