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Laboratorio Politiche di sviluppo delle PMI

Le PMI: lo scenario
Un sistema formato da 4.460.891 imprese strutturalmente composto da milioni di micro e piccole imprese (4.241.809 micro e 193.605 piccole imprese: il 99,4% del totale delle imprese italiane ha meno di 49 addetti di cui il 95,2% ha meno di 9 addetti) capillarmente diffuso su tutto il territorio nazionale;

  • – Con una dimensione media più piccola in tutti i settori rispetto alla media europea: 4 addetti contro la media europea di 6,2 addetti; nel manifatturiero il confronto è dato tra i 9 addetti dell’Italia e i 14,6 addetti nell’Ue27;
  • – Una piccole dimensione che in molti casi risulta essere una “barriera all’entrata” ai processi di internazionalizzazione/innovazione;
  • – Spesso sottocapitalizzate per circa 200 miliardi di euro (Banca d’Italia – Relazione Annuale 2014) e con problemi di trasmissione/successione di impresa (circa 600mila imprese nei prossimi anni dovranno affrontare questo problema) dovuti anche all’alta età media degli imprenditori (più della metà dei nostri imprenditori ha più di 65 anni).

– Evoluzione, crisi, riposizionamento.

Le PMI, dopo la crisi del fordismo della grande impresa (anni Settanta) si sono rapidamente sviluppate utilizzando un capitale intellettuale (conoscenze) e relazionale (reti) disponibile a costo zero, nei territori. Grazie alla prossimità, le neo-imprese hanno “catturato” dalle altre le conoscenze disponibili, copiando, imitando o comprando le stesse macchine, facendo gli stessi prodotti, rivolgendosi agli stessi specialisti. Oltre a rubarsi i lavoratori qualificati in modo che il sapere dell’uno diventasse in poco tempo il sapere degli altri. Lo hanno fatto perché si amavano? Neanche per sogno: soltanto era un sapere non difendibile. Troppo vicino e troppo legato all’esperienza per 2 escludere altri che vivono nello stesso luogo e fanno lo stesso mestiere. Lo stesso si può dire per il capitale relazionale (le reti). Non c’era bisogno di costruire reti di approvvigionamento per incontrare fornitori che hanno la fabbrica o il magazzino al di là della strada. E non c’è bisogno di ricorrere a marchi o a costose reti di vendita per convincere il cliente – che sta a due passi – di quello che so fare. E del fatto che si può fidare. Il sistema locale è cresciuto intorno a questo nucleo di conoscenze e reti che sono diventate il “capitale sociale” dei vari distretti: un polo di attrazione che giustifica non solo la localizzazione nel sistema distrettuale, ma anche la continua nascita di nuove imprese. Poi sono arrivati i “cinesi” (nel senso di turchi, romeni, tunisini, russi, indiani, e anche alcuni cinesi) e tutto è cambiato. Perché c’è un unico modo di reggere alla concorrenza di chi compra le tue stesse macchine e copia i tuoi stessi prodotti, avendo un vantaggio invincibile dal lato del costo del lavoro (e altri costi ambientali): bisogna disporre di conoscenze originali e di reti esclusive, in modo da compensare lo svantaggio di essere diventati ormai un paese high cost. Bisogna dunque fare investimenti importanti, e a rischio, per sviluppare nuove competenze esclusive: ma quelli che lo fanno scoprono ben presto che, una volta sviluppata ad alto costo una competenza distintiva in un campo particolare, non basta venderla ai clienti che si trovano nel mercato nazionale. Probabilmente, se la competenza è molto specializzata, sono troppo pochi. Bisogna allora guardare al mercato grande, oltre i confini locali e nazionali. Ecco da dove nascono le reti: la conoscenza che costa ha bisogno di grandi circuiti di approvvigionamento, applicazione e vendita. Questo cambiamento a due facce (più investimenti in conoscenza, più reti) non significa la morte dei sistemi locali di produzione, ma la sua evoluzione. Le aziende saranno meno uguali di prima, ma potranno imparare a rendere complementari le loro differenze. Sempre che i vecchi fornitori locali capiscano per tempo che cosa serve ai committenti di oggi, locali e globali, facendo anche loro un passo avanti.

Partendo da queste considerazioni, il Lab che si propone si dovrà occupare di alcune tematiche centrali come:

a) L’Innovazione come strumento competitivo.

Per le PMI, l’innovazione rappresenta non tanto una scelta quanto un “must”. Il tema centrale che si evidenzia è rappresentato dalla necessità di favorire un più intenso incontro tra domanda e offerta di innovazione. Partendo dal presupposto che l’innovazione tecnologica, è uno dei fattori più importanti nella strategia competitiva delle imprese, si tratta di affrontare il problema che con più frequenza viene evidenziato come critico per le stesse, cioè il rapporto con gli Enti e i soggetti deputati all’offerta di innovazione/trasferimento tecnologico.

b) L’internazionalizzazione.

Parlando di internazionalizzazione per le PMI si deve partire dal presupposto che ormai da tempo la nostra economia si basa su un modello organizzativo di filiera, anche i distretti, si sono trasformati in filiere multi localizzate, con Reti che si propagano a scala internazionale verso monte (tecnologia, approvvigionamenti, lavorazioni conto terzi) e verso valle (distribuzione, servizi al cliente). L’estensione e l’efficacia delle reti che allacciano i diversi specialisti delle filiere produttive è un elemento fondamentale del vantaggio competitivo,. Più ampia e ramificata è la rete della forniture e maggiori sono le economie di specializzazione e di scala che ciascun utilizzatore può trarre dall’uso di materiali, componenti, macchine, lavorazioni conto terzi, competenze, servizi provenienti da tale bacino. Più ampio e ramificato è il sistema della distribuzione e vendita a cui ci si appoggia, e maggiore è la quantità e qualità dei clienti a cui si possono offrire le proprie competenze, i propri prodotti, i propri servizi. In questo quadro l’elemento cruciale, quindi, è la capacità di spostare l’asse dell’attenzione del processo di internazionalizzazione dal livello della singola impresa (nelle relazioni con altre imprese e nei loro 4 processi decisionali) al livello della rete o delle filiere multi localizzate. Ciò significa pensare a progetti di internazionalizzazione più complessi e duraturi e che coinvolgano una pluralità di imprese ed altre organizzazioni ed istituzioni pubbliche di supporto;

c) risorse umane e formazione.

le piccole imprese, fondano la loro prosperità su due fattori critici di successo come la professionalità diffusa e lo spirito imprenditoriale. Un elemento imprescindibile che ha favorito lo sviluppo di queste tipologie d’imprese è stata la cultura materiale che le caratterizza e che ha come principio ispiratore il lavoro. A questo proposito appare determinante il ruolo della formazione, a tutti i livelli, sia alla scala della singola impresa che alla scala del mercato del lavoro locale e quindi del territorio visto come contesto formativo. Formazione e capitale umano quindi sono il binomio sui cui puntare per rilanciare in avanti le sfide che le piccole imprese stanno raccogliendo nei nuovi contesti competitivi, il capitale umano perciò diventa il principale asset delle aziende ed il suo livello di qualificazione rappresenta la vera differenziazione tra le stesse.

La dimensione d’impresa e i modelli di aggregazione.

Tutte queste tematiche ci rimandano alla necessità di affrontare il problema della limitata dimensione di impresa, che risulta essere propedeutico e trasversale ad ogni iniziativa di policy e il suo superamento costituisce una precondizione allo sviluppo delle nostre imprese. Partendo da queste considerazioni, il “modello rete” è stato individuato come il modello organizzativo tra quelli maggiormente rispondenti alle esigenze delle nostre piccole imprese che potesse più facilmente favorire il superamento delle carenze strutturali presenti nel sistema produttivo

La novità sulle reti di impresa/clusters.

Generalmente la legge arriva a ratificare sul piano formale sistemi di relazione che emergono, nei fatti, in modo informale o sotto altro nome. É già accaduto con i distretti, che sono stati ignorati dalla legge (e dall’accademia) quando erano in pieno sviluppo, e sono stati “riconosciuti” ufficialmente quando ormai erano arrivati alla maturità, e pericolosamente vicini al limite fisiologico del loro ciclo di crescita. Le reti (di fatto) nascono come sistemi di divisione del lavoro cognitivo, tra partner che stabiliscono tra loro un rapporto stabile e affidabile, che si riproduce nel corso del tempo. Quando ce la fanno ad emergere e a resistere, le reti hanno due grandi vantaggi. Prima di tutto, permettono alle parti la reciproca specializzazione e dunque economie di scala nella produzione e nell’uso della conoscenza. In secondo luogo permettono di ampliare il bacino di uso e dunque il valore delle buone idee, che, appoggiandosi alle reti, possono scavalcare i confini aziendali, locali, settoriali. Le reti (di diritto), secondo la nuova normativa, sono libere associazioni di imprese che si mettono insieme per realizzare il progetto o per qualche altro scopo condiviso. Il contratto di rete, in altri termini, potrà definire diritti e obblighi tra le parti, in funzione dello scopo, ma potrà anche essere soggetto giuridico riconosciuto rispetto ai terzi e alla pubblica amministrazione, compreso quella fiscale. Con quali conseguenze? Adesso che le reti sono state giuridicamente riconosciute – accanto ai distretti – c’è da aspettarsi che la politica industriale possa favorire in qualche modo l’aggregazione a rete tra imprese insieme a quelle per distretti (ossia per luoghi specializzati in un particolare settore). Le reti possono essere interne ai distretti, ma anche trans-distrettuali. O meglio possono prendere forma in modo trans-locale e trans-settoriale. In questo potrebbero diventare complementari ai distretti, si spera non concorrenti (nella ricerca di fondi pubblici). In generale non c’è però da aspettarsi grandissime novità dal riconoscimento giuridico delle reti, anche se ovviamente il contratto di rete può servire per rendere più diretti e garantiti i rapporti tra imprese che si specializzano a vicenda e condividono progetti o conoscenze. 6 Questi sono i principali temi su cui si può focalizzare l’attività del Lab, temi che vanno declinati nei diversi contesti regionali, nazionali ed europei.

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