Il gravissimo problema della poverta’ in Italia

lelliNelle ultime elezioni europee si promisero gli ormai famosi 80 € a 10 milioni di italiani che comunque avevano già un reddito che, anche se non elevato, era comunque superiore a quello dei cosiddetti incapienti e a quello di moltissimi pensionati.Questi 80 € equivalgono nel 2016 a circa 10 miliardi di spesa. Ora, visto che ci sono tantissime persone in povertà nel nostro Paese, come dimostrerò qui di seguito, perché non indirizzarli nella legge di stabilità a queste categorie molto più bisognose invece che spendere per misure di solidarietà solo 1 miliardo? Se infatti consideriamo, ad esempio, i 10 milioni di pensionati che prendono un assegno mensile netto inferiore ai 1000 € e interveniamo su di loro con solo 1 miliardo eroghiamo 8 € netti mese a ciascuno di loro : vi sembra dignitoso?? Basterebbe solo guardare la tabella a pag 109 del rapporto Inps 2014 (di cui parlo più in dettaglio in seguito) per capire che il 65% dei pensionati sono sotto ai 1000 € netti mese e che sono 10.300.000 persone. Se avrete la pazienza di leggere questo documento comprenderete molto di più sulla nostra situazione e sulla povertà che grava come un macigno sul nostro Paese ma forse vi sto chiedendo troppo.

DEFINIZIONE DI POVERTA’ RELATIVA E DI POVERTA’ ASSOLUTA

LA POVERTÀ RELATIVA

Povertà relativa è la misura di povertà adottata come standard di riferimento dall’Unione Europea. Sono “relativamente poveri” gli individui il cui reddito è inferiore a una frazione del reddito medio o mediano della popolazione di riferimento. Secondo Eurostat, sono povere tutte le famiglie il cui reddito (per adulto equivalente) è inferiore al 60 per cento del reddito mediano.Le variazioni dell’incidenza della povertà relativa, ossia della quota di individui poveri sul totale della popolazione, dipendono quindi non solo dall’eventuale peggioramento (o miglioramento) delle condizioni di vita delle famiglie prossime alla soglia di povertà, ma anche da variazioni del reddito medio nazionale. Paradossalmente, se il reddito di tutte le famiglie italiane aumentasse nella stessa proporzione, la povertà relativa rimarrebbe invariata in quanto aumenterebbe, della stessa proporzione, anche la soglia di povertà. Nel caso di aumenti di reddito più che proporzionali per le famiglie più ricche, la povertà relativa subirebbe addirittura un incremento.

LA POVERTÀ ASSOLUTA

La misura di povertà assoluta, adottata per esempio da Stati Uniti, Canada e dalla Banca Mondiale, si basa su di una soglia non direttamente legata alla distribuzione dei redditi familiari. La soglia assoluta è, infatti, identificata dal valore di un paniere di beni e servizi ritenuti essenziali nel contesto sociale di riferimento. La composizione e il valore del paniere mutano ovviamente nel tempo, ma non in ragione della variazione del reddito medio nazionale, quanto piuttosto della variazioni dei prezzi, delle preferenze individuali e sociali e della struttura socio-demografica. L’adozione di una misura di “povertà assoluta” non implica, quindi, l’utilizzo di un paniere immutabile nel tempo, quanto piuttosto di una soglia che non dipende direttamente dalle condizioni di vita “degli altri”.L’incidenza della povertà assoluta rappresenta perciò un indicatore genuino di povertà, nettamente distinto dalle misure di disuguaglianza.

DATI ISTAT 2013

La povertà in Italia

Nel 2013, il 12,6% delle famiglie è in condizione di povertà relativa (per un totale di 3 milioni 230 mila) e il 7,9% lo è in termini assoluti (2 milioni 28 mila). Le persone in povertà relativa sono il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone), quelle in povertà assoluta il 9,9% (6 milioni 20 mila). FACCIO LA SOMMA : 12,6 +7,9 = 20,5% DI FAMIGLIE E LE PERSONE 16,6 +9,9 =26,5%. Tra il 2012 e il 2013, l’incidenza di povertà relativa tra le famiglie è stabile

(dal 12,7 al 12,6%) in tutte le ripartizioni territoriali; la soglia di povertà relativa, pari a 972,52 euro per una famiglia di due componenti, è di circa 18 euro inferiore (-1,9%) al valore della soglia del 2012. L’incidenza di povertà assoluta è aumentata dal 6,8% al 7,9% (per effetto dell’aumento nel Mezzogiorno, dal 9,8 al 12,6%), coinvolgendo circa 303 mila famiglie e 1 milione 206 mila persone in più rispetto all’anno precedente. La povertà assoluta aumenta tra le famiglie con tre (dal 6,6 all’8,3%), quattro (dall’8,3 all’11,8%) e cinque o più componenti (dal 17,2 al 22,1%). Peggiora la condizione delle coppie con figli: dal 5,9 al 7,5% se il figlio è uno solo, dal 7,8 al 10,9% se sono due e dal 16,2 al 21,3% se i figli sono tre o più, soprattutto se almeno un figlio è minore. Nel 2013, 1 milione 434 mila minori sono poveri in termini assoluti (erano 1 milione 58 mila nel 2012). L’incidenza della povertà assoluta cresce tra le famiglie con persona di riferimento con titolo di studio medio-basso (dal 9,3 all’11,1% se con licenza media inferiore, dal 10 al 12,1% se con al massimo la licenza elementare), operaia (dal 9,4 all’11,8%) o in cerca di occupazione (dal 23,6 al 28%); aumenta anche tra le coppie di anziani (dal 4 al 6,1%) e tra le famiglie con almeno due anziani (dal 5,1 al 7,4%): i poveri assoluti tra gli ultrasessantacinquenni sono 888 mila (erano 728 mila nel 2012). Nel Mezzogiorno, all’aumento dell’incidenza della povertà assoluta (circa 725 mila poveri in più, arrivando a 3 milioni 72 mila persone), si accompagna un aumento dell’intensità della povertà relativa, dal 21,4 al 23,5%. Le dinamiche della povertà relativa confermano alcuni dei peggioramenti osservati per la povertà assoluta: peggiora la condizione delle famiglie con quattro (dal 18,1 al 21,7%) e cinque o più componenti (dal 30,2 al 34,6%), in particolare quella delle coppie con due figli (dal 17,4 al 20,4%), soprattutto se minori (dal 20,1 al 23,1%). Ai suddetti peggioramenti, in termini di povertà relativa si contrappone il miglioramento della condizione dei single non anziani nel Nord (l’incidenza passa dal 2,6 all’1,1%, in particolare se con meno di 35 anni), seppur a seguito del ritorno nella famiglia di origine o della mancata formazione di una nuova famiglia da parte dei giovani in condizioni economiche meno buone. Nel Mezzogiorno, invece, migliora la condizione delle coppie con un solo figlio (dal 31,3 al 26,9%), con a capo un dirigente o un impiegato (dal 16,4 al 13,6%), che tuttavia rimangono su livelli di incidenza superiori a quelli osservati nel 2011.

QUESTI NUMERI SIGNIFICANO CHE UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE ITALIANA E’ IN POVERTA’ ASSOLUTA E RELATIVA : 26,5%

DATI ISTAT 2014

La povertà in Italia

Le stime diffuse in questo Report provengono dall’Indagine sulle spese delle famiglie che ha sostituito la precedente Indagine sui consumi. Le modifiche sostanziali introdotte hanno reso necessario ricostruire le serie storiche dei principali indicatori a partire dal 1997; i confronti temporali possono essere effettuati esclusivamente con i dati in serie storica allegati e non con quelli precedentemente pubblicati. Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) è in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente). FACCIO LA SOMMA : 5,7 +10,3 (vedi sotto in rosso) = 16,0% DI FAMIGLIE E LE PERSONE 6,8 +12,9 (vedi sotto in rosso) = 19,7%. Dopo due anni di aumento, l’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile; considerando l’errore campionario, il calo rispetto al 2013 del numero di famiglie e di individui in condizioni di povertà assoluta (pari al 6,3% e al 7,3% rispettivamente), non è statisticamente significativo (ovvero non può essere considerato diverso da zero). La povertà assoluta è sostanzialmente stabile anche sul territorio, si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno. Migliora la situazione delle coppie con figli (tra quelle che ne hanno due l’incidenza di povertà assoluta passa dall’8,6% al 5,9%), e delle famiglie con a capo una persona tra i 45 e i 54 anni (dal 7,4% al 6%); la povertà assoluta diminuisce anche tra le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 23,7% al 16,2%), a seguito del fatto che più spesso, rispetto al 2013, queste famiglie hanno al proprio interno occupati o ritirati dal lavoro. Nonostante il calo (dal 12,1 al 9,2%), la povertà assoluta rimane quasi doppia nei piccoli comuni del Mezzogiorno rispetto a quella rilevata nelle aree metropolitane della stessa ripartizione (5,8%). Il contrario accade al Nord, dove la povertà assoluta è più elevata nelle aree metropolitane (7,4%) rispetto ai restanti comuni (3,2% tra i grandi, 3,9% tra i piccoli). Tra le famiglie con stranieri la povertà assoluta è più diffusa che nelle famiglie composte solamente da italiani: dal 4,3% di queste ultime (in leggero miglioramento rispetto al 5,1% del 2013) al 12,9% per le famiglie miste fino al 23,4% per quelle composte da soli stranieri. Al Nord e al Centro la povertà tra le famiglie di stranieri è di oltre 6 volte superiore a quella delle famiglie di soli italiani, nel Mezzogiorno è circa tripla. L’incidenza di povertà assoluta scende

all’aumentare del titolo di studio: se la persona di riferimento è almeno diplomata, l’incidenza (3,2%) è quasi un terzo di quella rilevata per chi ha la licenza elementare (8,4%). Inoltre, la povertà assoluta riguarda in misura marginale le famiglie con a capo imprenditori, liberi professionisti o dirigenti (l’incidenza è inferiore al 2%), si mantiene al di sotto della media tra le famiglie di ritirati dal lavoro (4,4%), sale al 9,7% tra le famiglie di operai per raggiungere il valore massimo tra quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (16,2%). Come quella assoluta, la povertà relativa risulta stabile e coinvolge, nel 2014, il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone. Anche per la povertà relativa si conferma la stabilità, rispetto all’anno precedente, rilevata per la povertà assoluta nelle ripartizioni geografiche e il miglioramento della condizione delle famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (l’incidenza della povertà relativa passa dal 32,3% al 23,9%) o residenti nei piccoli comuni del Mezzogiorno (dal 25,8% al 23,7%); in quest’ultimo caso il miglioramento si contrappone al leggero peggioramento registrato nei grandi comuni rispetto all’anno precedente (dal 16,3% al 19,8%).

QUESTI NUMERI SIGNIFICANO CHE UN QUINTO DELLA POPOLAZIONE ITALIANA E’ IN POVERTA’ ASSOLUTA E RELATIVA : 19,7% ANCHE SE COME SI DICE SOPRA SI CONFERMA LA STABILITA’ RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE 2013

DATI INPS 2014

Vi chiedo di analizzare sul web il documento “8 luglio relazione Boeri” di poche slide . Guardate con attenzione la slide n 3 (povertà) ma anche le altre che ci danno una visione, a volte molto distorta, dell’efficienza della nostra PA. Nel documento molto più corposo della” relazione Inps 2014”, sempre sul web, prendete almeno visione della figura 1.1 e 1.2 e quanto scritto nelle pagine 13 e 14 che comunque riporto qui di seguito, anche se vi consiglierei di leggere almeno fino a pag. 24.

PAG 13

La principale conseguenza di un tale fenomeno è stata il forte aumento dell’intensità della povertà ( qui si parla di quella assoluta solamente), che tra il 2008 ed il 2013 ha subito un aumento di più del 20% (per la precisione è il 28%), passando dal 5,5% al 7% sull’intera popolazione. Nonostante ciò, gli indicatori di diseguaglianza e povertà più comunemente impiegati a livello europeo difficilmente catturano queste dinamiche. Ad esempio, l’indice di diseguaglianza di Gini tra il 2008 e il 2013 è aumentato poco meno del 5% (da 0,311 a 0,324 per cento) mentre l’indice di diffusione della povertà relativa Eurostat è passato dal 18,6 al 19,6 per cento, entrambe variazioni poco o per niente significative al netto dell’errore campionario. Degli indici di povertà e diseguaglianza che colgano al meglio le dinamiche di cui sopra devono necessariamente tenere in considerazione due aspetti: la caduta generalizzata del reddito disponibile delle famiglie e, allo stesso tempo, il progressivo e sostenuto impoverimento reale del ceto meno abbiente della popolazione. La figura 1.2 presenta l’evoluzione temporale di due indici che tengono in considerazione entrambi questi aspetti: il primo, l’indice di diseguaglianza GE2, è molto sensibile a quanto avviene nella parte bassa della distribuzione dei redditi, mentre il secondo, l’indice di povertà PR08, è pari all’indice di povertà relativa impiegato dall’Eurostat (ovvero il numero di poveri rispetto al totale della popolazione) ma con un reddito di riferimento (al di sotto del quale si è considerati poveri) tenuto costante ai valori del 2008 (l’anno immediatamente prima quello della crisi) ed aggiornato annualmente solo rispetto all’inflazione. Si tratta dunque di un indicatore simile ad un indice di povertà assoluta, volto cioè a misurare il fabbisogno minimo di risorse necessarie a condurre una vita dignitosa, a prescindere dall’evoluzione complessiva dei redditi della popolazione. Il quadro che emerge impiegando questi indici segnala una situazione sociale in progressivo peggioramento: la quota di persone povere secondo l’indice PR08 è aumentata significativamente, passando in soli 6 anni dal 18 al 25 per cento della popolazione, ovvero da 11 a 15 milioni. Allo stesso tempo, la diseguaglianza dei redditi è cresciuta a tassi sostenuti, con un incremento dell’indice pari al 39% tra il 2008 e il 2013 (da 0,21 nel 2008 a 0,32 nel 2013).

PAG.14

Le figure 1.1 e 1.2 delineano un quadro sostanzialmente in linea con la percezione comune sulla entità della crisi che ha attraversato l’economia italiana: non solo il numero di poveri è aumentato drasticamente ma il loro reddito disponibile si è ridotto in termini reali di quasi il 30 per cento, un valore molto più alto rispetto al resto della popolazione. Gli effetti di una caduta cosi accentuata dei redditi sulle condizioni di vita delle fasce più deboli della popolazione ha prodotto certamente un peggioramento significativo delle loro condizioni di vita quotidiana. La figura 1.3 sintetizza questo aspetto mediante la scomposizione dell’indice Eurostat di grave deprivazione materiale

(linea tratteggiata). L’indice è basato su una batteria di nove sub-indicatori di deprivazione materiale ed una famiglia è considerata in stato di grave deprivazione se quattro o più indicatori sono positivi. Tale indice, presentato in figura per il solo sotto-campione di famiglie povere (identificate mediante la linea fissa al 2008), era pari al 24 per cento nel 2008 (l’anno base in figura 1.3) ed è aumentato significativamente dal 2011 in poi. Nel 2013 l’aumento rispetto al 2008 è stato di ben 8 punti percentuali, dal 24 al 32 per cento ed indica che ormai un terzo dei poveri in Italia si trova in una condizione di grave deprivazione materiale.

Alessandro Lelli
Responsabile Nazionale Laboratorio Economia IdV