La grave crisi finanziaria di questi anni ha un’origine profonda che va al di là degli eccessi della finanza. Nei decenni scorsi infatti negli Stati Uniti si è avuta una massiccia redistribuzione di ricchezza dai ceti medi alle classi più ricche. Robert Reich nel suo libro recente Aftershock descrive molto bene questo processo. L’aumento della diseguaglianza negli Stati Uniti può essere spiegata da una serie di fattori: aumento delle differenze salariali tra i lavoratori a più elevata istruzione e lavoratori manuali; aumento in generale del rendimento dell’istruzione. Si è soprattutto avuto un impoverimento del lavoratori meno qualificati (unskilled): il salario reale di questi lavoratori è diminuito negli anni ‘90 rispetto agli anni ’70. L’avvento di tecnologie digitali ha spiazzato questo tipo di lavoro non qualificato, ma anche il commercio con i paesi a più basso costo di lavoro (Cina, India etc.) ha spinto verso la delocalizzazione di lavorazioni a maggiore contenuto di lavoro unskilled. Si è creata negli Stati Uniti una vera classe di lavoratori poveri (working poors): persone che guadagnano uno salario insufficiente per vivere decentemente. Nello stesso tempo le politiche del Presidente Bush e prima di lui anche di Reagan hanno ridotto le tasse sui ricchi e ricchissimi ridistribuendo altro reddito a scapito dei ceti medio-bassi.
Per poter continuare a consumare sui livelli precedenti le famiglie americane, ma anche quelle britanniche, spagnole, francesi etc. si sono indebitamente in modo drammatico. Il debito privato è servito per sostenere la crescita della domanda ma ha poi causato la più grave crisi del dopoguerra.
L’aumento delle diseguaglianze è una delle cause fondamentali della crisi che viviamo.
Ebbene, l’Italia è uno dei paesi nei quali più alta è la diseguaglianza, insieme con il Regno Unito e con gli Stati Uniti. I paesi a maggiore eguaglianza invece sono quelli Scandinavi mentre l’Europa continentale si colloca nel mezzo.
I dati sull’Italia sono quelli delle Indagini della Banca d’Italia: il 10 per cento delle famiglie più ricche detiene il 40 per cento della ricchezza.
La diseguaglianza del reddito in Italia ha registrato un andamento ad U: in diminuzione dalla metà degli anni ’70 fino alla fine degli anni ’80; in aumento negli anni ‘90, con un andamento stazionario dai primi anni 2000 in poi.
La diffusione di forme contrattuali flessibili, la concorrenza dei paesi emergenti, e la bassissima dinamica della produttività hanno probabilmente spinto verso l’aumento della diseguaglianza negli anni ’90. Si stima che circa il 15-20% dei lavoratori italiani è working poor, hanno cioè un salario che è inferiore di due terzi rispetto al salario mediano.
In molti paesi la diseguaglianza cresce per varie ragioni: progresso tecnologico che premia i lavoratori più istruiti; commercio internazionale che spinge verso la delocalizzazione dai paesi ricchi a quelli poveri delle lavorazioni a maggiore intensità di lavoro meno qualificato; maggiore flessibilità dei mercati del lavoro; politiche pubbliche meno generose per i poveri.
Per l’Italia la prima spiegazione non è rilevante. Il premio all’istruzione in Italia è molto basso. I laureati guadagnano poco di più dei diplomati e così via.
Sull’Italia ci fornisce utili analisi Stefano Perri (http://www.economiaepolitica.
- La quota del reddito nazionale che va al lavoro è in Italia tra le più basse nei paesi OCSE.
- La diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in misura maggioritaria dalla negativa evoluzione del salario reale (diminuito del 16% tra il 1988 e il 2006).
- Se confrontiamo i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione. Emerge in modo drammatico la gravità della situazione italiana. Mentre sia per il reddito mediano sia per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media OCSE; il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media OCSE, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.
Siamo un paese molto ineguale. Abbiamo poveri che sono (relativamente) più poveri di quelli di altri paesi e ricchi che sono più ricchi (relativamente) rispetto ad altri paesi.
La mobilità sociale è molto bassa: la probabilità di cambiare classe sociale è modesta e i percorsi di carriera (per la stessa generazione) sono lenti.
Da questa breve fotografia bisogna partire per ragionare su quali misure prendere per tornare a crescere. Non bastano le ricette che ci suggerisce la Lettera della BCE. Bisogna agire sulla diseguaglianza.
Un risanamento dell’economia italiana deve passare per una riduzione delle diseguaglianze. Va ripensato il sistema fiscale per ripartire il carico tra le varie categorie. Vanno pensate politiche che sostengano le classi più disagiate. Vanno colpiti i patrimoni accumulati con l’evasione fiscale e con l’economia criminale o semi-criminale.



