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L'Aquila

Carlo Costantini

L'Aquila tre anni dopo

Non ha torto chi racconta che L'Aquila è rimasta ferma al 6 aprile 2009.
Il centro della città, in particolare, non da ancora segni di vita e riporta indietro la memoria a tre anni fa.
Quello che, però, non si può raccontare è ciò che non si vede: il dolore degli aquilani non si vede; la paura di non farcela a restare non si vede.

E quello che non si vede rischia, purtroppo, di pesare sulle prospettive di rinascita più di ogni altra cosa.
In fondo questo è il primo effetto della sfida, persa, della ricostruzione immateriale, che a L'Aquila non è mai partita.
Sono partiti i cantieri in periferia, alcune opere pubbliche, qualche intervento sulla viabilità; ma non è partita la ricostruzione dei valori e degli ideali che tengono insieme una comunità; una comunità che oggi sembra essersi smarrita.
Lo confermano anche i toni e gli argomenti della campagna elettorale per le elezioni del prossimo Sindaco, appena iniziata.

Tutti motivatamente divisi e ciò nonostante tutti rigorosamente impegnati ad utilizzare gli stessi identici argomenti per la ricerca del consenso.
Tra questi spicca quello della difesa dell'aquilanità da pericoli che vengono appositamente evocati per alimentare un senso di paura; con la speranza che, proprio per la paura di perdere tutto o anche solo qualcosa, gli aquilani votino il più aquilano degli aquilani.

Fin qui nulla di grave, se non fosse che mentre si confligge sul grado di aquilanità, chi deve fare affari, dentro e fuori le istituzioni, continua a farli come se nulla fosse.
E gli affari, in una comunità che non è ancora riuscita a ritrovare se stessa, esaltano l'interesse individuale e lo pongono stabilmente al primo posto, distruggendo o comunque indebolendo sensibilmente la voglia di perseguire l'interesse generale, nella illusione che in fondo possa esserci  sempre qualcun altro ad occuparsene al posto tuo.
Troppi a pensare al recinto delle proprie competenze; troppo pochi a pensare con sincerità cosa fare per guidare una comunità così provata dal dolore del terremoto.

Le responsabilità?
Di tutti, equamente ripartite.
Del livello comunale che, indebolito dal trauma, ha detto si a tutto quello che il governo gli ha proposto.
Del livello regionale, che non ha mosso un dito, anche in termini di semplice produzione legislativa, pensando di poter governare tutti i processi con le ordinanze del Presidente di Regione-Commissario alla ricostruzione.
Del livello statale, l'unico che ha saputo decidere; ma anche quello che ha fatto i maggiori danni, illudendo il mondo intero che tutto fosse ormai risolto.

Il consuntivo di questi tre anni?
Negativo, sulla base di tutti gli indicatori.

Le soluzioni?
Iniziare da ciò che serve a tutti, anche se ritarda la realizzazione di una singola aspettative individuale: perché la sommatoria di qualche migliaia di aspettative individuali porterà L'Aquila alla rovina una seconda volta, mentre l'energia di un progetto moderno ed innovativo di Città e la spinta collettiva di tutti i cittadini porterà L'Aquila definitivamente in Europa.

 
La redazione IDV

Là dove volano le anime

Il reportage dall'Aquila a due anni dal terremoto che il 6 aprile 2009, alle ore 3:32 distrusse il capoluogo abruzzese e molti centri dell'hinterland, e provocò la morte di 309 persone, tra le quali molti ragazzi che in quel momento si trovavano nella casa dello studente.

E', anche, la storia di una ricostruzione mancata, e del più grande spot pubblicitario di Berlusconi e del suo governo. La storia di una città ferita da un evento naturale e tenuta in agonia dalla volontà di una classe politica che mira a trarre il massimo ritorno d'immagine dalle sofferenze di un'intera comunità, e il più alto profitto economico, per se e i soliti amici, da quello che al momento è il più grande cantiere aperto d'Europa.

E', anche, la storia di centinaia di donne e uomini che chiedono giustizia: mamme, padri, sorelle e fratelli che hanno perso i propri cari, a l'Aquila come a Viareggio, a Livorno come a Torino, e non accettano di condannarli ad un oblio senza ragione. 

E', anche, la storia di migliaia di vite spostate, separate, sospese tra una sistemazione provvisoria e l'attesa di tornare ai perduti colori. L'attesa di riappropriarsi di quei luoghi dell'anima che sono la propria casa, la propria strada, la propria città. L'Aquila.

Danilo Sinibaldi

   
La redazione IDV

L'Aquila 6 aprile 2009, h 3:32

 

A due anni dalla disastrosa scossa che alle 3:32 del 6 aprile 2009 distrusse L’Aquila e i centri limitrofi, sono tanti i minori che non hanno ancora superato quel trauma. Lo rivela uno studio che Save the Children ha presentato nel capoluogo abruzzese. Secondo questa ricerca, oltre il 5% dei bambini aquilani dai 3 ai 14 anni presenta tuttora disturbi legati all'ansia, come mancanza d'attenzione e lamentele somatiche, ed oltre il 7% dei ragazzi dai 6 ai 14 anni soffre di sindrome post traumatica da stress. 

Ma questa è solo una delle gravi conseguenze del terremoto, perché a 24 mesi di distanza i problemi sul tappeto sono ancora tanti. Troppi. Dopo la sceneggiata degli appartamenti del progetto C.A.S.E. costruiti in tempi (e a costi) record e consegnati a suon di spot in alta definizione da Berlusconi in persona, sono ancora 37.733 le persone assistite. Circa 23mila risiedono in alloggi provvisori (Map); 13 mila sono beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione (200 euro al mese a testa) e 1.328 sono ancora in strutture ricettive e nelle caserme della regione.

Il centro storico dell’Aquila è un tuffo al cuore, un pugno che ferisce: l’anima stessa della città è stata violata prima dalla furia cieca della natura, poi dalla trascuratezza della politica, dagli interessi degli speculatori di tragedie e dalla pochezza degli uomini. Quel fermento culturale e sociale che caratterizzava una delle città più vive del centro Italia, si è perso tra le macerie e i tubi innocenti che sorreggono i palazzi pericolanti, le chiese orrendamente sfigurate, le strade - sulle quali si affacciavano gli eleganti caffè, i teatri, le biblioteche - ora non più percorribili. Così come i portici sotto i quali scorreva la vita, i sogni, i desideri di migliaia di studenti universitari: circa 27mila, ora ridotti a meno di 23mila nonostante l’azzeramento delle tasse universitarie. Tutto off limits: un divieto d’accesso alla vita e, allo stato attuale, anche alla rinascita.

Una rinascita bloccata dalla burocrazia dei politici che impedisce, ad esempio a chi vuole ricostruire la propria casa, di avere i finanziamenti in tempi ragionevoli; dai mancati controlli; da chi gonfia i progetti per speculare sulla ricostruzione; dalla malavita organizzata che, prima assente dal tessuto economico e sociale della zona, come testimoniano numerose inchieste si sta ora infiltrando nell’imponente business della ricostruzione.
Un esempio: la città è al momento il più grande cantiere d’Europa, una manna per le numerose imprese edili della zona che invece sono in crisi, superate nell’assegnazione degli appalti da aziende provenienti da fuori regione (dal Nord e dal Sud), con metodi e garanzie tutti da verificare.

La rinascita della città e dell’hinterland passa anche, e soprattutto, per la ripresa dell’economia: dalla riapertura delle oltre 1.200 piccole aziende e imprese artigianali che operavano nel centro storico ed erano una delle grandi risorse dell’Aquila, al rilancio del sistema universitario che, grazie soprattutto ai fuorisede, generava un flusso finanziario vicino ai 230 milioni di euro all'anno e che ora è ridotto al lumicino.
La disoccupazione picchia duro. Se prima del sisma era al 7,5% ora è all’11, ma questo dato non tiene conto dei lavoratori in cassa integrazione o in mobilità. La crescita del Pil, infine, rasenta lo zero, proprio come le promesse mantenute che Berlusconi e il suo governo hanno fatto agli aquilani.

Danilo Sinibaldi

 

 

 

 

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