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Pancho Pardi

"Italia": Berlusconi si appropria di un bene comune

Può darsi che si tratti di un’ipotesi pubblicitaria destinata a essere sostituita da un’altra. Ma l’idea di proporre come nuovo marchio del partito di Berlusconi un simbolo in cui il nome è la sola parola “Italia” dovrebbe costringere tutti al soprassalto, anche i più scettici. Con tutto ciò che si può pensare della “serva Italia” a nessuno può essere consentita la più sfacciata delle appropriazioni.
Già, alle origini, Forza Italia aveva sequestrato il nome del Paese, ma lì per lì il senso comune vi aveva letto soprattutto la mimesi col patriottismo calcistico. Un grido da stadio: sequestro vernacolare, di grado minore. Errore minimizzarlo come furbizia di lusinga calcistica (siamo gli Azzurri!) e trascurarlo nella sua natura espropriatrice.


Nel passaggio successivo, lo slittamento dal partito al Popolo della libertà esprimeva una brutale mistificazione: negare la propria natura di parte e millantare un’aspirazione universale. Non più partito ma popolo, non più porzione ma totalità. Incardinata su un rapporto prepolitico, di sangue, con il leader. Popolo e capo, anzi capo e popolo. Ora si colmerebbe la misura. Non basta più neanche il popolo. Ci vuole l’intero Paese, la nazione, la Repubblica. “Italia” campeggia in alto nel campo azzurro sorretta dal perentorio “Berlusconi presidente”. Magari salterà su qualcuno a cantare le lodi della consueta genialità pubblicitaria. E certo l’insistenza con cui la scritta Berlusconi presidente ha riempito in questi anni tutti i manifesti del centrodestra, anche quelli sulle beghe di quartiere, risponde a precisa esigenza pubblicitaria. Così come i suoi monologhi alla stampa vanno in scena sotto l’enorme patacca circolare in cui sta scritto, per chi non ci credesse, che lì c’è il presidente del Consiglio. Ma il simbolo con su scritto “Italia-Berlusconi presidente” va oltre il martellamento pubblicitario. Non è solo appropriazione privatistica di bene pubblico. E’ manifestazione conclamata di pulsione totalitaria. Sottrae la Repubblica al paese, la identifica col possesso monocratico.


Se questa fantasia malata dovesse prendere corpo sarà necessario promuovere, oltre al ricorso agli strumenti giuridici, un’autentica rivolta culturale contro l’ignominia.

 
Antonio Di Pietro

I peccati capitali di Paolo Flores d'Arcais

Oggi ho scoperto un altro carattere di Paolo Flores D’Arcais: l’accidia, nel senso più biblico del termine: negligenza nel fare il bene.
Lo avevo già sospettato tempo addietro, quando – partendo da alcuni casi sporadici di persone che non meritavano di militare nel partito dell’Italia dei Valori – egli aveva criticato la classe dirigente di IDV nel suo complesso, senza fare alcuno sforzo per comprendere le difficoltà che un partito – specie come il nostro, nato spontaneamente e non per scomposizione e ricomposizione di altri partiti - incontra tutti i giorni nel selezionare le persone a cui attribuire compiti, ruoli ed incarichi.
Ne ho avuto la riprova in queste ore, prendendo atto dell’uso strumentale che ha fatto e sta facendo di un’accorata lettera aperta indirizzatami dagli europarlamentari Sonia Alfano e Luigi De Magistris e dal consigliere regionale Giulio Cavalli, tutti e tre eletti – come circa altre 1.500 persone che prima non avevano mai fatto politica - nelle fila dell’Italia dei Valori, proprio a dimostrazione del fatto che IDV ha aperto e sa aprirsi alla società civile.
Costoro hanno chiesto una maggiore attenzione nella selezione della classe dirigente. Ho assicurato loro che - nei limiti dell’umano possibile - lo farò anche se sono ben conscio di come sia difficile sondare in anticipo i retro-pensieri altrui (Razzi e Scilipoti, tanto per citare gli ultimi due casi di tradimento politico, militavano nel partito da circa 10 anni ed hanno sempre condiviso con entusiasmo ed eccitazione la linea politica di IDV, tanto è vero che Razzi appena un mese addietro aveva addirittura denunciato pubblicamente il tentativo di chi voleva corromperlo per fargli votare il Governo Berlusconi).
Ho anche immediatamente convocato l’Esecutivo nazionale di IDV (fissato per la metà di gennaio) proprio per affrontare in modo ancora più stringente la questione della militanza nel partito e ciò perché credo che abbiano diritto a far valere il loro punto di vista soprattutto coloro che aderiscono e si iscrivono al partito, piuttosto che i tanti “saputoni” della domenica che danno i voti agli altri senza mai mettersi in gioco personalmente.
Senonchè proprio alla vigilia di Natale, quando tutti erano affaccendati in altre faccende, Paolo Flores D’Arcais ha lanciato su Micromega un sondaggio per verificare se gli elettori di Micromega ritenessero anche loro che ci fosse una “questione morale” all’interno di IDV.
Ancora una volta, quindi, egli ha inteso mistificare casi sporadici di umane debolezze (che in dieci anni di vita di IDV si possono comunque contare su poche unità) con il collasso morale di un partito che ha fatto della legalità la sua bandiera portante ed il suo asse di riferimento.
Mi sta bene il sondaggio, a condizione, però, che non sia condotto in modo furbastro ed omissivo, come invece ha fatto il direttore Paolo Flores D’Arcais.
E’ ovvio, infatti, che all’inizio, sono stati solo i lettori assidui di Micromega a rispondere (così assidui da farlo anche il giorno di Natale). E’ comprensibile, quindi che, all’inizio, il sondaggio fosse decisamente più favorevole all’opzione caldeggiata proprio dal direttore della rivista.
E’ altrettanto ovvio che, finite le feste, l’intera “società in rete” si è mossa (specie dopo che il sondaggio è stato riperso anche da altri siti come Repubblica.it).
E’ ovvio anche che – come sempre accade in questi casi – si creino spontaneamente in rete dei “passaparola” fra gli internauti, sia da una parte (cioè chi crede che in IDV ci sia una questione morale), sia dall’altra (chi, invece, non ci crede affatto e reputa ingiusto ed offensivo un’affermazione del genere).
E’ accaduto così, che – con il propagarsi in rete della notizia circa l’esistenza di un tale sondaggio – le percentuali siano andate via via modificandosi a favore della seconda opzione (l’ingiustizia dell’accusa).
E qui scatta – anzi è scattato come una mannaia – il peccato di accidia di Flores D’Arcais: preso atto che i sondaggi non rispondevano più ai suoi desideri lo ha letteralmente sospeso, bloccando l’accesso in rete a coloro che volevano e vogliono ancora partecipare.
Non solo: per giustificare tale suo assurdo comportamento, ha addirittura accusato me - con un velenoso articolo scritto in queste ore sul sito di Micromega - di aver organizzato la manipolazione del sondaggio.
Lo nego nel modo più assoluto: io, fino alla lettura dei giornali di questa mattina, nemmeno avevo piena contezza dell’evolversi dei sondaggi (non fosse altro perché ho passato un sereno Natale in famiglia a Montenero e non ho avuto proprio tempo né voglia né occasione di occuparmi dei sondaggi di Micromega).
Lo nego nel modo più assoluto anche perché non avrei nulla da guadagnarci a truccare i sondaggi, tanto la realtà nessuno la può cambiare.
Certo, può essere accaduto - come sempre accade quando si propongono all’opinione pubblica due quesiti opposti – che vi sia stato uno spontaneo passaparola da un parte e dall’altra. Ma spegnere l’accesso solo perché le iniziali aspettative non piacciono più a chi ha commissionato il sondaggio - accusando addirittura me di aver organizzato il “passaparola” - è davvero un grave peccato di accidia (il primo dei sette peccati capitali), inteso appunto come “negligenza nel fare il bene”.
Anzi di più: è anche un grave peccato di superbia (il secondo dei sette peccati capitali), inteso come ostentazione del proprio sapere per sminuire i meriti altrui.
Anzi, ancora di più: è anche un grave peccato di invidia (il terzo dei sette peccati capitali), inteso come frustrazione personale per i successi altrui.
Caro Paolo, posso assicurarti che ieri e l’altro ieri né tu né Micromega eravate al centro dei miei pensieri: a Natale preferisco il presepe. A te ricordo invece che l’accidia e la superbia portano all’inferno dei sentimenti!
Buon anno!

 
La redazione IDV

Rai: Masi e Minzolini sfiduciati dal buonsenso

La Rai è sempre più al centro delle polemiche. La grave situazione al suo interno si ripercuote negativamente su ogni attività. Nel generale clima di insoddisfazione va segnalato l’eclatante risultato del referendum indetto dall’Usigrai sul Direttore Generale Mauro Masi, che ha raccolto quasi 1.500 voti di giornalisti che per oltre il 90% gli hanno negato la fiducia. Un “verdetto” trasversale alle diverse appartenenze politiche che dovrebbe consigliare al DG della Rai una onorevole uscita di scena e spingere il Parlamento, chiamato la prossima settimana a discutere le mozioni sul pluralismo, ad abbandonare ogni logica di schieramento e ad esprimere un voto in sintonia con il grido d’allarme lanciato dai professionisti della comunicazione Rai.
Ma a tenere alta l’attenzione sulla Tv di Stato ci sono anche la denuncia presentata dal sindacato dei giornalisti Rai e Stampa Romana contro l’azienda, per comportamento antisindacale, e il marasma interno al Tg1, che è forse la situazione più difficile da quando, un anno e mezzo fa, a guidarlo è arrivato il direttore Augusto Minzolini, accusato da più parti di aver trasformato il telegiornale della rete ammiraglia nel megafono del Governo e in particolare di Silvio Berlusconi.
Da tempo si registrano forti scontri tra lui e una parte dei suoi redattori. Una guerra di posizioni che ha portato ad una spaccatura all’interno della stessa redazione, divisa tra i sostenitori del direttore e chi, i più, lo contesta apertamente: qualche mese fa ha destato scalpore l’abbandono di Maria Luisa Busi, una delle figure più apprezzate alla conduzione del Tg1 e l’epurazione di tre professionisti.
In questo affresco a tinte fosche, si inserisce anche la vicenda di Cinzia Fiorato, una giornalista della redazione Cultura che è arrivata a denunciare per mobbing la Rai, nella persona del direttore generale Masi, Minzolini e il caporedattore, Maria Rosaria Gianni.
La vicenda Fiorato, come molte altre negli ultimi tempi, è grave non solo per la palese violazione del contratto, del codice etico, della Carta dei doveri e della deontologia dei giornalisti, ma soprattutto perché è la fotografia di una Rai, servizio pubblico, offesa e oltraggiata, ridotta a mero strumento di propaganda e a terra di conquista delle fameliche legioni clientelari berlusconiane.
L’Italia dei valori, sempre attenta alle tematiche riguardanti la libertà d’informazione e il rispetto della legalità, ha presentato un’interrogazione parlamentare per verificare se, come denunciato da Usigrai e Stampa Romana, “all’interno della Rai, in occasione della presentazione del nuovo piano industriale, si siano attuati comportamenti antisindacali”. E se i ministri competenti, “non intendano porre in essere azioni a tutela della pluralità dell’informazione” e dei giornalisti coinvolti in cambiamenti che appaiono privi di una logica economica e di mercato.
Il minimo che si possa fare per tenere alta la guardia sulla deriva di un sistema costantemente impegnato a mettere in discussione le ragioni stesse dell'autonomia e dell’indipendenza del servizio pubblico.