Con la fiducia moltiplicata per quattro sul mercato del lavoro e con l'ultima menzogna sulla risoluzione imminente della tragedia degli esodati, che in verità il ministro Fornero non ha la minima idea di come affrontare, arriva a compimento la parabola del governo dei professori.
“Abbiamo fatto quello che chiede l'Europa”, ripete da sei mesi Mario Monti. Non è del tutto vero, il suo governo ha fatto solo la parte peggiore di quello che chiedeva la peggior parte dell'Europa, ma passi. Il punto dolente è che questo governo non ha fatto nulla di quello che chiede l'Italia, anzi di cui l'Italia ha bisogno come dell'aria e dell'acqua.
In sei mesi il governo ha bloccato milioni di pensionamenti, tassato la prima casa, cancellato il diritto a non essere licenziati a piacimento dal datore di lavoro, paralizzato il turn over costringendo almeno 800mila giovani a restare prigionieri della precarietà. In compenso non ha fatto nulla a favore della produzione reale, non ha incentivato in alcun modo lo sviluppo, non ha liberalizzato niente, non ha tagliato i costi della politica né gli sprechi della casta, non ha neppure provato a sfoltire i legacci della burocrazia, che sono il peggior nemico della crescita, ha varato leggi che di nome sono contro la corruzione e di fatto la agevolano.
Il bilancio si commenta da sé, ed è molto simile a quello dei governi della destra. Non si tratta di una coincidenza ma, da un lato, di una affinità profonda tra questo governo e le politiche fallimentari della destra europea e, dall'altro, del condizionamento stringente che il partito di Berlusconi esercita sulle scelte dell'esecutivo.
Ma l'aspetto per certi versi più inquietante di questa panoramica è che tutte queste leggi, quelle che hanno colpito a fondo i poveracci e quelle che hanno fatto il solletico ai privilegiati, sono state approvate col voto determinante del Pd, cioè del partito cardine del centrosinistra. Quello che più di ogni altro dovrebbe incarnare l'alternativa alle politiche della destra e dunque a quelle stesse leggi del governo Monti che invece ha votato una via l'altra quasi senza batter ciglio.
Tutto ciò pone problemi seri e interrogativi gravi. Un Pd la cui proposta rischia di diventare indistinguibile in termini di alternativa, riuscirà davvero, nell'arco dei prossimi mesi, a mantenere un consenso tale da vincere le elezioni? Non è affatto detto, dal momento che i cittadini italiani hanno già dimostrato di non votare più per partito preso e appartenenza ideologica ma sulla base dell'offerta concreta e dei propri legittimi interessi.
E ancora, se anche vincesse di misura le elezioni e riuscisse a formare una maggioranza parlamentare grazie non a un reale consenso maggioritario ma al premio di maggioranza garantito dal porcellum, quante chances avrebbe poi di garantire stabilità e addirittura indirizzare il paese verso la necessari alternativa?
Non sono domande retoriche, sia chiaro. Sono questioni reali che non si può evitare di porsi, senza avere in tasca una risposta preconfezionata, di qui alle prossime elezioni. Che potrebbero svolgersi in due scenari molto diversi.
Il primo è una precipitazione a breve e conseguente voto anticipato in autunno. In quel caso le primarie non ci sarebbero più o al massimo si risolverebbero in una resa dei conti all'interno del Pd. Il discrimine, almeno per quanto riguarda l'Italia dei Valori, sarebbe in questo caso esclusivamente programmatico. La possibilità di dar vita a una coalizione di centrosinistra dipenderebbe non da trecento ma da tre elementi chiave: una politica priva di ogni ambiguità in difesa della legalità, a partire dal ripristino pieno del falso in bilancio; una strategia di sviluppo fondata sul rispetto dei beni pubblici, sull'uso crescente delle energie alternative e sullo sfruttamento virtuoso del nostro patrimonio turistico e culturale; politiche del lavoro che perseguano davvero l'obiettivo che Monti continuamente cita e altrettanto spesso tradisce, il far uscire cioè i giovani dal precariato e i lavoratori tutti dalla completa assenza di diritti nella quale sono stati precipitati.
Se invece, come è più probabile, le elezioni arriveranno a scadenza naturale della legislatura, in primavera, allora le primarie di coalizione potranno essere davvero l'occasione per avviare una dinamica vera di partecipazione diretta e protagonismo dal basso. Non solo sui nomi dei candidati ma, ben prima, sui programmi e sulle scelte politiche. E' da questo piano che deve discendere l'indicazione del candidato e non il contrario, come ci ha abituati purtroppo a credere la lunga egemonia del berlusconismo.
Anche in questo caso, però, per l'Italia dei Valori sarebbe imprescindibile la chiarezza su quei tre elementi discriminanti di cui sopra. Perché solo mettendoli immediatamente in campo come pietra angolare di qualsiasi programma si darà una risposta positiva e rassicurante, non per noi ma per milioni di cittadini ed elettori, alle domande e ai dubbi che la permanenza del Pd nella maggioranza a sostegno di Monti e delle sue politiche ha posto. E dalla linea che il Pd assumerà su quei tre punti dipenderà la presenza alle prossime elezioni di due schieramenti elettorali, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, oppure di tre, uno di centrodestra, uno centrato sul Pd e difficilmente distinguibile dall'altro e uno composto da tutte le forze che vogliono davvero un'alternativa in Italia e per l'Italia.
Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 29 giugno 2012




