Giovedi, 17 Maggio 2012

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Giustizia e Sicurezza

  

Giustizia. Maglia nera all'Italia, governo agisca per arginare sfascio

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La redazione IDV
"L'unica, vera riforma della giustizia è quella che prevede soluzioni strutturali e che quindi permetta ai cittadini di vedere rispettati i propri diritti in tempi adeguati. Il resto sono solo chiacchiere e politichese”. A dirlo è l'europarlamentare e capodelegazione Idv Niccoló Rinaldi, commentando il rapporto del Consiglio d'Europa che assegna all'Italia la 'maglia nera' quanto a lentezza della giustizia.

"Un Paese veramente civile – ha aggiunto – metterebbe al primo posto la riforma di un sistema che fa acqua da tutte le parti, e che di fatto si tramuta in uno stillicidio di diritti negati e d'un diffuso senso d'impunitá. Bisogna subito stanziare fondi e velocizzare la macchina burocratica per invertire la rotta e permettere ai cittadini di tornare a fidarsi dello Stato e di una giustizia finalmente efficiente”.
Secondo Rinaldi, “non affrontando questo tema con azioni incisive, il governo si rende corresponsabile di uno sfascio in cui a rimetterci sono solo i cittadini. Oggi per la giustizia negata, e domani per i risarcimenti che l'Italia e' costretta a pagare, in alcuni casi addirittura in ritardo”.

Giustizia. Si sospenda magistrato Canali dopo condanna

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La redazione IDV
“Il 14 marzo scorso il gup di Reggio Calabria ha condannato a due anni di reclusione per falsa testimonianza Olindo Canali, magistrato della quinta sezione penale del Tribunale di Milano. Canali é in servizio presso la stessa sezione in cui si sta svolgendo il dibattimento del noto processo a carico di Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora. C’è, perciò, la concreta possibilità che possa essere chiamato a integrare il collegio che si sta attualmente occupando del processo e che richiede massima autorevolezza e limpidezza di tutti i componenti”. E’ quanto scrivono in un’interrogazione parlamentare il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, e il capogruppo IdV in commissione Giustizia, Federico Palomba, che chiedono al ministro della Giustizia se “non sussistano le condizioni per imporre una sospensione di Canali dalle funzioni giurisdizionali. Infatti, un magistrato che nonostante una tale condanna, continui a svolgere le proprie delicate funzioni, sarebbe motivo di discredito per l’immagine dell’ordine giudiziario in generale e, in particolare, per il Tribunale di Milano”.

“Canali – si legge nel testo dell’interrogazione - avrebbe commesso il reato di falsa testimonianza nel 2009, durante il maxiprocesso alle cosche mafiose della provincia di Messina, denominato Mare Nostrum. In particolare, il magistrato avrebbe dichiarato il falso negando di aver scritto un memoriale relativo alla sua esperienza di sostituto procuratore al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, ai suoi rapporti con il giornalista Beppe Alfano, ucciso dalla mafia barcellonese l’8 gennaio 1993 e alle indagini svolte sull’omicidio. Inoltre, Canali avrebbe negato, affermando ancora il falso, di aver ricevuto da Alfano confidenze personali sul ruolo del boss Giuseppe Gullotti, condannato all’ergastolo per un duplice omicidio durante il primo grado del processo Mare Nostrum. In quello stesso dibattimento, infine, Canali aveva svolto le funzioni di pubblico ministero, ma era stato revocato per i suoi rapporti con Salvatore Rugolo, cognato del capomafia Gullotti”. Di Pietro e Palomba hanno illustrato il caso di Canali, che per 18 anni è stato sostituto procuratore nel Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, anche all’interno di un’altra interrogazione parlamentare rivolta al ministro Severino, sulla situazione della giustizia nel distretto di Messina, chiedendo anche un’ispezione presso la Procura generale della Repubblica della Corte d’appello della città dello Stretto.

Scarica l'interrogazione

Anm e Csm attaccano i pm ma dimenticano i rischi di abusi informatici nelle procure

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Lidia Undiemi

Per Silvio Berlusconi i magistrati che indagano sui poteri “forti” sono un cancro. Daniela Santanchè li definisce  addirittura come delle metastasi. Luca Palamara chiede che si faccia chiarezza sul lavoro dei pm antimafia in merito alla collaborazione di Ciancimino e il CSM ha aperto un'inchiesta su tale questione.

Abbiamo dunque, in ordine, il Presidente del Consiglio, un sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati e l'organo costituzionale di autogoverno della magistratura che, in vario modo, puntano il dito sui magistrati che stanno conducendo indagini importantissime sui cosiddetti poteri forti e sui rapporti fra Stato e mafia.

L'attacco di Berlusconi e della Santanchè è ovviamente inaccettabile e dovrebbe portare alle immediate dimissioni di entrambi. Basta citare, fra i tanti, l'articolo 54 della Costituzione che impone a tutti i cittadini di “essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”, e per i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche il “dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Ciò significa che nell'ambito della più ampia libertà di pensiero, nessun cittadino ha il diritto di aggredire e denigrare le istituzioni, figuriamoci i rappresentanti istituzionali, senza che questi abbiano commesso alcun reato o si siano resi colpevoli di comportamenti disdicevoli al ruolo.

La Corte dei Conti, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2011, ha messo in guardia dal fatto che le privatizzazioni e le esternalizzazioni si sono ridotte a un mezzo per la gestione clientelare del potere politico-amministrativo.

In un Paese dilaniato dalla corruzione della classe politica che cede al dio denaro,  servito su un piatto d'argento da scellerate lobbies affaristiche, la posizione del CSM e dell'ANM nei confronti dei magistrati di Palermo assume toni inquietanti. Come possono, infatti, organismi così importanti fare le pulci a magistrati dalla indiscussa moralità e comprovata correttezza professionale (si veda l'arresto di Massimo Ciancimino) e lasciare che società coinvolte in gravi bufere giudiziarie, tramite le privatizzazioni, abbiamo in mano la gestione dell'informatica giudiziaria e delle intercettazioni?

In prima fila a mettere le mani sulla gestione centralizzata dei dati giudiziari con accesso “da remoto” abbiamo Telecom Italia e Finmeccanica con le sue controllate. Telecom Italia, società indagata e condannata assieme a Pirelli per l'attività di spionaggio illegale realizzata anche attraverso intrusioni informatiche. Finmeccanica, coinvolta in diversi guai giudiziari, mira a mettere le mani sul sistema unico delle intercettazioni e  recentissimamente scoppia l'inchiesta che mette sotto accusa l'impresa, il PD e la fondazione D'Alema per favoreggiamenti nell'assegnazione degli appalti in cambio di denaro. Elsag Datamat, altra società protagonista del piano di informatizzazione e controllata Finmeccanica, è finita nel mirino degli inquirenti assieme alla Selex Communications (altra società di Finmeccanica) per illecita aggiudicazione di appalti. Secondo l'accusa alcuni dati relativi a determinati indagati sono stati copiati illecitamente generando una fuga di notizie che ha danneggiato l'inchiesta (tg24.sky.it, giugno 2010).

Diverse denunce arrivano dalla magistratura (e non solo), sia per malfunzionamenti legati ai sistemi informatici forniti da operatori privati che per i rischi di traffici illegali di dati giudiziari insiti nel modo attraverso cui questa ondata di innovazione tecnologica sta invadendo tribunali e procure.

 

L'ANM, basandosi su valutazioni di natura economica, spinge per la centralizzazione della gestione dei dati su tutto il territorio nazionale. Il 18 gennaio 2011 il CSM ha stipulato un protocollo d'intesa con il ministro Brunetta, la cui prima linea di azione consiste nella creazione di un servizio informativo ed informatico di “governo, monitoraggio e valutazione dei magistrati e dell'organizzazione giudiziaria da parte del CSM”. Viene spontaneo dunque porgere alcune domande al Csm e all'Anm.

Scarica il dossier completo di Lidia Undiemi

- Qual è la posizione del CSM e dell’ANM rispetto al fatto che con gli appalti dell’informatica giudiziaria i grandi poteri economici stanno entrando nella gestione di tribunali e procure?

- I suddetti organismi non ritengono che sia più importante occuparsi della “privatizzazione della Giustizia”, immersa in una serie di indagini per aggiudicazione illecita di appalti e scandali di abusi informatici, piuttosto che puntare il dito sui magistrati antimafia della procura di Palermo che stanno indagando sui poteri “forti”?

- Reputano, infine, che le dichiarazioni della Corte dei Conti con cui si condannano le privatizzazioni e le esternalizzazioni, ridotte a “mezzo di mera elusione delle regole della contabilità pubblica o della gestione clientelare del potere politico-amministrativo”, siano di per sé sufficienti per l’apertura di una “inchiesta” sull’applicazione di tali strumenti nel settore Giustizia?

Sfollati, clandestini o migranti, sono sempre disperati

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La redazione IDV

Improvvisare. Arraffazzonare misure d'intervento che in nulla assomigliano a soluzioni. Questi i tratti della politica di Governo di fronte all'emergenza dei migranti che sbarcano sull'onda delle rivolte del Nord Africa. Proclami ed azioni basate su una “leghistissima” intolleranza ed una scarsa lungimiranza. Misure tra cui si colloca anche l'apparente cambio di rotta con cui l'esecutivo ha rilasciato i permessi di soggiorno temporanei, che, in realtà, sono perfettamente in linea con la mentalità escludente e stigmatizzante della maggioranza. Per come è stato condotto, solo un modo di rimandare la soluzione del problema di tre mesi sperando che nel frattempo i migranti si ingegnino a scappare. Poco importa se il permesso temporaneo per legge non è valido oltre i confini del Paese che lo rilascia. Poco importa se quando questi ragazzi arriveranno in Francia, che è la terra a cui mirano, saranno di nuovo irregolari e passibili sanzioni. L'importante è "svuotare la vasca" - con una metafora che piace tanto al ministro Maroni - se poi questi giovani non risolvono la complessità della loro condizione ed il problema flussi diventa di qualcun altro, tanto meglio. Così ci pensavano prima a intervenire a livello dell'Unione Europea.

E mentre la politica attacca e stacca definizioni, le parole scelte per individuare questi migranti vanno oltre il piano della retorica ed arrivano ad incidere sulla vita delle persone. Perché i termini, oltre la propaganda, corrispondono a condizioni giuridiche diverse. Diritti riconosciuti, concessi o negati. Se ripercorriamo le tappe compiute da questi ragazzi e scandite dalle direttive del Governo troviamo un iter confuso, dove il file rouge è, e resta, l'indifferenza verso la tutela.

Già i primi attracchi sulle coste italiane hanno fatto aprire un dibattito sullo status da attribuire ai nuovi immigrati. Tutti concordi nel riconoscere che i tunisini non rientravano nei casi d'asilo, perché non fuggivano da un Paese in guerra o in cui rischiavano persecuzione, ci si è divisi sul considerarli "sfollati" o "clandestini". La prima era la posizione dell'associazionismo, dove per tutti si possono ricordare la dichiarazioni del presidente della Caritas che, sostenendo che in Tunisia vigesse comunque una situazione sociopolitica caotica, sottolineava come questi migranti non potessero essere considerati semplici irregolari, ma stranieri cui accordare un permesso temporaneo per motivi umanitari. Diversa l'opinione del Governo Italiano. Fino a due settimane fa, messo in scacco dalla posizione del Carroccio, ha sostenuto senza esitazione che i tunisini fossero clandestini, partendo dall'assunto che in Tunisia non sussistesse nessuna situazione di emergenza tale da giustificare l'emigrazione. Così questi ragazzi sono stati trattati come chi è imputato di reato di clandestinità e trasferiti nei Cie, Centri di identificazione ed espulsione, i luoghi che la politica riserva agli stranieri senza permesso di soggiorno.

Fino alla settimana scorsa le camerate del Cie di Bologna erano piene di tunisini arrivati dopo il rovesciamento di Ben Alì, detenuti in una condizione di totale privazione della libertà personale. Per fare loro spazio, i migranti che li hanno preceduti erano stati fatti uscire di gran fretta, senza attendere il limite massimo dei sei mesi previsto dal Pacchetto sicurezza. Come la maggior parte dei trattenuti, non erano stati concretamente espulsi, ma rilasciati con un foglio di via che li intimava a abbandonare il paese entro 5 giorni, trovando da soli i mezzi per farlo, pena incorrere in un reato punito col carcere.

Mentre i tunisini, finché c'era spazio, sono rimasti nei Cie, è arrivato il tempo dei vertici con la Tunisia. E lì la dialettica ha cominciato a cambiare. Con la speranza di portare a casa un accordo sui rimpatri, il Governo ha prudentemente preferito sostituire il "clandestini" a tolleranza zero, col più neutro "migranti". Il Carroccio ha iniziato ad allentare la tensione intorno alla possibilità di concedere i permessi temporanei e sabato scorso gli stranieri sono stati rilasciati. L'assurdo, o meglio, la testimonianza dell'assoluta mancanza di predisposizione alla tutela, è che non sono stati rilasciati col permesso. Per quello han dovuto attendere 10 giorni. Dove e come non si sa. Al Cie di Bologna per fortuna esiste un servizio di sostegno alla persona, il "Progetto Sociale", che ha segnalato la situazione al Comune ed i tunisini in attesa di regolarizzazione provvisoria sono stati presi in carico dal dormitorio Sabatucci. Una volta ricevuto il permesso, però, potrebbero essere lasciati in balia della loro sorte come è già capitato ai loro compagni di viaggio nelle altre città italiane, dove i Cie non hanno nessun "Progetto sociale" al loro interno.

Quando otterranno il foglio, probabilmente proveranno a fare ingresso in Francia, come il nostro Governo si augura. Cosa li attenda non è dato saperlo. Vedremo se almeno a livello europeo verrà intrapresa una politica seria o se ci si limiterà alle solite etichette, che piuttosto che risolvere problemi, continuano a crearne.

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La condizione dello straniero nei Centri di identificazione ed espulsione

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La redazione IDV

In questi giorni si parla tanto di immigrazione e del problema dell'accoglienza delle migliaia di clandestini che sbarcano sulle coste italiane. Risulta, perciò, di grande attualità la relazione sulla condizione degli stranieri trattenuti nei Centri di identificazione ed espulsione, redatta per il seminario “La condizione dello straniero nel carcere”, Cappella Farnese, Palazzo D’Accursio, a Bologna il 14 maggio 2010. "Istituzioni totali che hanno fortissime analogie col carcere - si legge nella relazione -, con l'aggravante di un'arbitrarietà che genera nei trattenuti la percezione di ingiustizia. La casualità scandisce infatti ogni tappa dell'articolato percorso del migrante verso l'espulsione e l'eventuale rimpatrio, acutizzando un disorientante senso di disagio ed arbitrarietà".

Franco Pilati, Responsabile del Progetto Sociale interno al C.I.E., scrive anche che "non è infrequente che lo straniero giunto al Centro di Identificazione ed Espulsione, dopo aver vissuto l’esperienza carceraria, definisca la condizione di detenuto, migliore e meno mortificante, rispetto a quella che si trova a vivere da trattenuto, all’interno dello stesso C.I.E., nonostante la situazione della maggior parte delle carceri italiane, si caratterizzi per la presenza di un elevato numero di persone in condizione di disagio, per il sovraffollamento, per la mancanza di risorse da destinare ad azioni di sostegno mirate, ecc… Ciò è dovuto principalmente al fatto che, l’esperienza carceraria, per quanto percepita come dolorosa e crudele, rientra tuttavia, in una dimensione effettivamente “culturale”, essendo la punizione che quella società infligge a chi ha infranto le leggi, che quella società prescrive, mentre, con il trattenimento all’interno di un C.I.E., viene meno, da parte dello straniero trattenuto, la consapevolezza dei passaggi che legano l’azione alla punizione".

Leggi la relazione la condizione dello straniero in carcere relaz. 14 maggio.pdf

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