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Processi

La redazione IDV

Sentenza L'Aquila. Maghi invece che scienziati

Sulla sentenza del tribunale dell'Aquila che ha condannato i componenti della Commissione Grandi Rischi relativamente al loro comportamento prima del terremoto che ha colpito il capoluogo abruzzese nel 2009, è in corso una campagna di disinformazione, "asservita e di parte",
 
Fabio Evangelisti

Con i Pm di Palermo per la verità

 Ho firmato la petizione promossa dal Fatto quotidiano a sostegno della Procura di Palermo. In una fase storica importante come questa, in cui siamo chiamati a difendere con le unghie e con i denti l'europeismo minacciato dalla crisi economica, l'atteggiamento di chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie non porta da nessuna parte.

Sarà impossibile, domani, sbandierare il vessillo della democrazia, della giustizia, della legalità e della trasparenza se, oggi, non verranno creati i presupposti per andare a fondo e ricostruire la verità giudiziaria sulla trattativa Stato-mafia e sulla stagione dello stragismo degli anni '90 d'altra parte proprio il capo dello Stato ha più e più volte esortato giovani e meno giovani a lavorare senza sosta, e a ogni costo, per la ricerca della verità nelle stragi.

Spero, dunque che il presidente Giorgio Napolitano, con la correttezza che lo contraddistingue possa tornare sui propri passi. A sostegno di questo invito prendo in prestito un passaggio dell'editoriale che l'ex componente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky ha firmato nei giorni scorsi sulle colonne del quotidiano La Repubblica: 'Una cosa è l'ufficialità, dove talora prevale la forza seduttiva di ciò che è stato definito il pericoloso 'plusvalore' di chi dispone dell'autorità; un'altra cosa è l'informalità, dove più spesso si manifesta la sincerità.

Proprio quella sincerità che, in questo momento, farebbe così bene al Paese. Per non lasciare un'ombra sul passato, un punto di domanda sul presente e un'incertezza sul futuro è necessario rispettare (e salvaguardare), prima di tutto l'indipendenza dell'azione giudiziaria, anche, eventualmente, rinunciando a qualche prerogativa.

 
Antonio Di Pietro

Unipol, ho fatto il mio dovere di cittadino

Stamattina sono andato a fare il mio dovere di cittadino e a testimoniare presso il Tribunale di Milano al processo contro Silvio e Paolo Berlusconi per la “fuga di notizie” sull’intercettazione della famosa telefonata Fassino-Consorte in merito alla scalata di Unipol alla Banca nazionale del lavoro.

Il processo nasce da un esposto presentato nell’ottobre 2009 da me alla Procura di Milano, dopo che l’imprenditore Fabrizio Favata era venuto a raccontarmi di aver consegnato la pen-drive con quell’intercettazione direttamente a Silvio Berlusconi, dopo avergliela fatta ascoltare.

Come ho testimoniato oggi in aula, nel secondo incontro, mentre Favata raccontava io “verbalizzavo”, proprio come facevo quando ero magistrato, usando in mancanza di meglio una di quelle tovagliette di carta che nei bar si mettono sotto i bicchieri. Favata si sentiva tradito da Berlusconi che aveva preso il nastro con l’intercettazione ma in cambio non aveva dato nulla e non aveva aiutato l’imprenditore quando questo si era trovato in grossissimi guai economici.

Subito dopo il primo incontro con Favata  io sono corso a riferire quello che mi aveva detto ai magistrati, perché questo era il mio dovere di cittadino e di parlamentare dopo essere venuto a conoscenza di fatti penalmente rilevanti.

Oggi ho scoperto che prima di venire da me, Favata si era rivolto ad altre persone, anche a esponenti politici e rappresentanti delle istituzioni , che invece di fare il loro dovere si erano tappati occhi, orecchie e bocche come le tre scimmiette.

Voglio solo dire che se i cittadini e soprattutto i pubblici ufficiali facessero più spesso quello che devono e denunciassero gli illeciti di cui vengono a conoscenza molti reati verrebbero scoperti prima e moltissimi episodi di malaffare non verrebbero commessi e sconfiggere la corruzione sarebbe infinitamente più facile.

   
La redazione IDV

Crack Parmalat, assolte le 4 banche straniere

Sono state tutte assolte le quattro banche straniere - Bank of America, Citibank, Morgan Stanley e Deutsche Bank – imputate per la legge 231 in relazione al reato di aggiotaggio per il crack della Parmalat. Il tribunale ha assolto con le formule “per non aver commesso il fatto” e “perché il fatto non sussiste” i dirigenti Paolo Botta (Citibank), Giaime Cardi (Credit Suisse), Marco Pracca e Tommaso Zibordi (Deutsche Bank) e Paolo Basso e Carlo Pagliani (Morgan Stanley). Piena assoluzione, dunque, per Bank of America, Citibank, Morgan Stanley e Deutsche Bank.

Una doccia fredda per la pubblica accusa che, con i pm Eugenio Fusco e Carlo Nocerino, aveva chiesto di confiscare ai quatto istituti di credito 120 milioni di euro complessivi, più il pagamento di 900mila euro ciascuno a titolo di risarcimento. Quanto ai funzionari e dirigenti delle banche accusati di aggiotaggio informativo, per loro i pm milanesi avevano chiesto pene comprese tra un anno e un anno e quattro mesi di reclusione, tranne che per Giaime Cardi per la quale era stato chiesto il non doversi procedere per prescrizione.

Il verdetto di oggi è soprattutto un duro colpo per i 40 mila risparmiatori truffati dall’acquisto di bond Parmalat che, nella speranza di ottenere un risarcimento, si erano costituiti parte civile. Dura, infatti, la condanna da parte delle associazioni che difendono i consumatori. “È una vergogna: i magistrati italiani scendono in campo contro processi brevi e prescrizioni, portando in esempio proprio casi come Parmalat, ma appena possono assolvono le banche che hanno venduto carta straccia, dando così torto ai cittadini”, chiosa il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, mentre per il segretario generale di Adiconsum, Pietro Giordano, si tratta di una “scandalosa sentenza che ha assolto banche e dirigenti bancari”.

Sebbene la pronuncia dei giudici di Milano “non convince” Elio Lannutti, presidente di Adusbef (Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi) e senatore dell’Italia dei Valori, va comunque rispettata. “Il timore – aggiunge Lannutti - è di trovarsi ancora una volta, di fronte a giudizi condizionati dalla forza contrattuale dei bankster, che trovano in Italia il Pese di Bengodi, dove banchieri e bancarottieri non pagano mai il conto”.

Anche Antonio Borghesi, vice capogruppo dell'Italia dei valori alla Camera, sottolinea che è necessario rispettare le decisioni della magistratura ma aggiunge: “Non possiamo, tuttavia, non osservare che, per effetto di questa sentenza, emerge ancora di più la responsabilità di Tanzi e degli ex amministratori dell'azienda. È importante ricordare che 40 mila risparmiatori sono stati truffati. Attendiamo comunque - aggiunge Borghesi - un eventuale giudizio d'appello, nel caso in cui il pubblico ministero deciderà di fare ricorso”.

Intanto, è stata fissata per il 2 maggio prossimo la discussione e la sentenza in Cassazione nei confronti di Calisto Tanzi, l’ex patron di Collecchio condannato in primo e secondo grado a 10 anni per aggiotaggio. Se la Suprema Corte dovesse confermare il verdetto, ironia della sorte, l'ex proprietario della Parmalat verrebbe condannato in via definitiva poco prima dello scadere termini di prescrizione.

 
La redazione IDV

Mediatrade: indovina chi viene a processo?

Niente dirette, nessun giornalista in aula, nessun intervento. Quella di stamattina, a Palazzo di Giustizia di Milano, è stata un'udienza tecnica e preliminare, svolta a porte chiuse e finalizzata a stabilire la ‘line’ del processo Mediatrade.

L’eccezionalità dell’evento sta nel fatto che dopo otto anni dalle dichiarazioni spontanee rese al processo Sme il 17 giugno 2003 Silvio Berlusconi è tornato a “concedersi” ai giudici in un processo che lo vede imputato per frode fiscale e appropriazione indebita insieme con il figlio Piersilvio, l'amministratore delegato di Mediaset, Fedele Confalonieri e altre nove persone. La vicenda - arcinota - è quella sui  diritti tv Mediaset, la creatura (imprenditorialmente parlando) prediletta del Cavaliere.

Espletate le formalità, sono state fissate le prossime tre udienze: 4 aprile, 2 e 30 maggio. Il premier non ha rilasciato dichiarazioni, si è limitato ad ascoltare e ha stretto la mano ai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro che rappresentano l'accusa.

 
"Finalmente il presidente del Consiglio  Silvio Berlusconi, come qualsiasi comune cittadino,  si è presentato all'udienza di un suo processo, senza invocare il legittimo impedimento”, ha commentato il presidente del Gruppo Italia dei Valori al Senato, Felice Belisario, che ha aggiunto: ”Peccato però che non sia riuscito ad evitare di lamentarsi attraverso una delle sue televisioni, cosa che a un normale cittadino non è consentito". 

Un evento, quello di oggi, che non ha nulla a che vedere con lo scandalo più recente e per il quale   Berlusconi è indagato per prostituzione minorile e concussione: la prima udienza sul caso Ruby è fissata per il prossimo 6 aprile ed è forse l’appuntamento che il premier teme di più.

Come annunciato, questa mattina al suo arrivo a palazzo di Giustizia, Berlusconi è stato accolto da un gruppetto di sostenitori, ma anche dalle contestazioni - non previste - di diversi attiviste dell’Italia dei valori che lo hanno salutato al grido: "Dimissioni, dimissioni".