
“La data simbolo di Mani Pulite l’ho stabilita io. Dopo la denuncia di Magni, con i carabinieri organizzammo la trappola ai danni di Chiesa e, per essere sicuro che il fascicolo sarebbe finito nelle mie mani, fui io a dire a Magni che la finta tangente avrebbe dovuto consegnargliela proprio il 17 febbraio, giorno in cui sarei stato certamente di turno”. E’ quanto afferma il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, in un’intervista pubblicata dal Quotidiano nazionale. “Avevo capito che il sistema era marcio – prosegue Di Pietro - e che non poteva reggere a lungo. E infatti quando, ben prima dell’arresto, Mario Chiesa querelò per diffamazione il giornalista Nino Leoni che sul ‘Giorno’ aveva scritto una bella inchiesta sul Pio Albergo Trivulzio, le confesso che indagai più sull’ipotesi di calunnia che su quella di diffamazione”. Secondo Di Pietro “a scavare la fossa a Mario Chiesa fu Luca Magni, l’imprenditore che, stanco di pagare tangenti per ottenere l’appalto di pulizia, venne da me a denunciare tutto”. Alla domanda se il pool di Mani Pulite si sentiva investito di una missione salvifica, il leader dell’IdV, risponde in modo chiaro: “No, affatto, pensavamo solo a fare il nostro mestiere e a svolgere l’attività giudiziaria dovuta. E, infatti, Davigo non ha mai pronunciato le parole: “Rovesceremo l’Italia come un calzino”, è stato un giornalista a mettergliele in bocca». Quando Bettino Craxi intervenne alla Camera per denunciare il sistema di finanziamento della politica, l’ex magistrato pensò “che s’era fregato con le sue stesse mani: per me quella era soltanto una confessione e, infatti, gliela feci ripetere in aula durante il processo”. A chi gli chiede se ha mai avuto l’impressione di essere stato strumentalizzato da qualche potere, Di Pietro, risponde: “No, mai. Mentre ho una montagna di documenti che provano i depistaggi e i tentativi di metterci a tacere o screditarci”.







