Le sorti del governo Letta dipendono dalle elezioni. Quelle tedesche, non quelle italiane. Per fare anche solo una parte delle cose che ha promesso nel discorso alle camere, il presidente del consiglio ha bisogno che l’Europa accetti di allentare i vincoli del patto di stabilità, sottraendo le spese per innovazione, ricerca e progettazione, grandi infrastrutture e sviluppo del Mezzogiorno, dal calcolo del rapporto deficit/pil. Però perché l’Europa dia una risposta su questa richiesta, senza la quale il governo italiano non ha alcuna possibilità di intervento, bisognerà aspettare che la Germania prenda una posizione chiara, e ciò avverrà solo dopo le elezioni d’autunno. Sino a quel momento Letta sarà costretto a traccheggiare, rinviare e navigare sotto costa. Come del resto sta già facendo. Il punto dolente è che le condizioni della nostra economia reale richiedono invece tempi molto più rapidi, ed è questa la vera difficoltà in cui si dibatte e continuerà a dibattersi il governo. In primo luogo, infatti, le aziende in maggiore difficoltà sono quelle che più hanno investito in innovazione (cioè si sono indebitate col sistema bancario), dunque le più preziose in una prospettiva strategica, e che ora avrebbero bisogno come dell’aria e dell’acqua di una tempestiva riapertura del credito. In secondo luogo, le aziende che costituiscono i nostri principali asset strategici sul piano dell’innovazione, prima fra tutte il settore civile di Finmeccanica (energia, rinnovabili, treni, metropolitane, ecc…), sono esposte al massimo rischio di acquisizione da parte delle aziende estere concorrenti, in particolare Ansaldo Energia di Genova da parte della tedesca Siemens che la trasformerebbe in un reparto decentrato della casa madre tedesca, distruggendo il patrimonio ingegneristico e di progettazione che oggi ha Ansaldo, azienda che tuttora guadagna fior di soldi. Le acquisizioni non sono certo per spirito altruista ma perché hanno tutto l’interesse ad accaparrarsi ora che è possibile la tecnologia italiana, il mercato italiano, il saper fare dei nostri migliori tecnici. Il crollo delle aziende che più hanno investito nell’innovazione e la svendita degli asset strategici civili equivarrebbe a smantellare i motori che possono permettere all’Italia di agganciare la ripresa se e quando, appunto dopo il voto in Germania, sarà sciolto il nodo dei vincoli di bilancio. In questa oggettivamente difficile situazione, il governo può fare comunque alcune cose. La prima è bloccare subito il piano industriale di Finmeccanica che prevede, con evidente tendenza suicida, proprio la vendita delle sue aziende più all’avanguardia, tra cui STS, Ansaldo Energia e Ansaldo Breda. La seconda è smettere di scommettere sul settore della difesa statunitense, come è stato fatto finora nonostante i ripetuti insuccessi, cedendo quella azienda, puntando invece, da subito, sul settore civile, che è quello nel presente più redditizio e in prospettiva di più vitale importanza. I tempi della Germania sono quelli che sono. Ma limitandosi ad aspettarli mettendo in fila una serie di dichiarazioni vuote e di falsi movimenti per l’Italia sarebbe come condannarsi a morte.
Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 17 maggio 2013