TI TROVI IN: Home Temi

Temi

Errare humanum est perseverare autem diabolicum

Molti secoli fa Seneca si esprimeva così per farci comprendere che gli uomini possono sbagliare, e per questo vanno perdonati, a meno che non si perseveri sull’errore reiterandolo con continuità : in questo caso il comportamento diventa diabolico. E’ in effetti diabolico il comportamento di tutti questi governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni che sono totalmente responsabili, crisi si crisi no, della drammatica situazione in cui oggi si trova il nostro paese. Gli ultimi dati ISTAT certificano una realtà disastrosa dove il PIL sta letteralmente crollando : -2,4% nel 2012 che comparato alla situazione precrisi del 2007 significa - 6,9%. La previsione per il 2013 è attualmente -1,6% ; solo nel primo trimestre si è già perso lo 0,6%. Se così fosse saremmo a -7,5% dal 2008. Tutto sta precipitando : nel primo trimestre scendono infatti i consumi interni, gli investimenti, la produzione industriale, le esportazioni e le importazioni rispetto al trimestre precedente, il quarto del 2012, dove la variazione congiunturale del PIL era stata -0,9% quindi già molto negativa. Adesso però i nostri guru al governo ci dicono che la ripresa ci sarà nel 2014. La fisica ci insegna che ad ogni azione corrisponde una reazione e che non c’è reazione in mancanza di azione: come può esserci ripresa se non si sono presi e non si stanno prendendo provvedimenti adeguati per aiutare lo sviluppo? Ogni volta che i dati danno loro torto spostano avanti, come se giocassero divertendosi a prenderci in giro , la ripresa ; sono oramai tre anni che fanno questo ed è semplicemente vergognoso perché denota incompetenza, pressappochismo, incapacità di prevedere e fare e soprattutto serietà a livello zero per non dire peggio. Ma con chi credono di avere a che fare? Stanno giocando con la vita di molti italiani : questo è veramente diabolico!! Basta, è veramente ora di dire basta a questo comportamento vergognoso che rende i poveri sempre più poveri, aumenta le difficoltà delle imprese sempre più in crisi e fa crescere ogni mese il tasso di disoccupazione che ha già superato il 12%. Eppure basterebbe volerlo e si potrebbero prendere provvedimenti che inciderebbero da subito sul lavoro e sulle imprese. Un governo forte, serio, determinato e composto da veri professionisti dovrebbe muoversi su tre fronti :

1) Interventi a brevissimo termine per invertire la tendenza: non si può più attendere, siamo un paese alla disperazione.

Occorre agire su due fronti perché il lavoro non lo si crea dal nulla : nasce solo dall’aumento della domanda di beni e servizi e quindi bisogna farli ripartire. Occorre partire con un piano di grandi opere pubbliche realmente necessarie allo sviluppo del paese e delle imprese come mettere in sicurezza il territorio evitando i frequenti disastri ambientali, migliorare significativamente le infrastrutture che agiscono sullo sviluppo delle imprese (porti, aeroporti, treni per i pendolari, collegamenti autostradali etc), progettare e dare l’avvio al progetto carceri da decenni da tutti evidenziato e poi come per il PIL sempre spostato in avanti, avviare subito le tante bonifiche ambientali per riqualificare territori che oggi non sono utilizzabili o lo continuano ad essere con gravissimi ripercussioni sulla salute degli abitanti locali. In momenti di grande difficoltà come questo si dovrebbe anche essere in grado di agire per priorità visto che le risorse sono scarse, se non nulle, e quindi ad esempio perché costruire le stazioni sotterranee dell’A.V. di Bologna e Firenze con un costo complessivo di quasi 3,5 miliardi di euro per risparmiare solo pochi minuti? Quale vantaggio deriva alle imprese e al lavoro da questi enormi investimenti? Non sarebbe meglio rinviarli alla stagione delle vacche grasse, quando verranno, sperando che arrivino di nuovo? Con queste grandi opere intelligenti si rimetterebbero da subito in moto migliaia di
imprese e si riprenderebbe ad assumere. Il secondo fronte riguarda la capacità di spesa delle classi meno abbienti con grande attenzione agli incapienti, intervenendo con bonus fiscali e con la riduzione delle due prime aliquote del 23% e del 27% aumentando il netto in busta paga in maniera significativa ; non si deve quindi parlare di uno o due punti, come tentò di fare il governo Monti, perché con 10-20 euro in più al mese non si va da nessuna parte. Se vogliamo far ripartire la domanda o facciamo qualcosa di consistente e serio o meglio niente. Chi oggi non arriva alla terza, o alla quarta settimana, rimetterà subito in circolo le maggiori entrate riattivando la domanda, quindi i consumi e di conseguenza la produzione di beni e servizi. Per entrambi gli interventi occorreranno risorse e si dovrà quindi avere la determinazione e la forza di far ragionare i partner europei facendo capire che oggi l’unica strada è questa per evitare il fallimento ; basta con la stupida austerità fine a se stessa , occorre immettere liquidità nel sistema che comunque a medio termine porterà i suoi frutti aumentando il PIL, riducendo la disoccupazione e la CIG, ma soprattutto evitando fratture sociali che si evidenzierebbero in situazioni di conflitto anche distruttivo e molto difficilmente gestibile. Gli investimenti in grandi opere si potrebbero poi evidenziare separatamente dal debito pubblico perché non facenti parte della spesa corrente o comunque allentando il patto di stabilità e il fiscal compact che deve essere assolutamente ridiscusso ; occorre oggi introdurre flessibilità. Per quanto riguarda poi le risorse è necessario che i debiti della PA ( 90-100 miliardi) vengano saldati in tempi brevi e non dilazionandoli negli anni a venire. Sono già soldi spesi indipendentemente dal criterio di allocazione di questi debiti. Stiamo facendo fallire aziende per non pagare quello che è già stato speso e che in una azienda privata va dal ricevimento della fattura nei debiti di fornitura. Purtroppo
siamo anche qui al ridicolo ; il problema è che per questo ridicolo molti imprenditori chiudono e tanti lavoratori diventano disoccupati. Se riparte il PIL anche il rapporto deficit PIL e il rapporto debito PIL ne risentiranno positivamente.
Cerchiamo di entrare in un circolo virtuoso altrimenti quello vizioso in cui oggi navighiamo ci schiaccerà tutti.

2) Interventi a medio lungo: devono essere subito avviati anche se ne vedremo i risultati entro alcuni anni.

Il più importante e prioritario è una seria lotta all’evasione fiscale dove occorre avviare iniziative e provvedimenti che riducano drasticamente la circolazione del contante : moneta elettronica, tassazione progressiva sul prelievo del contante, tracciabilità dell’uso dello stesso. Il mancato gettito è di 150-200 miliardi l’anno e siamo alla disperazione : occorre fare quindi guerra all’evasione e se di guerra si tratta occorre portarla avanti con determinazione, intelligenza e sensibilità, ma occorre vincerla.
Poi viene il costo del lavoro con un cuneo fiscale mastodontico, un Irap che colpisce il lavoro e gli investimenti e una tassazione totale sul Pil che va oltre il 53%. Anche su questi punti occorre avviare subito un piano che riduca il cuneo, magari agendo prioritariamente sull’Irpef dei dipendenti, azzeri in tre-quattro anni l’Irap e riduca la tassazione totale. In abbinamento a queste minori entrate occorre trovare il finanziamento che dovrebbe arrivare dalla lotta all’evasione e agli sprechi, dagli stipendi e pensioni d’oro, dall’azzeramento delle missioni militari all’estero e dal taglio degli armamenti, da una saggia e progressiva patrimoniale, dalla razionalizzazione di provincie e comuni, dal taglio drastico delle consulenze e da una forte razionalizzazione delle partecipate oltre a tanto altro ancora.
Inoltre occorre fare lotta alla burocrazia e, per quanto riguarda la PA, basterebbe applicare totalmente la legislazione vigente.
Ci sono poi la cultura , la scuola e l’università , la sanità etc ma se non facciamo ripartire la macchina del paese con gli interventi immediati sopracitati mancheranno sempre più risorse e questi settori verranno sacrificati. Lavoro e impresa un tempo in antitesi oggi sono uniti per salvare il paese : aiutiamoli da subito

Alessandro Lelli Responsabile Nazionale Dipartimento Economia e Finanze

 
La redazione IDV

Un importante passo avanti ma ora ci vuole la legge

di Maurizio Zipponi
L'accordo sulla rappresentanza e sulla democrazia nei luoghi di lavoro firmato la settimana scorsa da Confindustria e dai tre sindacati maggiori Cgil, Cisl e Uil è un passo in controtendenza rispetto alla china rovinosa che le relazioni sindacali hanno preso ormai da anni. E' un segnale positivo, il primo da molto tempo: sempre che si trasformi in realtà e non venga ignorato e aggirato. E' un fatto che se questo accordo fosse stato praticato nei suoi fondamentali criteri democratici e rappresentativi in Italia non ci sarebbe stata la disastrosa vicenda Fiat che ha demolito gli accordi aziendali, i contratti nazionali in totale disprezzo della legge e della Costituzione Repubblicana, nè tantomeno sarebbe stata possibile la demolizione del contratto nazionale di lavoro che è iniziato tutto con la firma separata di organizzazioni minoritarie per quanto riguarda i metalmeccanici.
L'accordo è positivo per diverse ragioni. Prima di tutto rende conto della reale rappresentanza delle organizzazioni sindacali nei luoghi di lavoro con la certificazione degli iscritti. Negli stessi luoghi di lavoro, la rappresentanza verrà indicata incrociando il numero certificato degli iscritti e il voto proporzionale delle Rappresentanze sindacali unitarie. Metodi che rispondono ai due requisiti fondamentali: trasparenza e democraticità.
Il secondo e persino più importante elemento positivo è che, in base all'accordo, tutti gli accordi eventualmente firmati dovranno essere sottoposti a referendum e saranno validi solo se approvati dal 50% più uno dei lavoratori interessati. Si tratta in tutta evidenza di un passo fondamentale per restituire ai lavoratori il diritto di decidere sulle loro condizioni di vita e lavoro senza dover delegare alle burocrazie sindacali.
Le proteste che si sono appuntate contro il tetto del 5% necessario per essere riconosciuti e sedere al tavolo delle trattative sarebbero infatti giustificate se quel tetto venisse calcolato azienda per azienda, dal momento che esistono organizzazioni di base forti e davvero rappresentative in alcuni luoghi di lavoro ma assenti in altri. Dal momento che la percentuale viene invece calcolata su base nazionale, non rappresenta un limite sensibile alla democraticità dell'accordo.Il punto critico però c'è ed è evidente.
L'accordo impegna solo chi lo ha firmato. Se un'azienda vuole ignorarlo basta che esca da Confindustria come ha già fatto appunto la principale azienda italiana, la Fiat. E' un particolare che, in prospettiva, potrebbe inficiare l'importanza  del patto appena siglato o quantomeno circoscriverne drasticamente la portata.
Per evitare che l'accordo venga aggirato c'è dunque una sola via d'uscita. Il governo deve recepire i termini dell'accordo e trasformarli in legge dello Stato valida per tutti. In materia, peraltro, esiste già un progetto di legge depositato da Italia dei Valori nella scorsa legislatura: basta riprenderlo e farlo proprio.
L'argomento accampato sinora per giustificare l'assenza di una legge era del resto proprio che prima doveva essere raggiunta un'intesa tra i sindacati e Confindustria e solo dopo si sarebbe potuto legiferare. Bene, ora l'intesa è stata raggiunta, l'accordo c'è e sarebbe un bel paradosso se non valesse per la principale azienda italiana!
Se il governo Letta crede nella democrazia e si rende conto dell'importanza del patto non solo per garantire una rappresentanza reale ma anche per rilanciare l'economia del Paese deve solo non perdere tempo e varare subito una legge sacrosanta.

Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 7 giugno 2013

   
Paolo Brutti

Di poca coerenza l'Idv ha rischiato di morire

La si butta in politica quando non si vuol stare al merito. Dalla nota di Rinaldi è chiaro il suo voto a favore di una risoluzione sull'energia che in due punti rilancia la strategia nucleare e addirittura sostiene che la produzione di elettricità mediante centrali nucleari è priva di emissioni nocive e a basso costo.

E' vero che la risoluzione conteneva oltre cento punti, molti dei quali generici, altri interessanti, altri come detto inaccettabili (perforazioni nel Mediterraneo e Ccs). La valutazione di quante fossero le cose buone e quelle cattive era ed è di natura squisitamente politica: al posto di Rinaldi avrei votato contro e altrettanto hanno fatto tre dei quattro nostri rappresentanti. Che siano stati travolti pure loro con largo anticipo dalle fregole congressuali?

Si aggiunga che l'esito della votazione non era così incerto da giustificare un pronunciamento contrario alla linea del nostro partito. Invece il voto pro-nucleare di un rappresentante Idv al Parlamento europeo è stato oggetto di pesanti commenti in rete, con rimbalzi che sono arrivati fino ad oggi, facendo passare l'IdV per un partito ambiguo e incoerente. Di poca coerenza l'Idv ha rischiato di morire.

   

Il Parlamento esautorato

Poiché non bastava il comitato dei quaranta, a questo si sono aggiunti i trentacinque saggi. Anzi, per la precisione, quarantadue, visto che ci saranno sette relatori con il compito di scrivere materialmente quei testi che dovrebbero cambiare le sorti dell’Italia e modificare il nostro assetto costituzionale. Difatti, con queste nomine, il Parlamento è stato esautorato dal suo ruolo, alla faccia della volontà degli elettori e delle regole della democrazia. Insomma, non solo questa legge elettorale ha portato in Parlamento i prescelti dalle segreterie di partito ma, adesso, quelle stesse segreterie hanno aumentato il numero dei fortunati protetti, messi anche in conto ai contribuenti.E per fare cosa? Per stravolgere le regole del gioco, dare il patentino A al Cavaliere e poi, magari, farne pure il presidente di una Repubblica presidenziale. Oggi la stampa internazionale ci ride alle spalle.  La cosiddetta pacificazione è tutto un bluff, il solito trucco di Berlusconi che riesce a sopravvivere distribuendo piatti di lenticchie. Peccato che questa volta in cambio di quel piatto hanno dato la nostra Carta e i nostri principi costituzionali.Altre sarebbero le emergenze: creare occupazione, risolvere il conflitto d’interessi, l’abrogazione del Porcellum. Ma queste cose le fa un governo politico serio, espressione del volere dei cittadini, e che non sia il frutto di un bieco inciucio, voluto solo per permettere al Pdl e al Pd di vivacchiare e accaparrarsi, di giorno in giorno, poltrone e prebende.Siamo davanti ad una situazione d’impasse dalla quale difficilmente usciremo poiché, per farlo, dovrebbe saltare quell’equilibrio fatto di ricatti, minacce e veti incrociati che fa comodo a chi, oggi, è al governo e vuole restarci.Bisogna smetterla di utilizzare il Parlamento come un treno sul quale salire per fare carriera e assicurarsi benefits, immunità e impunità. C’è un fine più nobile che chi ricopre incarichi istituzionali dovrebbe perseguire: fare l’interesse di tutti, non solo di alcuni.

   
Niccolo Rinaldi

Accomodatevi nel circolo delle meschinità

Paolo Brutti rispolvera ora, tanto per intorbidire il percorso congressuale, una risoluzione dello scorso febbraio votata dal Parlamento Europeo sulla politica energetica. Oltre 110 paragrafi che ridisegnano la politica energetica europea. Un documento all'europea, frutto di un lungo compromesso e molto complesso. Vi sono parti condivisibili e parti meno. Tra queste, due paragrafi sul nucleare, che certo non ho sostenuto. Tra le tante parti condivisibili, una decina di paragrafi sulle energie rinnovabili, architrave della strategia. 
Il mio voto sul nucleare è stato chiaro. Ma ho sostenuto l'insieme della risoluzione finale perché, se non fosse stata approvata, la politica energetica nel suo complesso in Europa sarebbe ancora dieci passi indietro, come spesso ci capita di fare a Bruxelles laddove abbiamo documenti che non ci soddisfano interamente ma che non possiamo buttare via totalmente. Il mio impegno contro il nucleare, del resto, non finisce con quel voto.
Davanti a chi conosce il mio lavoro, e mi sorprende che Brutti non lo conosca, non ho niente da rimproverarmi e non devo certo giustificarmi. Sul territorio ho partecipato in prima persona alla raccolta delle firme referendarie e organizzato io stesso vari dibattiti contro il nucleare. In Europa oltre al nucleare, è tanto il lavoro sulla raccolta dei rifiuti, contro la caccia in deroga, i diritti degli animali, la tutela del paesaggio. Di tutto questo sul mio sito, nelle mie newsletter, si è sempre parlato abbondantemente. Magari, a volte, è mancata la sponda nazionale. Ma tralascio.
Invece ecco a dovermi quasi "giustificare". Ma qui non si parla di nucleare o di Europa. Si parla solo di congresso, da parte non del responsabile Ambiente IdV, ma di un coordinatore regionale che pure ho sempre stimato profondamente e che, guarda caso, ha sottoscritto la mozione Messina.
La polemica è quindi - nei tempi, nei toni e nella sostanza - di una meschinità irrilevante. Ma se questa è la qualità del dibattito congressuale, ci troviamo di fronte a un requiem.

Niccolò Rinaldi, Europarlamentare Idv e candidato alla segreteria nazionale del partito

   
Paolo Brutti

Un futuro con l'energia

Il 14 febbraio 2013, su proposta della Commissione per l'industria, la ricerca e l'energia , il  Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla tabella di marcia per l'energia 2050, un futuro con l'energia.

   
Antonio Di Pietro

Il Governo si occupi di Taranto e dei suoi cittadini

La montagna ha partorito il topolino, anzi una vipera. Da oltre un anno i magistrati di Taranto hanno dichiarato fuori legge l’Ilva e i proprietari, che sono stati arrestati. I giudici hanno individuato, attraverso beni mobili e immobili, risorse per 8,1 miliardi di euro che dovrebbero essere utilizzate per bonificare l’azienda e riportarla nel rispetto della legge. Inoltre sono stati individuati 1,2 miliardi,  denaro che, probabilmente, secondo quanto affermano gli inquirenti, è scaturito da operazioni estere dei Riva attraverso evasioni fiscali. I proprietari hanno prima individuato l’ex il prefetto di Milano come amministratore delegato e poi Enrico Bondi che da mesi esercita poteri di gestione sull’azienda.  L’esecutivo avrebbe dovuto applicare le decisioni della magistratura, nominando quali gestori della più grande acciaieria d’Europa ingegneri ed esperti di impianti siderurgici. Invece è stato riconfermato Enrico Bondi, che era stato già scelto dalla famiglia Riva, proprio la stessa persona che ha permesso la cessione della Parmalat ai francesi e che ha una delle parcelle più alte del mondo. La scelta di Bondi come commissario ci fa capire che siamo alle solite: la partita sarà tutta finanziaria, infatti saranno le banche ad avere il ruolo prevalente nella gestione dello stabilimento. Quindi si metterà in secondo piano la valenza industriale che ha questo impianto per il settore manifatturiero italiano e l’importanza che lo stesso debba rimanere di proprietà italiana, onde evitare di consegnare ai tedeschi, o ai cinesi di turno, una delle chiavi competitive del nostro sistema economico. Lo stabilimento dell’Ilva vale circa 8 miliardi di euro all’anno, tra prodotto, stipendi e indotto. L’Italia non si può permettere di regalare quest’importante impianto agli stranieri. Il governo Letta ha fatto molte promesse sulla vicenda, ma alla fine ha lasciato lo stabilimento nelle mani peggiori, abbandonando i cittadini di Taranto e i lavoratori.

   
Antonio Di Pietro

La classe media rischia di scomparire

La disoccupazione in Italia continua a crescere in maniera vertiginosa. Per disgrazia di chi ci ha governato negli ultimi anni la matematica non è un’opinione e, siccome il bilancio occupazionale di un Paese è il risultato delle politiche economiche e sociali portate avanti negli anni precedenti, possiamo dire che oggi l’Italia ha le peggiori performance occupazionali d’Europa. Senza contare che le donne sono fra le prime a pagare il prezzo della crisi visto che continuano ad essere espulse dal mercato del lavoro. Il dato sulla disoccupazione reale che emerge dalla somma dei disoccupati ufficiali, dei cassaintegrati normali, di quelli in deroga, dei circa due milioni che hanno lasciato gli studi e che non cercano più un lavoro, insieme ai lavoratori dipendenti che sono nelle aziende in crisi, ha raggiunto il 25%. Questa cifra preoccupante è il giudice implacabile del clamoroso insuccesso dei governi Berlusconi prima e Monti poi. La coesione sociale del nostro Paese corre un grave pericolo: la classe media rischia di scomparire e l’esasperazione di chi non arriva più alle terza settimana del mese aumenta. E’ ora di invertire la rotta prima che sia troppo tardi.

   
Maurizio Zipponi

La crisi? Un grande business per le banche

Negli ultimi anni e mesi non tutto il Paese è andato a fondo. L'economia reale, il lavoro, i consumi, la produzione, l'occupazione, il reddito sono andati a picco. Le banche, invece, hanno risanato i loro bilanci. Il risanamento degli istituti bancari ha proceduto spedito lungo alcune direzioni precise. La prima è la stretta senza precedenti sulla concessione dei mutui per la prima casa e l'avvio di prime attività lavorative. Alla fine del 2012 il calo nell'erogazione dei mutui era del 49,6%: un dimezzamento secco. Da allora le cose non sono migliorate. Sono anzi andate anche peggio. Del resto, una volta chiusi i rubinetti del credito per chiunque non abbia un contratto a tempo indeterminato, il precipizio era inevitabile. La seconda direttrice di marcia è rappresentata dall'acquisto di titoli di Stato grazie ai prestiti super agevolati della Bce. Nell'autunno del 2012 i titoli di Stato italiani in possesso delle banche erano aumentati, rispetto all'anno precedente, del 63%. Basta mettere a confronto il costo del denaro in Europa, nella media pari allo 0,5%, e gli interessi pagati su Bot, Btp e titoli vari, in media del 4%, per avere un'idea di quale enorme affare sia stata la crisi per le banche. E di quanto quel lucroso affare costi invece allo Stato. E' opportuno segnalare che, tra tutti i Paesi europei che hanno usufruito dei prestiti europei, l'Italia è l'unico le cui banche non hanno ancora restituito un euro. Persino le banche spagnole hanno restituito invece una quarantina e passa di miliardi. La realtà è che oggi le banche italiane concedono il credito solo ad alcune lobbies e ad alcune figure a loro vicine, tra cui spiccano i Benetton, Tronchetti Provera e il versante finanziario Fiat, escludendo ogni intervento a favore dell'economia reale. In compenso, le banche, quando necessario, continuano a godere di sostanziosi aiuti da parte dello Stato, come messo definitivamente in luce dalla vicenda, cancellata dalle prime pagine dei giornali, del Monte paschi di Siena che ha incamerato 4 miliardi di prestito garantendone la restituzione con titoli dello stesso Monte paschi: un circolo vizioso che non sarebbe stato possibile in quasi nessun altro Paese capitalista occidentale. La conclusione si impone da sé. Oggi il risanamento delle banche è uno dei principali elementi che bloccano la ripresa dell'economia reale e che rendono impossibile uscire dalla crisi. Parlare di discontinuità con le politiche sin qui disastrosamente seguite non ha senso se non si mettono in campo politiche anticicliche e antirecessive, come stanno del resto facendo Usa e Giappone. E' vero che noi non possiamo battere moneta, come stanno facendo loro, perché l'Europa lo impedisce, ma ciò non significa che non siano possibili interventi rapidi e drastici. Le possibilità di intervenire con tempestività ed efficacia per rimuovere almeno parzialmente il blocco costituito dagli interessi finanziari e imprimere la spinta necessaria all'economia reale ci sono. Bisognerebbe imporre di riaprire il credito a favore delle imprese, soprattutto quelle che più soffrono e cioè le piccole e medie, a un tasso dell'1% che comunque è il doppio del costo del denaro in Europa. Bisognerebbe firmare immediatamente l'accordo con la Svizzera per ottenere la tassazione del 20%, e la restituzione del gettito all'Italia, dei capitali depositati nelle banche elvetiche, che provengono quasi tutti proprio dalle banche italiane. Tale misura vale da sola, nel giro di 12 mesi, circa 15 miliardi. Infine bisognerebbe congelare per un periodo limitato di tempo i mutui per il pagamento dei prestiti delle aziende che hanno investito in innovazione e delle famiglie che hanno acceso un mutuo sulla prima casa, mantenendo, per due o tre anni, solo il pagamento degli interessi. E' di fronte a questo bivio che si trova oggi Enrico Letta. Da quale via sceglierà di imboccare dipenderà la qualità del suo governo, sul quale, sino a quel momento, si deve tenere in sospeso il giudizio. Se vuole realizzare anche solo una parte significativa del programma che ha illustrato alle camere, Letta dovrà per forza procedere su questa strada, nonostante la comprensibile e forte ostilità delle banche. Ma se invece deciderà di navigare seguendo il modello dei precedenti governi Berlusconi e Monti il prezzo non lo pagherà solo con la sua immagine e con il fallimento del suo governo, ma anche con la tenuta sociale del Paese. E' arrivata al limite massimo: non reggerà oltre il prossimo autunno.

 

Pubblicato sul settimanale Gli Altri del 24 maggio 2013

   

Congresso Straordinario


Il congresso si aprirà venerdì 28 giugno, dalle ore 14.00 c/o Centro Congressi Roma Eventi – Piazza di Spagna (Via Alibert, 5)  e proseguirà nelle giornate del 29 e 30 giugno.

Le operazioni di voto si svolgeranno on-line dalle ore 8.00 alle ore 13.00 del 30 giugno p.v.

Clicca per maggiori informazioni

Entra

  • Registrati
    *
    *
    *
    *
    *
    Fields marked with an asterisk (*) are required.
    • News