Non occorre essere indovini

maxresdefault-1-1Questo articolo lo scrivevo il 7 novembre 2014 e rileggerlo oggi, dopo 6 mesi da allora, nella parte che vi ho segnato in rosso, mi sembra di essere un indovino. Il problema è che io non sono un indovino ma sono una persona esperta di industria e di mercato mentre i politici che ci governano sono totalmente incompetenti e incapaci di agire invece di plaudere ai capitali stranieri, che vengono in Italia per acquistare le nostre aziende e poi chiuderle, dovrebbero curarsi maggiormente del loro futuro cercando in tutti i modi di affiancare gli imprenditori italiani in difficoltà e di ridurre drasticamente il rischio di altre migliaia di disoccupati.

Alessandro Lelli 

Responsabile Nazionale Laboratorio Economia

 

               LA DESERTIFICAZIONE INDUSTRIALE IN ITALIA :

   NON CI SONO PIU’ I CAPITANI CORAGGIOSI MA NEANCHE LO STATO

Le PMI italiane segnano un nuovo record in negativo, quello dei fallimenti. Il 2013 è infatti stato uno dei peggiori negli ultimi anni in termini di differenza tra iscrizioni e cessazioni, nonché in termini di fallimenti che hanno raggiunto quota 15mila unità, oltre 54 al giorno. I settori più colpiti sono l’industria, le costruzioni e i trasporti, indifferentemente dalla forma giuridica (società di capitale, società di persone o altre forme giuridiche). Ma oltre ai fallimenti e alle cessazioni di attività esiste una vasta area di grandi imprese strategiche che stanno scomparendo dal suolo patrio trasformando lentamente ma inesorabilmente il Bel Paese da nazione dove le PMI crescevano e proliferavano all’ombra delle grandi aziende, vedi il grande valore dei distretti industriali, a nazione dove sempre più si riducono gli investimenti in ricerca e sviluppo e in internazionalizzazione che sono i due settori fondamentali per competere nel mercato globale. Ci stiamo lentamente trasformando, dopo aver già perso per strada dal 2008 più del 25% della produzione industriale, in un Paese che, non investendo più sul futuro, lavora conto terzi e sempre più spesso per imprese e imprenditori stranieri che logicamente poi portano gli utili nel Paese in cui hanno la sede fiscale che quasi sempre non è in Italia. Ricordiamoci che le grandi imprese sono indispensabili perché specialmente nei settori strategici e delle nuove tecnologie si giocherà il futuro del mondo e qui solo le grandi imprese internazionali e multinazionali potranno trovare un loro spazio. Sopravviveranno quindi, salvo poche eccezioni, solamente quelle imprese che sapranno giocarsi la supremazia mondiale sulla base di tecnologie e di prodotti altamente innovativi che permetteranno loro di competere a livello globale e di vincere sulla concorrenza che ormai arriva da tutti i continenti. Perché nessuno si fa una semplice domanda : dove sono finiti i capitani coraggiosi che hanno trasformato questo Paese nel dopoguerra da un ammasso di macerie alla seconda potenza industriale europea? Dove sono finiti gli imprenditori che avevano il coraggio di investire tutte le loro risorse nell’azienda e non nella finanza creativa? Dove è finito lo Stato che con l’IRI, almeno nel primo periodo, contribuì alla rinascita dell’Italia? Impariamo a non confondere le buone idee con i molti cialtroni, per non definirli ancora peggio, che hanno poi distrutto anche le idee intelligenti. Uno Stato che intervenga puntualmente quando serve per salvare grandi imprese in difficoltà, sia industriali che bancarie, è uno Stato sano che dopo una gestione di salvataggio, fatta con il capitale umano ai più alti livelli che certamente non manca in Italia, può rimettere sul mercato l’azienda risanata, magari facendoci anche il giusto profitto dopo aver risolto a 360° tutte le problematiche che avevano portato l’azienda in crisi come, e non solo ad esempio, la carenza di infrastrutture e il costo dell’energia. Pensiamo al settore della chimica completamente sparito, della siderurgia (Ilva, Ast Thyssen Krupp, Lucchini), al settore dell’alluminio in Sardegna (Alcoa), alle telecomunicazioni (Telecom, Omnitel, Wind), all’energia (Edison), all’aerospaziale (Fiat Avio), ai trasporti (Alitalia), al settore bancario (MPS) ; inoltre si parla di cedere quote di Enel, Eni, Finmeccanica per fare cassa. Non dimentichiamo neanche il settore dell’automotive (Lamborghini, Ducati e tanti altri marchi gloriosi) e degli elettrodomestici con la crisi che stanno attraversando gruppi come Candy, Elettrolux Italia, Indesit etc. Nel frattempo Whirlpool, che aveva già acquistato il 60% della Indesit dalla famiglia Merloni, ora può lanciare un’Opa per la restante parte del capitale poi, molto probabilmente, ristrutturerà licenziando e pian piano concentrando le produzioni in pochi stabilimenti che quasi certamente non saranno in Italia. Forse vale la pena far notare che quando una azienda straniera compra una azienda e un valido marchio italiano lo fa per uno dei due seguenti motivi : in un mercato in crescita per diventare più forte e presente sul mercato globale aumentando la propria quota di mercato e continuando, anche probabilmente, a produrre in Italia, mentre in un mercato stagnante o in calo per acquisire un marchio e un mercato ma non la capacità produttiva che viene chiusa e concentrata negli altri stabilimenti della società saturandoli e avendo anche vantaggi dall’economia di scala. Ricordo che negli USA Obama, dopo la crisi del 2009, è entrato pesantemente nel capitale delle grandi aziende automobilistiche che, dopo la ristrutturazione, hanno restituito allo Stato il prestito o la quota azionaria con lauti interessi. Ricordo anche che in Francia prima di vendere a gruppi esteri aziende di interesse nazionale occorre il benestare del governo : cosa notevolmente saggia. In effetti in Francia i grandi gruppi prosperano e chissà perché fanno shopping sul mercato italiano avendo acquisito negli ultimi 10 anni grandi ed importanti marchi del made in Italy specialmente nel settore moda e alimentare ma non solo. Qualcuno si è mai posto la domanda del perché queste aziende passate di mano restano attive e continuano a prosperare? Possibile che non si comprenda che nei settori considerati strategici a livello globale possono resistere solo i grandi gruppi? Perché noi non siamo stati capaci di crearli quando era il momento di farli nascere, perché la Francia, ma anche la Spagna, ci sono riuscite? Lascio a voi la risposta ; vi rimando però ad un secondo capitolo di questa tragica soap opera dell’industria italiana e dei capitani non più coraggiosi con la mia prefazione ad un libro molto interessante uscito ad Aprile di quest’anno scritto da Giovanni Esposito e dal titolo “ La storia dell’auto italiana : da Leonardo Da Vinci a Marchionne “.

Alessandro Lelli

Responsabile nazionale laboratorio economia IdV