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Economia e Lavoro

Maurizio Zipponi

Come si colonizza un continente

Dal quadro europeo sul piano politico, finanziario e sociale, così come lo hanno disegnato le decisioni della Bce, emerge chiarissimo un dato: il modello europeo di stato sociale deve essere smantellato perché è un lusso non più sostenibile nella guerra commerciale internazionale tra sistemi. Per “sistemi” intendo quello tradizionale americano, quello europeo, quello cinese a cui aggiungo l’India e i paesi dell’America Latina.

Tutti questi sistemi hanno infatti in comune un fattore, tranne l’Europa. Per essi lo stato sociale – scuola sanità e previdenza – sono varianti della concorrenza, non sono punti di partenza stabili, fissi. In Europa invece lo stato sociale è stato sia punto di partenza che modello sociale.

Dal momento in cui l’Europa consegna le decisioni fondamentali – sulla moneta, sul fondo salva stati, sul fiscal compact e sul pareggio di bilancio – alla Bce, ecco che inizia lo smantellamento dello stato sociale. Lo abbiamo avuto e lo abbiamo sotto gli occhi: è uno smantellamento sistematico che avviene con operazioni di macelleria sociale senza tregua. Ma se sotto gli occhi avessimo anche come conseguenza di ciò la conquista di mercati, l’imposizione di prodotti, la nascita di nuove multinazionali… Be’, resteremmo ferocemente oppositori di questo nuovo modello ma potremmo riconoscere che ha una logica. Non è così. Anzi, è esattamente l’opposto. L’Europa azzera se stessa, rinuncia al proprio modello per esporre i propri gioielli, soprattutto la manifattura di qualità all’assalto di quelle multinazionali che attraverso gli stati sovrani agiscono una enorme disponibilità di denaro e acquistano marchi, filiere di distribuzione, del cibo, dell’energia, del gas, settori fondamentali dello sviluppo mondiale, quei settori che si occupano di costruire nuova mobilità nel mondo, che acquistano la tecnologia delle nuove autostrade informatiche. In una parola: comprano il futuro.

In buona sostanza invece l’Europa si apre ad un processo di colonizzazione, priva dell’orgoglio di affermarsi come modello originale in grado di coniugare mercato e solidarietà. L’Europa è nuda. Ed è il più ricco mercato del mondo, un bottino ricchissimo che oggi vediamo preda di banchieri che in stile Chicago Boys e in perfetta buona fede fanno affermazioni per le quali a casa loro verrebbero arrestati. Ci sono state le prime reazioni: le elezioni in Francia e la vittoria di Hollande con un programma teso a recuperare l’orgoglio europeo; l’annuncio in Germania di aumenti salariali per i lavoratori tedeschi che li garantiscano dall’inflazione; il voto in Grecia che chiaramente esprime radicale disaccordo sull’applicazione delle ricette della Bce. E l’Italia? L’Italia che ha nel governo Monti la massima espressione della volontà di smantellamento europeo dello stato sociale, che con la riforma del mercato del lavoro ha demolito la protezione dell’articolo 18, abbattuto le pensioni, tassato il bene comune prima casa, che sta per aumentare ancora l’Iva, ha di fatto compiuto il lavoro sporco che gli era stato assegnato. Ora dovrebbe cambiare politica economica e rastrellare i soldi per programmare un intervento pubblico nell’economia, ma non lo vuol fare perché non corrisponde alla dottrina economica che considera lo Stato il nemico. Anzi, ha appena annunciato che sostiene la cessione da parte di Finmeccanica di asset industriali  strategici come Ansaldo Breda, Sts, (quindi treni, metropolitane e tutto ciò che riguarda il trasporto pubblico) a Ansaldo energia (che riguarda la sfida industriale per creare energia a basso costo). Questi settori verranno semplicemente consegnati alla concorrenza che fa capo a centri finanziari internazionali.

Come si fa a non chiedersi perché agiscono così? Hanno solo un approccio sbagliato perché antico e ormai desueto negli stessi Usa o agiscono in base a interessi diversi da quelli nazionali? Propendo per la seconda ipotesi ma la vera domanda è: come reagire? Ecco, penso che non è il momento dei giri di parole ma quello in cui bisogna essere netti: l’Europa deve avere un Parlamento, un governo e un leader che siano eletti dai popoli. E’ necessario spostare il potere dalla Bce alla democrazia e ai popoli perché se questo viene negato e si rafforza ancora l’oligopolio dei banchieri ci avviciniamo molto al rischio fascismo.

Ogni paese deve riflettere sul senso dell’Europa a cui si consegna. E deve decidere se vuole demolire l’Europa dei banchieri per costruire quella dei popoli.

Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 18 maggio 2012

 
La redazione IDV

Vergogne d'Italia: metà dei pensionati sotto i mille euro

Un Paese alla fame, sull'orlo della disperazione. Come si fa a vivere con mille euro al mese? Peggio, come si può vivere con meno di 500?
Eppure la metà dei pensionati italiani è costretta in queste condizioni.

A certificare che l'Italia, oltre ad essere un Paese di poeti, santi e navigatori, è anche la patria di veri e propri equilibristi della sopravvivenza, sono i dati diffusi dall'Istat e riferiti al 2010.
Da qui si apprende che 7,6 milioni di pensionati, il 45,4% del totale, hanno percepito assegni mensili inferiori ai mille euro. Mentre 2,4 milioni di questi (il 14,4%) non superano i 500 euro. E le donne sono le più penalizzate.

“Ogni giorno arrivano nuovi dati a confermare l’errore clamoroso che ha fatto il governo Monti ad intervenire sul sistema pensionistico con un metodo estremista”. E' il commento del responsabile lavoro e welfare dell’Italia dei Valori, Maurizio Zipponi. “I dati sulle pensioni diffusi oggi dall’Istat, infatti, si uniscono a quelli di ieri dell’Inps sull’allungamento medio dell’età pensionabile di un anno.

A questo si aggiunge anche il blocco previsto da Monti, a fine 2011, delle pensioni delle donne e di quelle di anzianità che avranno una media lavorativa aggiuntiva di 2 o 3 anni. Questo esecutivo - sottolinea Zipponi - ha generato, contemporaneamente, una drastica riduzione dei consumi per milioni di famiglie e, fino al 2014, la mancata assunzione di circa 800mila giovani, che avrebbero sostituto quanti sarebbero dovuti andare in pensione. Tutto questo nonostante il sistema pensionistico italiano sia in equilibrio fino al 2050. Utilizzare i pensionati come dei bancomat è stata la cosa più facile ma, per l’economia, è una delle conseguenze peggiori dell’azione dei nostri famosi tecnici”.

   
La redazione IDV

Monti ha fatto spread

Ieri è stata un'altra giornata nera per i mercati finanziari europei e, in particolare, per la borsa di Milano (la peggiore d'Europa) che ha perso il 3,8%. Proseguendo così una scia ribassista che dura ormai da giorni.

Segno che la finanza che conta - quella che muove i grandi capitali e determina i flussi finanziari a livello globale - non si fida più dell'operato del nostro governo.
Segno che, a meno di un'inversione di tendenza clamorosa, la luna di miele tra Mario Monti e i grandi investitori internazionali è arrivata (purtroppo) al capolinea.

Lo dimostra l'andamento dello spread, il differenziale tra i nostri Btp e i bund decennali tedeschi, che è tornato abbondantemente sopra quota 400 punti base, cioè quasi ai livelli di fine impero Berlusconi, quando la fiducia verso il nostro Paese era ridotta ai minimi termini.

Colpa della debolezza di alcune economie europee e dell'incertezza politica determinata dalle elezioni in Francia e dalla caduta del governo Olandese? In parte probabilmente sì, ma crediamo che le cause siano soprattutto interne e riconducibili alle misure inique e recessive prese da un governo troppo ligio ai dic tac di Berlino.
L'Italia non è la Germania e ciò che funziona in Baviera può rivelarsi fallimentare in Lombardia. Servono quindi provvedimenti che valorizzino le specificità e i (tanti) punti di forza del nostro sistema produttivo. Non è inchinandoci alla Merkel che usciremo dal tunnel.

Il rigore, pur necessario, se eccessivo diventa controproducente. Soprattutto quando (lo hanno sottolineato la Corte dei Conti e la Banca d'Italia), come nel caso dell'Italia, si traduce in una tassazione insostenibile per il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione, mentre lascia praticamente intonsi i grandi capitali. Se poi si declina in servizi più cari, in una perdita progressiva di capacità di spesa per le famiglie, e a questo si aggiungono le pesanti ripercussioni che la crisi sta avendo sull'occupazione, il quadro è drammaticamente completo.

Tutto questo si chiama recessione. E non se ne esce demolendo l'articolo 18 oppure facendo lievitare le entrate dello Stato attraverso nuove tasse, ma agevolando il credito per le aziende e defiscalizzando il lavoro. Solo ridando slancio all'occupazione e aumentando il potere d'acquisto delle famiglie si possono far tornare a crescere i consumi e si può far ripartire il volano dell'economia.

   
La redazione IDV

Fermo amministrativo anche su auto da rottamare

Pensioni e stipendi più bassi, bollette sempre più care, Iva alle stelle, tasse a livelli mai visti. Qualcuno ha deciso che a sopportare il peso maggiore della crisi che stiamo vivendo debbano essere soprattutto le categorie di italiani più svantaggiate. Quelle che, non avendo altre risorse (né santi in paradiso), soffrono maggiormente di questa situazione e si indebitano sempre di più, anche nei confronti della pubblica amministrazione per sanzioni, multe, tasse e imposte non pagate.

Tutto questo trova conferma da un’analisi commissionata dallo  'Sportello dei Diritti' sulla percentuale di auto pronte per essere radiate dal PRA che hanno cessato di circolare e quelle che se pur rottamate non sono state cancellate dal pubblico registro automobilistico a causa dell’iscrizione del fermo amministrativo.
Ad evidenziare che su cento auto in questione verificate, su ben dieci è risultata l’apposizione della sanzione accessoria è Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale ‘Tutela del Consumatore’ di Italia dei Valori e fondatore dello 'Sportello dei Diritti'.
Come è noto, infatti, il fermo amministrativo (atto definito dall' articolo 86 del D.P.R. n. 602 del 1973) è una sanzione accessoria prevista dal codice della strada (articoli 213, 214 Nuovo Codice della strada) per determinate violazioni in aggiunta alla pena pecuniaria, e che ha effetti sullo status giuridico del bene che risulta non più autorizzato alla circolazione.
Si pensi, ma non tutti lo sanno e continuano a circolare spensierati, che nel caso in cui  si venisse fermati a condurre un veicolo che soggiace al suddetto gravame s’incorrerebbe in una ammenda fino a 2.628,15 euro e alla confisca immediata del mezzo.
Inoltre, il DPR 602 del 1973 ha consentito ai concessionari dell’esazione per lo Stato e le pubbliche amministrazioni l’introduzione dello stesso quale forma di riscossione coattiva, qualora non fosse possibile il pignoramento da parte dell'ente creditore. Successivamente con l'articolo 3 della legge n.248 del dicembre 2005 è stato reso l'atto preliminare per l'espropriazione forzata da parte del concessionario della riscossione dei tributi, le cosiddette ganasce fiscali. Il provvedimento è stato reso esecutivo dalla legge finanziaria per il 2006.
In virtù della citata normativa, Equitalia, il “famigerato” concessionario della riscossione che opera per conto dell'Agenzia delle Entrate, dell'Inps, dell'Inail, della Camera di commercio, e fino a gennaio anche per i comuni, ecc., ha la facoltà in caso di mancato pagamento delle cartelle esattoriali, entro 60 giorni dalla notifica, di inviare  successivamente un preavviso di 20 giorni al contribuente moroso, con il quale lo si avverte che in caso di mancato pagamento l'autovettura (o qualsiasi altro bene registrato) indicata nel provvedimento di fermo non potrà più circolare, pena sanzioni e mancata validità dell'assicurazione RCA.

   
La redazione IDV

Uomo-donna, la 'Giornata europea per la parità retributiva'

Oggi 5 marzo è la giornata europea dedicata alla parità retributiva tra uomo e donna. Con questa iniziativa, giunta alla seconda edizione, la Commissione Europea intende sensibilizzare il pubblico sulle disparità retributive che ancora persistono all'interno della UE a favore dei lavoratori maschi. Basti pensare che gli ultimi dati del 2010, indicano un divario retributivo medio nell'Unione del 16,4% e confermano una leggera tendenza al ribasso rispetto al 17% circa degli anni precedenti. Il tasso varia dal 2% circa in Polonia a oltre il 27% in Estonia. Tuttavia, nonostante il poco significativo miglioramento complessivo, il divario tende ad allargarsi ulteriormente soprattutto in Bulgaria, Francia, Lettonia, Ungheria, Portogallo e Romania. Questo, nonostante il principio della parità di retribuzione per uno stesso lavoro esista nei trattati dell'Unione fin dal 1957.
L'Italia, inutile sottolinearlo, non brilla. Nel nostro Paese per le donne che scelgono di lavorare è ancora più dura, perché la loro situazione è aggravata dalla carenza cronica di servizi e dalla mancanza di una politica per la famiglia degna di questo nome.

Il Capogruppo IdV in Commissione Lavoro al Senato, Giuliana Carlino, che con il partito si sta battendo da tempo per introdurre in tutti i Paesi della Ue le migliori leggi a favore delle donne, è in prima linea anche in questa occasione: “Oggi - dice - è la giornata europea per la parità retributiva, un'importante occasione per ricordare la grave disparità di trattamento economico tra uomo e donna. I giorni trascorsi dal 1 gennaio al 5 marzo - ricorda - sono pari a quelli che una donna deve lavorare in più per guadagnare quanto un uomo, il Governo ha il dovere di eliminare questo divario e voglio sperare che la giornata sia da impulso per il nostro Paese”

Non solo retribuzione. “Sono diverse – aggiunge Carlino – le riforme che servono per garantire la parità di genere e le possibilità di lavoro e carriera anche alle donne, a cominciare dal part time e dagli asili sacrificati dai tagli del precedente Governo. E' tempo di dimostrare discontinuità se davvero la situazione è cambiata, il Ministro Fornero deve impegnarsi affinché sia rispettato il principio della parità retributiva già fissato nel trattato dell'Unione del 1957. Invece gli ultimi dati della Commissione Europea indicano un divario che in media è del 16,4%, è necessario garantire alle donne la possibilità di conciliare lavoro e famiglia. Ma – conclude la senatrice IdV – bisogna farlo presto: se non ora, quando?“.

   

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