Diario della crisi, un’Italia divisa

Mai come in questi giorni è stato evidente che non ci sta una sola Italia. Ce ne sono due. Sono due paesi diversi e lontani, che hanno perso ogni strumento di comunicazione tra loro. Che c’azzecca l’Italia del Bunga Bunga con quella della crisi, della disoccupazione del lavoro umiliato, ricattato, ridotto in servitù? Cosa hanno in comune l’Italia di Berlusconi e delle sue amichette, l’Italia delle buste piene di soldi, di Lele Mora ed Emilio Fede, di Ruby e Nicole Minetti, con l’Italia che abbiamo descritto da oltre un mese a questa parte nel nostro “Diario della crisi”, con l’Italia della disoccupazione, della cassa integrazione, della precarietà, di migliaia di artigiani e piccole imprese strozzate dalle banche dalla burocrazia? La risposta è semplice: niente. Non hanno in comune proprio niente queste due Italie. E se io mi chiedo quale rapporto c’è tra questo paese vero, quello che incontro tutti i giorni appena mi allontano dalla cittadella di cartapesta della politica, e il mondo che lo dovrebbe rappresentare, quello della politica, quello che ieri ha confermato la fiducia al ministro Bondi e in cui poco più di un mese fa onorevoli senza un briciolo d’onore, comprati e venduti al mercato come vacche, hanno confermato la fiducia a un presidente del consiglio di cui nemmeno Giuda si fiderebbe, la risposta è identica. Niente. Quei due mondi non hanno in comune più niente, e alla fine dei conti la sorgente della crisi morale, sociale e politica in cui questo paese sta annegando è tutta qui.Lasciamo perdere le questioni di rilevanza penale. Non è di quelle che sto parlando. Non è compito dei politici ma dei magistrati giudicare chi è ha commesso reati penalmente perseguibili e chi invece no. La colpa principale di tutti quelli che vivono nel paese del Bunga Bunga  non riguarda il codice penale ma l’etica della politica: sono colpevoli di non aver fatto neppure per un momento il loro dovere, di aver tradito quel popolo che dovevano rappresentare. La loro colpa è di essersi rinchiusi in un paese finto e pieno di privilegi, un paese dove gli affitti te li paga “papi” se lo fai divertire e le case ai ministri gliele regalano affaristi compiacenti, dove basta dare al caimano quello che vuole per guadagnare in una sera quello che a un lavoratore per guadagnarlo gli ci vuole un anno. La loro colpa è di aver passato gli ultimi anni a difendere i loro interessi, a proteggere il presidente del consiglio dall’obbligo di rispondere delle sue malefatte, a far assumere amici e parenti, a regalare ai clienti appalti miliardari sulla pelle dei terremotati invece di pensare al paese che avevano il dovere di governare.Senza bisogno di aspettare che la giustizia faccia il suo corso  e condanni chi si è reso colpevole di reati, i politici devono decidere, alla fine della fiera, con quale paese vogliono stare. Chi vuole restare nella cittadella della politica, dalla parte opposta rispetto all’Italia reale, si accomodi pure. Ma non è li che stiamo e staremo noi dell’Italia dei valori. A noi ci trovate e sempre più ci troverete tra quei cittadini e quei lavoratori la cui disperazione e le cui lotte abbiamo cercato di raccontare, io e il responsabile del lavoro dell’Idv Maurizio Zipponi, nel “Diario della Crisi”.Abbiamo trovato e troviamo anche risultati positivi, soluzioni e capacità di risposta alla crisi. Esempi che indicano la possibilità di farcela senza abbandonarsi alla depressione e alla solitudine. Ci troverete a fianco degli operai della Fiat, a manifestare perché chi lavora non deve mai più essere ricattato e costretto a svendere i suoi sacrosanti diritti pur di non finire in miseria. Ci troverete qui per ricordare a tutti quelli che a destra e a sinistra se lo sono scordato che questa Repubblica, per chi ancora crede nella Costituzione, è fondata sul lavoro.Non ci troverete mai fra quei politicanti cinici che un mese fa hanno confermato la fiducia a Berlusconi pur sapendo quale danno immenso stavano arrecando al loro paese e che ieri hanno fatto lo stesso con il ministro dell’incultura Bondi. Siamo e saremo invece con i ricercatori che la politica dell’incultura e la controriforma dell’università hanno messo in ginocchio e condannato a un’esistenza di incertezza e precarietà.Quei ricercatori sono la principale materia prima del nostro paese, dovrebbero e potrebbero essere la nostra risorsa numero uno. Nella sua sordità alle ragioni della cultura, della modernità, della giustizia, dei giovani e del lavoro questo governo è riuscito a fare un capolavoro: ha rubato il futuro e depredato dei frutti delle loro fatiche tanti giovani ricercatori, ha diffuso disperazione e rassegnazione fra i giovani, e in cambio ha impoverito il paese e lo ha defraudato della sua fonte di sviluppo: il sapere e la cultura, la formazione dei suoi giovani.Il confine di una politica che non serva solo ad accaparrarsi posti passa oggi per decidere da che parte si vuole stare. Non si può più dire che si sta dalla parte degli operai ricattati ma anche di chi li ricatta, a fianco dei ricercatori condannati alla precarietà ma anche di chi ha emesso quella condanna. Chi vuole iniziare a restituire alla politica la dignità che ha perso, deve saper avere il coraggio di scegliere.Su questo sito il nostro “Diario della crisi” finisce oggi. Nel paese continueremo a seguirlo e impegnarci ovunque sia necessario ogni giorno. Non è stato solo un viaggio di cronaca e di denuncia. E’ l’inizio di un percorso politico. E’ la pietra angolare del nostro programma. E’ il confine che chiama tutti a decidere da che parte stanno e che idea di paese hanno in mente. Le alleanze, i programmi, le candidature devono essere decise a partire da quelle scelte, non dalle alchimie incomprensibili e astratte di politici che sembrano sempre più scienziati pazzi. Altrimenti resteremo anche noi in quell’Italia di cartapesta in cui alla fine vincono sempre Berlusconi e quelli come lui. Nell’Italia del Bunga Bunga.