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Giulia Rodano

Giulia Rodano

IdV tra crisi e progetti di rinascita

La discussione che si sta svolgendo nell'IDV sembra ridursi a uno scontro tra gruppi dirigenti, o meglio tra membri dell'Ufficio di Presidenza, tra i quali, come membri dell'esecutivo dovremmo scegliere. 

Ha senso schierarsi quando non sono chiare le opzioni in campo?
Che senso ha dividersi sulla forma del congresso o sulla modalità di partecipazione, se non vengono proposte con chiarezza le diverse direzioni di marcia sulle quali si dovrebbe incamminare l'IDV.

Tutti sembrano parlare di ritorno ai valori originari e fondativi dell'esperienza dell'IDV, ma in realtà sembrano soltanto alludere alle vere domande che la sconfitta di Rivoluzione Civile, la crisi politica e istituzionale e le novità clamorose e drammatiche della situazione politica pongono.

Le due opzioni che sembrano confrontarsi consistono nel dare vita a una nuova esperienza e formazione politica o riprendere, depurata da eventuali deviazioni, la strada interrotta dell'IDV.

Però, non sono chiari i contenuti di queste due opzioni.
Molti di noi sembrano partire dalla opinione che l'esperienza degli ultimi tre anni della storia politica dell'IDV abbiano significato una distorsione della identità e della storia di questo partito, che sarebbe stato reso così irriconoscibile al suo elettorato. Insomma, l'IDV si sarebbe troppo spostata a sinistra, perdendo la sua naturale collocazione di costola liberal democratica e moderata del centrosinistra.

Tale deriva si sarebbe accentuata nell'ultimo anno, in cui l'IDV ha scelto, isolata, la strada dell'opposizione al governo Monti.
La scelta di confluire in Rivoluzione Civile costituirebbe dunque l'ultimo definitivo errore di una catena di scelte che, snaturandone l'identità, avrebbero condotto l'IDV alla sconfitta e alla scomparsa dal Parlamento.

Di conseguenza, la possibilità di ripresa passerebbe attraverso il ritorno all'IDV delle origini: un movimento nato dall'esperienza di Mani Pulite, fondato per dare risposta politica alle esigenze della legalità, ma di natura socialmente moderata. L'obiettivo sarebbe dunque di tornare nel centrosinistra in un ruolo di sostegno alle politiche del PD.
Se questo dovesse essere il contenuto della nuova IDV, io non sarei d'accordo.
IDV. TRA CRISI E PROGETTI DI RINASCITA

Questa scelta non tiene conto di due elementi di valutazione fondamentali.
Il primo sta nel fatto che in Italia la scelta della legalità, della lotta contro i conflitti di interesse, del funzionamento trasparente dello Stato e della pubblica amministrazione non ha mai costituito una collocazione moderata. La presenza di Berlusconi ha reso la legalità contenuto radicalmente alternativo, che ha portato con sé l'opposizione intransigente al centrodestra e alle sue politiche liberiste.
Proprio tale collocazione ha condotto l'IDV a schierarsi contro il governo Monti che rappresentava la continuità con le politiche di Berlusconi e evidenziava la perdurante ambiguità del PD.
L'episodio più significativo di questa situazione è stato lo scontro con il PD sulla questione della trattativa stato-mafia e il ruolo di Giorgio Napolitano. La questione della legalità assumeva la caratteristica di un contenuto determinante delle politiche del centrosinistra, diventando l'elemento che avrebbe contribuito in modo decisivo, assieme al giudizio sul governo Monti, alla esclusione dell'alleanza elettorale e politica con il PD.

Il secondo elemento di valutazione consiste nel fatto che la scelta della legalità, come terreno fondamentale di costruzione della identità di un movimento politico, non può non portare con sé una altrettanto forte radicalità  nel modo di fare politica e nei comportamenti dei singoli militanti ed eletti.
E' vero che all'IDV non sono stati consentiti errori su questo terreno. Ma è anche vero che il partito non ha considerato questo un tema decisivo nella sua esistenza. Si sono tollerati comportamenti politici, modi di essere, modalità di utilizzo del denaro pubblico non compatibili con l'identità e con la politica dell'IDV.
Si è accettato chiunque potesse dimostrare di essere in grado di portare voti, non importa come raccolti, considerando il successo elettorale personale l'unico elemento di radicamento del partito.

E' su questo terreno che l'IDV ha perso credibilità e, drammaticamente, consensi.
Finché ha avuto posizioni e proposte alternative l'IDV ha accresciuto i suoi consensi e il suo peso politico e ha anche cominciato a radicarsi e contare, anche grazie alla battaglia referendaria, al lavoro parlamentare e anche al lavoro dei dipartimenti. Quando ha perso credibilità sul fronte della legalità e del modo di fare politica tutto il suo cosiddetto radicamento territoriale che si è quasi completamente dissolto.
La perdita di credibilità dell'IDV ha anche impedito di intercettare la protesta e la domanda di cambiamento delle ricette liberiste e recessive di contrasto alla crisi, di cui pure l'IDV aveva compreso l'esistenza e la crescita e che sono confluite o nel consenso a Beppe Grillo o in una rinnovata fiducia nel PD che con Bersani sembrava far intendere di voler cambiare.

Oggi, solo a qualche settimana dalle elezioni, quei consensi sembrano entrare in discussione, sia per l'incapacità o la non volontà di Grillo di far pesare il consenso conquistato, sia per l'incapacità del PD di prendere atto della necessità di cambiare non solo le politiche, ma anche la classe politica del centrosinistra e che anche il PD viene considerato responsabile delle drammatiche difficoltà del paese.

E' possibile dunque che si aprano nel centrosinistra e all'interno del mondo che ha votato per Grillo dinamiche che portino a scomporre quegli elettorati, facendo emergere un voto per il cambiamento delle politiche economiche e della legalità e che oggi sono confluite, per mancanza di alternative, nella protesta grillina o nell'illusione alimentata dalla cosiddetta sinistra del PD.

In questa situazione può aprirsi una nuova prospettiva per quanti, come l'IDV, hanno cercato in questi anni di aprire gli occhi al PD sui pericoli della continuità con il montismo e agli elettori del M5S  sui rischi di  sterilità di una posizione che rifiuta ogni idea di collegamento e di rapporto con altre forze.
In questo quadro, quello che appare necessario non è l'affermazione, che rischia di diventare retorica, del ritorno a un passato glorioso, ma una forte e visibile discontinuità con il passato e con la sua gestione verticistica e poco trasparente. il problema non è costituire l'ennesimo partitino, non importa se liberale o di sinistra, ma avviare, come si è fatto con i referendum, con le battaglie sulla scuola, sul lavoro o sull'ambiente, una battaglia di movimento per partecipare all'inevitabile cambiamento del centrosinistra e offra una alternativa all'elettorato grillino e raccolga anche quel 2% che si è riconosciuto in Rivoluzione Civile.

Per fare questo occorre però una rottura visibile con il vecchio modo di organizzarsi, di selezionare le classi dirigenti, di funzionare e di decidere dell'IDV e occorre un momento in cui i progetti e le prospettive politiche che oggi convivono nell'IDV possano uscire allo scoperto, confrontarsi democraticamente e pubblicamente e anche contarsi.
Questo va fatto subito, se ancora l'IDV vuole stare nella partita che si aprirà.

Purtroppo, i limiti della vita interna dell'IDV rendono di fatto non credibile un congresso e minano la fiducia nella correttezza del tesseramento e della community.
Per questo le primarie aperte potrebbero rappresentare una novità sufficiente, anche se difficilissima e quasi disperata.
Ma anche le primarie richiedono una o più proposte politiche da offrire ai nostri potenziali nuovi aderenti. Senza questo passaggio tutto rischia di essere inutile o, peggio, ridursi a una resa dei conti in un ceto politico sconfitto e senza prospettiva.

 
Giulia Rodano

Contributo per la riunione dell’Esecutivo del 10 marzo

Una approfondita e seria discussione non può limitarsi a prendere sbrigativamente atto della sconfitta elettorale di “Rivoluzione Civile” o delle doverose dimissioni di chi è stato o è alla testa dell’IDV . Né ci si può lanciare in una campagna congressuale fatta con i soliti vecchi e verticistici sistemi di sempre, come se nulla fosse accaduto. Dobbiamo, innanzitutto, ragionare sul perché della sconfitta elettorale. E’ vero che c’è stato pochissimo tempo a disposizione, per far partire l’operazione, ma quel tempo lo abbiamo utilizzato prevalentemente per fare le liste. Prima e durante la campagna elettorale non c’è stato, né a livello nazionale, né a livello territoriale, un solo momento per discutere collegialmente delle difficili condizioni politiche dentro cui si è sviluppata la campagna elettorale e sulle misure per farvi fronte. Tra “voto utile” e avanzata del M5S, lo spazio politico è stato strettissimo, ma è mancata una qualunque discussione per vedere con quali messaggi politici fosse possibile allargare quello spazio. Né mai si è valutato, insieme, su come reagire a una strategia mediatica tesa a cancellare o a deformare la presenza e il significato di “Rivoluzione Civile”. Anche il modo di formazione delle liste dei candidati ha contribuito pesantemente alla sconfitta elettorale. Si è fatto di tutto per far apparire l’operazione “Rivoluzione Civile” come una zattera di salvataggio per gruppi dirigenti alla ricerca affannosa di un posto in Parlamento. Il “Porcellum”, contro cui l’IDV aveva raccolto centinaia di migliaia di firme per cancellarlo per via referendaria, è stato utilizzato accentuando al massimo i suoi difetti peggiori. Tutte le otto componenti della Lista, attraverso il gioco delle cosiddette “triplette,” si sono preoccupate prima di ogni cosa di garantire l’elezione della loro quota di candidati, umiliando i territori, le competenze, la presenza femminile. Per l’individuazione delle candidature, non si è fatto il minimo tentativo di attivare una qualche forma di partecipazione dei cittadini e degli iscritti ai partiti. Nessuno ha potuto discutere, se non a cose fatte, della quota di candidati spettanti all’IDV, con buona pace dell’invio dei curricula e delle primarie on line. E’ stata, così, incredibilmente sprecata l’intuizione dell’avvio di un progetto politico che aveva l’ambizione di aprire gli occhi al PD sui pericoli della continuità con il montismo e agli elettori del M5S sui rischi di sterilità di una posizione che rifiuta ogni idea di collegamento e di rapporto con altre forze. Dire che abbiamo sbagliato perché non siamo andati col PD o per conto nostro fa a pugni con i dati elettorali: Donadi e il suo micro partito con il loro 0,47% sono presenti in Parlamento soltanto grazie a una legge elettorale truffa. Né meno misera è stata la performance della Lista IDV in Lombardia. Purtroppo la verità è che l’IDV in una crisi profondissima ha cercato di evitare il naufragio aggrappandosi disperatamente al salvagente di “Rivoluzione Civile”. Se vogliamo fare un Congresso vero è di questa crisi profondissima che dobbiamo discutere. L’IDV ha scelto “Rivoluzione Civile” perché convinta, non a torto, che da sola non avrebbe superato lo sbarramento del 4%. Il crollo sotto al 2% nei sondaggi è stato giustamente attribuito alle “mele marce” che hanno colpito al cuore l’immagine di un Partito che ha fatto della legalità, della lotta alla corruzione, dell’uso corretto del denaro pubblico, l’asse portante della sua attività politica e della sua identità. Ma le “mele marce” nel cesto non ci sono andate da sole, qualcuno ce le ha messe. Al di là delle responsabilità personali, io sono convinta che il problema stia nel divario tra ciò che si predica e ciò che si pratica, tra ciò che si dice e ciò che si fa. Non si può fare la battaglia contro la spartizione della RAI e poi nelle regioni e negli enti locali ci si spartiscono con gli altri partiti, società aziende municipalizzate, enti. Non si può gridare contro il voto di scambio e poi inserire nelle liste elettorali personaggi soltanto perché sono portatori di pacchetti di voti o di tessere, senza verificare se quel consenso è frutto di un corretto legame con i cittadini o se, invece, nasce da pratiche clientelari o dall’uso disinvolto delle risorse pubbliche. E’ vero che nella scelta delle persone ci si può sbagliare. Ma quando gli sbagli diventano troppi vuol dire che sono le regole e i meccanismi di selezione che non funzionano. Verticismo, selezione dall’alto, logiche plebiscitarie, padroni delle tessere sono i mali che hanno portato l’IDV al tracollo. Occorre una profonda revisione dello Statuto del Partito, nel segno di una incisiva democratizzazione del Partito a tutti i livelli. Le regole del Congresso saranno il primo banco di prova di questo processo di democratizzazione. Per questo penso che dall’Esecutivo nazionale debbano essere adottate alcune decisioni: 1) Una attenta e rigorosa ricognizione del tesseramento 2012 per stabilire chi ha realmente diritto al voto. A questo riguardo devono essere istituite una “Commissione Nazionale e Commissioni Provinciali unitarie di Verifica ”; 2) Costituzione di una commissione per la definizione del Regolamento congressuale; 3) Deve essere prevista la possibilità di presentare mozioni congressuali nazionali alle quali possono essere collegate proposte di candidature per tutti gli incarichi politici, compresi i tesorieri. 4) Il Congresso Nazionale si deve svolgere per delegati espressi dai Congressi Provinciali sulla base delle mozioni congressuali. Il Regolamento congressuale deve stabilire le modalità di informazione e di convocazione degli iscritti, il numero dei delegati in rapporto agli iscritti e ai partecipanti ai Congressi Provinciali; 5) Costituzione di una Commissione per la verifica della situazione finanziaria del Partito e per la definizione di un Regolamento Finanziario da far approvare dal congresso Nazionale. 6) Elezione di un Coordinamento Nazionale che individua al suo interno un Segretario e un Portavoce e che assuma le funzioni del Presidente e dell’Ufficio di Presidenza fino al Congresso nazionale.
 
Giulia Rodano

Regione Lazio, la Corte dei Conti fa chiarezza sui fondi pubblici

Finalmente la Corte dei Conti ha reso giustizia a chi, come me, aveva denunciato in Consiglio, il marchingegno contabile dell'accorpamento di tanti capitoli di spesa in un unico maxi- capitolo che avrebbe reso impossibile per i consiglieri regionali e per l'opinione pubblica controllare nel dettaglio come vengono effettivamente spesi i soldi pubblici.

   
Giulia Rodano

Emergenza 118 è dramma che si ripete

“Con il blocco delle ambulanze dei pronti soccorso si ripete, in queste ore, un dramma che cittadini e lavoratori del 118 conoscono purtroppo molto bene. Quest’anno l’emergenza, già di per sé incredibile per un Paese civile, è aggravata dall’azione dissennata dei nuovi tagli alla sanità pubblica, e soprattutto dal fatto che da anni si toglie senza mai sostituire. E’ il momento di far parlare tutti, sul futuro del sistema sanitario del Lazio, a partire dai cittadini e dagli operatori, che in questi anni sono quelli che hanno avuto meno voce in capitolo. E questo è un banco di prova per chiunque si candidi nel Lazio”. Lo dichiara in una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori. “Occorrerebbe ricominciare a investire su servizi fondamentali, come l’emergenza” continua Rodano. “Occorrerebbe combattere l’eccesso di ricovero per acuti e cronici nel Lazio, figlio di una sanità condizionata da troppi interessi particolari, a partire dai ‘padroni’ dei posti letto, dagli intoccabili della sanità privata”.

“Soprattutto” prosegue “bisogna finalmente attivare, a livello territoriale e non ospedaliero, quel processo di presa in carico del paziente e di continuità dell’assistenza di cui tutti chiacchierano da anni, ma su cui nessuno ha fatto una proposta concreta o investimenti di risorse umane e finanziarie sufficienti”.

“Il nuovo commissario straordinario Palumbo dovrebbe cominciare da subito ad assumere quelle misure d’urgenza necessarie a rendere il 118 in condizione di funzionare” conclude Rodano. “Anche perché, al di là di riunioni rituali convocate a emergenza già esplosa, come al solito la dimissionaria Presidente Polverini sembra essere presa soltanto dalle nomine della sanità pubblica, non dalla sua funzionalità”.

 
Giulia Rodano

Drammatica continuità Polverini-Bondi

“Abbiamo rilevato sin dall’inizio la perfetta, drammatica continuita’ tra la gestione commissariale di Enrico Bondi e quella di Renata Polverini. Gli atti adottati da commissario straordinario al piano di rientro dalla governatrice del Lazio accusavano, infatti, gli stessi limiti di quelli del suo successore Enrico Bondi: stesso approccio ragionieristico, stessa mancanza di programmazione sanitaria, identica assenza di dialogo con le categorie coinvolte, identico atteggiamento prono ai diktat del ministero dell’Economia sui tagli e le chiusure. E’ sotto la gestione Polverini che la sanita’ del Lazio e’ stata sottoposta ad un taglio di quasi tremila posti letto e alla cancellazione di decine di ospedali nelle nostre province. E’ dunque del tutto paradossale accusare Bondi di rompere il sistema, ed e’ del tutto infondato  rivendicare di ‘avermaneggiato’ con cura la nostra sanita’: gli atti dissennati dell’ex commissario straordinario Polverini sono stati subiti a caro prezzo dai cittadini del Lazio, che si sono visti ridurre enormemente i servizi, le prestazioni, le strutture; dagli operatori della sanita’ del Lazio, che hanno subito sulla loro pelle i tagli e l’ulteriore precarizzazione del lavoro; dai sindacati di categoria, nonche’ dalle parti datoriali della sanita’ privata, che si sono visti negare per due anni e mezzo il diritto al dialogo e all’interlocuzione sul futuro del Servizio Sanitario Regionale”. Lo dichiara in una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori.