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Economia e Lavoro

Antonio Di Pietro

Un gioco sporco

Siamo alle solite. Berlusconi promette svolte storiche per l’economia e nello stesso tempo dirotta i lavori del Parlamento verso leggi che servono solo a difenderlo dai tribunali. Dopo tutto l’ha detto anche lui, ‘gli italiani sono ricchi’, quindi può anche aspettare che i suoi processi finiscano tutti in prescrizione prima di occuparsi seriamente del Paese. Peccato che le favole del premier non corrispondano alla realtà. Di soldi nelle tasche degli italiani non ce ne sono poi tanti, mentre di mutui, di figli da far studiare e vite da portare avanti ce ne sono eccome. E le famiglie da qualche parte devono pur cercarli questi soldi. Capita così di tentare con un gratta e vinci oggi, una lotteria domani e con slot machines e scommesse per il resto della vita. Ed è proprio di questo che voglio parlare oggi: il gioco d’azzardo, germe di fenomeni criminali come usura, estorsione e riciclaggio che sottraggono risorse all’erario. 
Si tratta di un settore che produce un fatturato di circa 100 miliardi l’anno e i cui maggiori profitti  vengono assorbiti dalla criminalità organizzata. Un fenomeno nato come passatempo piacevole, che invece ha prodotto forme di dipendenza patologiche, si è trasformato in una grande fregatura per i cittadini onesti e per un grosso affare per la malavita.  
Il 17 novembre scorso la Commissione antimafia ha approvato una relazione sui profili del riciclaggio connessi al gioco lecito e illecito. Nel documento si manifestava una forte preoccupazione per un settore che ha registrato una crescente presenza della criminalità organizzata, e si chiedeva una modifica dell’articolo 88 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, in modo da definire requisiti più rigorosi per le concessioni delle licenze. Quella relazione era stata accompagnata da una lettera firmata dal presidente dell’Antimafia, Giuseppe Pisanu, e diretta ai presidenti di Camera e Senato. Pisanu chiedeva a Fini e Schifani di portare l’argomento all’attenzione delle rispettive aule. Ad oggi questa richiesta di intervento non è stata ascoltata,  per questo motivo l’Italia dei Valori torna ad affrontare il problema, anche alla luce dell’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’Autorità autonoma dei monopoli di Stato che ha parlato di 'aggressività' della rete irregolare.
Per sollecitare un intervento delle Camere, sulla scia della relazione della Commissione antimafia l’IdV ha presentato una proposta di legge che stabilisce dei parametri chiari e trasparenti per fare luce sulle zone oscure di questo settore. Quello che deve cambiare innanzitutto è la disciplina delle concessioni e delle licenze in materia di giochi e scommesse. Per scoraggiare e prevenire pericoli di riciclaggio abbiamo pensato di introdurre, per le società estere, accurati controlli dei bilanci e delle rendicontazioni contabili. La nostra proposta chiede infine di armonizzare la norma del nostro ordinamento ai principi comunitari e alle sentenze della Corte di giustizia europea.
Noi dell’Italia dei Valori scendiamo in campo per combattere anche questa battaglia contro la cecità di un esecutivo che dimostra ogni giorno di preferire le necessità del singolo (il suo capo), piuttosto che quelle della collettività. Speriamo che questa proposta non cada nel vuoto.

Antonio Di Pietro
 
Massimo Donadi

Nel 2011 famiglie sotto pressione. Serve una rivoluzione del sistema fiscale

Il 2011 si preannuncia non proprio roseo, ad essere ottimisti, per le famiglie italiane. Le associazioni dei consumatori riunite hanno fatto due conti ed il risultato è forti rincari per cibo, benzina, trasporti, polizze e tariffe che, messi tutti insieme, peseranno su ciascuna famiglia, nel prossimo anno, circa 1.000 euro in più. Una vera stangata. Al primo posto della classifica dei rincari stilati dal Casper (il comitato contro le speculazioni e per il risparmio formato da Adoc, Codacons, Movimento per la difesa dei consumatori) c'è la voce trasporti, treni, benzina, pedaggi autostradali che comporterà un aggravio per le famiglie di circa 195 euro.

Al secondo posto, troviamo gli alimentari con 191 euro in più l'anno. A seguire, la voce bollette, luce, acqua, gas, elettricità e rifiuti che costeranno alle famiglie 189 euro in più. Ma anche altri settori saranno la croce delle famiglie italiane nel prossimo anno: banche e assicurazioni, in particolare secondo l'indagine dei consumatori aumenterà la responsabilità civile per le auto per un importo pari a 33 euro per polizza. Non meno confortanti sono le previsioni di Adusbef e Federconsumatori che parlano di una stangata a famiglia di 1.106 euro per il prossimo anno: 267 euro per gli alimentari, 122 euro per i treni, compresi quelli dei pendolari, 41 euro per il servizio di trasporto pubblico locale, 65 euro per i servizi bancari, 105 euro per Rc auto, 3 euro per le tariffe autostradali, 161 euro per le bollette, 131 euro per i carburanti e infine, 87 euro per la benzina.

Questa è la fotografia reale del futuro che attende migliaia di famiglie italiane per colpa di un governo che, impegnato ad occuparsi di legittimo impedimento e di campagna acquisti di parlamentari per rimanere ben saldi sulle poltrone, ha trascurato le famiglie ignorandone le difficoltà, creando un'iniquità e un'ingiustizia sociale senza pari. Avevano annunciato, in campagna elettorale, che mai e poi mai avrebbero messo mano nelle tasche dei cittadini e lo hanno ripetuto incessantemente in questi due ultimi anni di governo irresponsabile. La realtà dimostra, invece, che l'hanno fatto eccome e per di più senza che le famiglie ottenessero nulla in cambio. I tagli del governo e di Tremonti agli enti locali hanno fatto sì che questi non avessero altra scelta che scaricare sulle famiglie la maggior parte della riduzione dei trasferimenti, aumentando i costi dei servizi. Il risultato è che le mani nelle tasche dei cittadini le hanno messe eccome, soprattutto in quelle dei soliti noti, ovvero, dipendenti e pensionati, non sfiorando invece quelle sempre più piene di ricchi ed evasori fiscali.

La verità è che si sta creando, ogni giorno di più, una disuguaglianza sociale preoccupante, dove i ricchi sono sempre più tali ed aumenta sempre di più, invece, il numero di famiglie che si impoveriscono. Occorre, ripartire in fretta, prima che sia troppo tardi. Non si può dire a parole che la famiglia è al centro dell'azione di governo e poi infischiarsene nei fatti facendo scelte di politica economica che vanno in tutt'altra direzione. Quello che serve è innanzitutto un vera rivoluzione del sistema fiscale, con processi di detassazione riservate a quelle famiglie a reddito fisso, lavoratori dipendenti e pensionati, che sono i più colpiti dalle scelte tutte sbagliate di questo governo. Serve, poi, andare a colpire i grandi patrimoni, le speculazioni finanziarie e le rendite produttive perché è inaccettabile che la crisi economica e l'immobilismo del governo colpisca in maniera profondamente disuguale i cittadini e che a pagarne il prezzo più alto siano le fasce più deboli, dipendenti e pensionati. È anche per questo che Berlusconi e i suoi se ne devono andare a casa.

   
La redazione IDV

Una nuova sfida: legge costituzionale per lo sport

Da anni conduco una battaglia in difesa dei diritti di chi pratica sport e in particolare delle donne atlete, troppo spesso discriminate. Lo faccio come attuale responsabile nazionale della sezione dipartimentale Politiche e Promozione dello sport dell’Idv, ma anche come ex pallavolista che conosce bene il settore. Ho mandato una mail al presidente dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, sono stata chiamata e dopo soli cinque giorni ho avuto un colloquio con lui. Mi sono sorpresa perché la politica fino ad allora non mi aveva ascoltata. Troppo spesso ci sono state dette soltanto parole che non si sono mai tramutate in fatti concreti e questo è il motivo per il quale l’ultima legge che regolamenta le pratiche sportive risale al 4 marzo del 1981.
Quello che la politica non considera è che lo sport non è soltanto tempo libero, divertimento, ma è anche un grande movimento economico del quale fanno parte milioni di lavoratori. Ci sono 15 milioni di persone che praticano sport, sette milioni di affiliati alle federazioni sportive e il settore rappresenta il 3 per cento del Pil nazionale. È impensabile che questo ramo dell’economia italiana non abbia ancora una legge quadro, che non ci sia una disciplina sportiva riconosciuta a livello internazionale e che non esista un capitolo del Bilancio dello Stato dedicato allo sport. Dobbiamo sempre accontentarci delle briciole, di quello che avanza ad altri ministeri.
L’Italia dei valori propone di inserire nella Costituzione la tutela dello sport, presentando un disegno di legge costituzionale per modificare l’articolo 33 della Carta, promosso dai senatori Bugnano e Giambrone e sottoscritto all’unanimità dal nostro gruppo in Senato. Si vuole inserire un comma che reciti: “La Repubblica promuove ed incoraggia l’attività sportiva in tutte le sue forme e tutela l’integrità fisica e morale degli sportivi”.
Non vogliamo introdurre il professionismo obbligatorio per tutti perché ucciderebbe le società sportive dilettantistiche, ma nello stesso tempo riteniamo indispensabile creare un terzo genere. Questo perché non è accettabile che una giocatrice di pallavolo, basket, hockey sul prato, si ritrovi ancora a percepire un semplice rimborso spese anziché uno stipendio regolare, ad avere un impegno assimilabile a un lavoro parasubordinato senza però che gli sia riconosciuto, a rischiare di essere mandata a casa in caso di gravidanza, a subire il “cartellino” (l’obbligo di passare da una società all’altra soltanto se è d’accordo il presidente del club). Queste sono le nostre battaglie, vogliamo dare una dimensione giuridica al lavoro sportivo. Ce lo richiede non soltanto il buonsenso ma anche il Trattato di Lisbona, diventato vincolante.
Noi dell’Italia dei valori abbiamo presentato anche una “Carta dei diritti dell’atleta e del praticante dello sport” che può rappresentare un valido strumento di riflessione sui principi che regolano queste attività, ma che è anche un immediato supporto per le Leggi Regionali in materia di sport. Ad esempio, nella Carta abbiamo sottolineato il divieto di qualsiasi discriminazione delle donne e dei diversamente abili.
Inizieremo a breve “l’Idv sport tour”, una visita itinerante che toccherà diverse città d’Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dello sport. Vogliamo far sentire la nostra vicinanza, non solo simbolica, a tutti i piccoli centri sportivi e a quelli dilettantistici e farci portavoce dei loro problemi. In questo sono perfettamente d’accordo con il presidente Di Pietro che si è augurato di far diventare la nostra battaglia una battaglia “trasversale” che possa “coinvolgere più partiti e soprattutto che solleciti l’interesse dell’opinione pubblica”.


Di Luisa Rizzitelli, responsabile nazionale sezione dipartimentale Politiche e promozione dello sport dell’Idv

   
Maurizio Zipponi

Il paradosso di Confindustria: vince sul lavoro ma è sul baratro

Nella relazione annuale all'assemblea di Confindustria il suo presidente, Giorgio Squinzi, ha lanciato un allarme sulla situazione delle imprese del Paese ed un appello al governo. Se analizziamo ciò che ha detto emergono tre dati oggettivi da utilizzare per un serio ragionamento: il primo è che l'Italia rimane oggi il secondo paese manifatturiero in Europa e l’ottavo Paese industrializzato del mondo. Questo vuol dire che tutti i ripetuti paragoni con altri sistemi economici europei come la Grecia e il Portogallo non vanno neanche presi in considerazione. Il secondo dato è che il nostro Paese non ha la disponibilità di materie prime ma ha tuttora una grande capacità di trasformazione e di esportazione. Cioè il nostro sistema imprenditoriale è capace di inventare prodotti e servizi, è questo ciò che crea la nostra forte tendenza all'esportazione. Il terzo dato: è realizzabile, oltre che condivisibile, l'obiettivo indicato da Confindustria di portare la manifattura a coprire il 20% del Pil, dal 17% che copre attualmente, per realizzare una crescita intorno al 2% all'anno. Questi dati sono, come ho detto, oggettivi. A questo punto però è necessario porsi delle domande e porle a Confindustria chiedendole di dedicare 5 minuti all'analisi dei propri errori. Confindustria vive infatti un paradosso: vince su tutto il fronte dello scontro ideologico con il mondo del lavoro, destruttura i contratti nazionali, riduce a zero la capacità contrattuale del sindacato, smantella l'articolo 18 e via dicendo. Ma, come è accaduto al Pd, che nel momento in cui vince scopre di aver perso, Confindustria vince e scopre di essere sull'orlo del baratro. A mio avviso accade perché ha sbagliato l'analisi sulla crisi, che non è provocata da una mancanza di flessibilità di sistema, né è provocata dagli alti salari ma dal cambio di passo che era ed è necessario su cosa produrre e come produrre. In questi anni il lavoro, la professionalità, la capacità manuale e tecnica di trasformazione, sono stati mortificati, mentre solo il recupero del senso di ciò che si produce e una tranquillità contro la precarietà possono permettere uno scatto anche economico, oltre che sociale. Porsi questi obiettivi obbliga la risposta a domande precise: in cosa deve cambiare la produzione, in cosa deve cambiare la crescita per far sì che la manifattura arrivi a coprire il 20% del Pil? Nei parametri della crescita è necessario o no mettere anche il benessere sociale della tua collettività? O basta – come è stato fatto finora - fare solo riferimento a quei parametri economici e finanziari che sono gli stessi che hanno portato l'Europa verso il baratro? Cosa si intende per produzione e per crescita? Quali beni e quali servizi bisogna produrre? Io penso che la produzione italiana, proprio per la sua capacità di trasformazione e di esportazione, deve alzarsi di un gradino tecnologico, sia sul prodotto che sul processo produttivo, per restare in concorrenza diretta con gli altri sette paesi più industrializzati del mondo. Per farlo serve “benzina” e questa benzina si chiama conoscenza, si chiama ricerca, università, trasformazione della ricerca in impresa. Di questa benzina in Italia ci sono enormi giacimenti trascurati, inascoltati, non sfruttati. Ma per far fruttare i ‘giacimenti’ è necessario un interlocutore, e cioè il governo. Sono più di dieci anni che non esiste una politica industriale nel nostro Paese. Gli ultimi che ci hanno provato sono stati Bersani e Letta Ritengo che una seria politica industriale possa dire no al ponte di Messina e no alla Tav, ma debba contemporaneamente indicare le grandi infrastrutture necessarie alle imprese. Penso che sia indispensabile scegliere la banda larga in tutta Italia, a costi competitivi e gratis per coloro che aprono una attività e che non hanno superato i 35/40 anni. La discussione sulle grandi infrastrutture non è ideologica; sono certo necessarie ma oggi è più urgente e cruciale offrire alle risorse creative che esistono nel nostro Paese la possibilità di comunicare il nostro saper fare italiano attraverso la banda larga accessibile, con il mondo intero. Serve dunque un governo che dica cosa è vecchio, in termini di infrastrutture, e cosa invece è nuovo per quanto riguarda la mobilità delle persone – penso alla antidiluviana struttura ferroviaria del Mezzogiorno – e alla mobilità della conoscenza. E' indispensabile un governo che indichi le grandi scelte strategiche a sostegno di una politica industriale dinamica. Per fare un esempio di questi giorni, serve un governo che scelga di non buttare via l'Ilva di Taranto, che è la più grande acciaieria d'Europa, le acciaierie di Piombino e di Terni. Abbiamo la tecnologia per renderla compatibile con l'ambiente e la sicurezza. Tecnologie che costano ma che assicurerebbero un futuro di almeno 50 anni alla produzione e 40mila posti di lavoro in Italia. Tra l'altro, la magistratura ha indicato dove sono i soldi, ha messo sotto sequestro 1 miliardo e 200 mila euro per evasione e circa 8 miliardi di beni per le bonifiche. E' andata perfino oltre il suo ruolo. Ma non basta. E' necessario che ci sia un governo che faccia apertamente e con coraggio le proprie scelte. Ascoltiamo tutti i giorni il coro della politica, dal presidente della Repubblica in giù, sul fatto che il principale problema del Paese è il lavoro. Così è una pura lamentazione. Il problema è creare lavoro e per farlo serve una politica industriale all'altezza della novità della situazione. Questa novità consiste principalmente nella consapevolezza del fatto che le materie prime non sono infinite e che si devono indirizzare le imprese tenendo ben fermo l'obiettivo del benessere dei cittadini. L'ultimo punto che volevo affrontare è che si pone un problema di rappresentanza, anche di Confindustria, non solo dei tre principali sindacati. Probabilmente anche Confindustria ha perso il contatto diretto con coloro che rappresenta. Un passo importante della relazione di Squinzi è allora quello in cui manifesta la volontà di arrivare ad un accordo comune sulla rappresentanza democratica e sulla validazione degli accordi sindacali da parte dei lavoratori e non solo dei sindacalisti. Se effettivamente si facessero accordi aziendali che riconsegnano il potere di decidere ai lavoratori e all'imprenditore, sarebbe un bel passo avanti per recuperare la reale rappresentanza del Paese. PUBBLICATO SUL SETTIMANALE GLI ALTRI DEL 31 MAGGIO 2013
   
La redazione IDV

L'ennesima bufala ai danni delle imprese italiane

Mercoledì 31 ottobre è stato esaminato e approvato in Consiglio dei Ministri il testo del decreto legislativo che recepisce la direttiva UE sui tempi massimi per saldare le fatture da parte della PA.
   

Congresso Straordinario


Il congresso si aprirà venerdì 28 giugno, dalle ore 14.00 c/o Centro Congressi Roma Eventi – Piazza di Spagna (Via Alibert, 5)  e proseguirà nelle giornate del 29 e 30 giugno.

Le operazioni di voto si svolgeranno on-line dalle ore 8.00 alle ore 13.00 del 30 giugno p.v.

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