
L'Aquila tre anni dopo
Il centro della città, in particolare, non da ancora segni di vita e riporta indietro la memoria a tre anni fa.
Quello che, però, non si può raccontare è ciò che non si vede: il dolore degli aquilani non si vede; la paura di non farcela a restare non si vede.
E quello che non si vede rischia, purtroppo, di pesare sulle prospettive di rinascita più di ogni altra cosa.
In fondo questo è il primo effetto della sfida, persa, della ricostruzione immateriale, che a L'Aquila non è mai partita.
Sono partiti i cantieri in periferia, alcune opere pubbliche, qualche intervento sulla viabilità; ma non è partita la ricostruzione dei valori e degli ideali che tengono insieme una comunità; una comunità che oggi sembra essersi smarrita.
Lo confermano anche i toni e gli argomenti della campagna elettorale per le elezioni del prossimo Sindaco, appena iniziata.
Tutti motivatamente divisi e ciò nonostante tutti rigorosamente impegnati ad utilizzare gli stessi identici argomenti per la ricerca del consenso.
Tra questi spicca quello della difesa dell'aquilanità da pericoli che vengono appositamente evocati per alimentare un senso di paura; con la speranza che, proprio per la paura di perdere tutto o anche solo qualcosa, gli aquilani votino il più aquilano degli aquilani.
Fin qui nulla di grave, se non fosse che mentre si confligge sul grado di aquilanità, chi deve fare affari, dentro e fuori le istituzioni, continua a farli come se nulla fosse.
E gli affari, in una comunità che non è ancora riuscita a ritrovare se stessa, esaltano l'interesse individuale e lo pongono stabilmente al primo posto, distruggendo o comunque indebolendo sensibilmente la voglia di perseguire l'interesse generale, nella illusione che in fondo possa esserci sempre qualcun altro ad occuparsene al posto tuo.
Troppi a pensare al recinto delle proprie competenze; troppo pochi a pensare con sincerità cosa fare per guidare una comunità così provata dal dolore del terremoto.
Le responsabilità?
Di tutti, equamente ripartite.
Del livello comunale che, indebolito dal trauma, ha detto si a tutto quello che il governo gli ha proposto.
Del livello regionale, che non ha mosso un dito, anche in termini di semplice produzione legislativa, pensando di poter governare tutti i processi con le ordinanze del Presidente di Regione-Commissario alla ricostruzione.
Del livello statale, l'unico che ha saputo decidere; ma anche quello che ha fatto i maggiori danni, illudendo il mondo intero che tutto fosse ormai risolto.
Il consuntivo di questi tre anni?
Negativo, sulla base di tutti gli indicatori.
Le soluzioni?
Iniziare da ciò che serve a tutti, anche se ritarda la realizzazione di una singola aspettative individuale: perché la sommatoria di qualche migliaia di aspettative individuali porterà L'Aquila alla rovina una seconda volta, mentre l'energia di un progetto moderno ed innovativo di Città e la spinta collettiva di tutti i cittadini porterà L'Aquila definitivamente in Europa.





