Martedi, 22 Maggio 2012

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Libertà di Espressione

Informazione. Troppe penne insaguinate, ricordare loro sacrificio

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La redazione IDV

“Ricordiamo con commozione, rispetto e gratitudine tutti i giornalisti assassinati dalle mafie e dal terrorismo solo perché facevano il loro dovere. Il diritto dei cittadini ad essere informati è sacro così come il diritto del giornalista che deve poter raccontare la verità senza minacce o pressioni”.
E’ quanto afferma in una nota il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando, in occasione  della quinta edizione della Giornata della Memoria, dedicata ai giornalisti uccisi da mafie e terrorismo, che quest’anno si celebra a Palermo. “Siamo grati a Mario Francese – prosegue Orlando - a Mauro De Mauro, Carlo Casalegno, Giancarlo Siani, Giuseppe Impastato, Giuseppe Fava, Cosimo Cristina, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano, Walter Tobagi, Giovanni Spampinato, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e a tutti gli altri coraggiosi cronisti che hanno perso la vita per raccontare la verità e per denunciare alla collettività i criminali e il sistema mafioso. Siamo vicini, inoltre, a tutti i giornalisti che vivono blindati, continuamente sotto scorta, perché hanno il coraggio di fare fino in fondo il loro mestiere, perché hanno la schiena dritta e perché non si piegano ai ricatti.
Il Paese non deve dimenticare il loro sacrificio e le istituzioni devono stringersi intorno a coloro che, con la loro penna, aiutano le forze dell’ordine a catturare i delinquenti". “Sono troppe le penne insanguinate rimaste a terra nel corso di questi anni e noi siamo fieri di ognuna di loro perché, con il loro sacrificio, hanno scritto delle pagine di speranza, di democrazia e di lotta civile, incitando e ispirando i colleghi più giovani a seguire la loro strada e il loro esempio”, conclude

Quella volta che Pardi fece ‘impazzire’ Rosi Mauro (video)

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La redazione IDV
Nel 2010 le grane giudiziarie sull'uso dei soldi dei rimborsi elettorali e tangenti che stanno interessando in questi giorni la Lega nord e che hanno portato alle dimissioni di Umberto Bossi da segretario del partito e a quelle del figlio Renzo da consigliere regionale della Lombardia erano ancora lontane. Eppure la leghista Rosy Mauro, vicepresidente del Senato, anche lei, pare, pesantemente coinvolta nelle inchieste delle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria, era già molto nervosa.  Che presagisse lo tsunami giudiziario che sarebbe arrivato poco più di un anno dopo? Va a saperlo… Sta di fatto che il 21 dicembre 2010, mentre in Senato si discuteva il disegno di legge Gelmini sulle norme in materia di organizzazione delle università, di personalità accademico e reclutamento, lei, alle proteste del senatore dell'Italia dei Valori, Pancho Pardi, reagiva in maniera a dir poco esagerata .

Col senno di prima

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La redazione IDV

Sempreché sia vero che il governo ha fatto retromarcia sulla cosiddetta “riforma” dell’art. 18, è soltanto grazie alla Fiom, alla Cgil, all’Idv, a Sel, a un paio di programmi televisivi (tra cui Servizio Pubblico) e a un altro paio di giornali (tra cui Il Fatto), che hanno costretto Bersani a mettersi di traverso, sebbene l’ala confindustriale del Pd non ne volesse proprio sapere.
In assenza di queste poche voci libere che fanno stecca nel coro del pensiero unico, il governo Monti sarebbe andato avanti come un caterpillar, spianando i diritti dei lavoratori e regalando un’altra arma di ricatto agli imprenditori.
È una buona notizia, perché dimostra che nulla è ineluttabile, nemmeno dinanzi al sacro totem del “ce lo chiede l’Europa”. Quando pezzi importanti di società civile trovano un canale per manifestare visibilmente il proprio malcontento, lorsignori sono costretti a tenerne conto, anche se dispongono della più bulgara maggioranza politica, culturale e mediatica dai tempi del fascismo.
Ma a questo punto qualche domanda si impone. Se, salvo trucchetti dell’ultim’ora, il governo ripristina la possibilità di reintegro giudiziario contro ogni tipo di licenziamento, compreso quello giustificato o mascherato da motivi economici, e cioè tutto torna come prima, che la fanno a fare la riforma dell’articolo 18? E, se Monti dice la verità quando afferma che la retromarcia non inficia la portata “storica” della riforma, perché per ottenerla ci son voluti tre mesi di braccio di ferro con Fiom e Cgil, scioperi generali, mobilitazioni di migliaia di lavoratori? Se, nonostante il ritorno al reintegro, la riforma rimane storica, europea, foriera di formidabili investimenti esteri, sviluppo, lavoro e crescita, perché il governo
voleva abolire il reintegro, giurando che reinserirlo avrebbe fatto infuriare l’Europa, la Bce, i mercati, lo spread, dimostrando che “il Paese non è pronto per le riforme”, impedendo al governo di salvare l’Italia e causandone la caduta?
Delle due l’una: o Monti e madama Fornero mentivano ieri sulla riforma prendere-o-lasciare, oppure mentono oggi sulla riforma lasciata. È importante saperlo, in vista delle “riforme” prossime venture: anch’esse saranno giustificate con l’Europa, i Mercati, lo Spread, lo Sviluppo, il Salva-Italia. Ma non è detto, anzi la parabola dell’art. 18 lo farebbe escludere, che sia sempre tutto vero.
I giornali, sull’art. 18, si erano divisi. Il Fatto e il manifesto chiedevano la possibilità di reintegro giudiziario sempre e comunque, per ogni tipo di licenziamento. Su Repubblica lo scrivevano Mauro e Giannini, ma non Scalfari, convinto che Monti sia Cavour reincarnato e dunque attestato sull’irrilevanza dell’art. 18. Corriere, Stampa, Messaggero, Sole 24 Ore, Giornale, Libero, Tempo e Foglio erano invece spalmati sulla linea dura di Monti&Fornero prima della cura.
Ora è comprensibile che la stampa berlusconiana schiumi di rabbia per la ritirata sul reintegro (“Monti cala le brache”, titolano in stereo Sallusti e Belpietro). Ma è stravagante la posizione del Corriere: gli andava bene la riforma senza reintegro, gli va bene la riforma col reintegro. Ma come: i pompieri della sera non ci avevano spiegato che chi voleva il reintegro era un pericoloso sovversivo, un residuato bellico da rottamare, un nemico del riformismo e del cambiamento?
Viene in mente il caso del Tav Torino-Lione: grandi partiti e grandi giornali plaudivano al primo progetto da 25 miliardi, ora plaudono al secondo da 5-8 (low cost). Ma, se si è passati dal primo al secondo (entrambi inutili, ma almeno si risparmia), è solo grazie alle lotte del movimento No Tav, sempre dipinto come un ferrovecchio passatista e allergico al nuovo che avanza, anche quando diceva del tracciato A le stesse cose che oggi dicono i tifosi del tracciato B. Sull’art. 18, sul Tav, sulla corruzione e su tutte le questioni cruciali, la grande politica e la grande stampa non ne hanno mai azzeccata una, però seguitano a insegnarci a vivere. Come cantava De André, “la gente dà buoni consigli se non può dare cattivo esempio”.

Marco Travaglio - da Il Fatto Quotidiano

Lavoro, scenderemo in piazza e resisteremo in Parlamento

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La redazione IDV

Diretta Twitter con Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi oggi su questo sito. Un'occasione per parlare di lavoro e della riforma che il governo intende portare in parlamento anche senza l'accordo con le parti sociali. Tema scottante, perché le problematiche del lavoro, l'articolo 18, gli ammortizzatori sociali, sono tutte questioni molto tangibili che influiscono in maniera determinate sulla vita delle persone e sono da sempre in cima alla lista degli impegni dell'Italia dei Valori.

"Per Vietnam intendiamo resistenza democratica alla sopraffazione di un governo a prevalenza banchieri", mentre "si ignorano i lavoratori", chiarisce Di Pietro rispondendo alle domande e alle osservazioni dei twitter. Usare parole come Vietnam, argomenta il leader IdV "è un linguaggio adeguato alla violenza che si consuma contro lavoratori, precari e pensionati. Questa - sottolinea - è resistenza democratica". Per questo, "scenderemo in piazza accanto ai lavoratori e resisteremo in parlamento".

Nella discussione spazio anche un po' di sana ironia sui parlamentari: "Mandarli a lavorare in molti casi farebbe fallire le aziende".
Poi una proposta: "Applichiamo legge Fornero al Parlamento...", ma anche un deciso no all'uso della violenza perché, sottolineano Di Pietro e il responsabile lavoro e welfare del partito Maurizio Zipponi, "i lavoratori hanno solo da perdere da atti violenti e tutto da guadagnare con una resistenza democratica e pacifica".
Ecco, ha ribadito Di Pietro, "noi vogliamo una resistenza pacifica ma determinata a difesa dei più deboli".

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, 18 anni dopo

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La redazione IDV

ilaria-alpi-hrovatin_1 Diciotto anni fa a Mogadiscio venivano assassinati la giornalista italiana Ilaria Alpie il suo operatore Milan Hrovatin. Facevano il loro lavoro di giornalisti sul serio: non limitandosi a descrivere la superficie della cose ma andando a cercare verità scomode, anche a rischio della propria vita. Dopo diciotto anni ancora non sappiamo cosa avessero scoperto e per proteggere quale altarino siano stati uccisi. Coperti dal muro di gomma dell’omertà, gli esecutori e i mandanti di quel barbaro delitto non sono ancora stati consegnati alla giustizia. L’Italia dei Valori vuole oggi ricordarli con commozione e rispetto, ma anche ribadire che chi sa e continua a tacere porta sulla coscienza il peso di una colpa enorme.

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