Da Brescia passa un bivio e il sindacato deve scegliere

zipponi1E’ la seconda volta in pochi giorni che Renzi viene a Brescia. Perché? In questa provincia industriale da tempo si è elaborato il lutto della crisi che sta distruggendo l’Italia dal 2007. Da tempo si è deciso di reagire senza l’intervento dello Stato e si sono formate multinazionali “tascabili” con una dimensione internazionale. Qui vi sono imprenditori che reggono 5 minuti la propaganda sulla abolizione dell’art.18,

e poi nelle loro aziende firmano accordi con la Fiom che nelle ultime elezioni dei rappresentanti sindacali, con il voto universale e segreto, passa dal 70% all’80% dei consensi.

Nella assemblea degli industriali, dal titolo “Creiamo lavoro”, Renzi è stato accolto da un dato: quattrocento milioni di investimenti e oltre 1000 assunzioni in un anno a sostegno di piani industriali innovativi e concordati con il sindacato.

A Brescia vi è il più alto numero di intese per superare la crisi con i contratti di solidarietà, che sono l’unico strumento per evitare la perdita di professionalità e competenze costruite negli anni.

In buona sostanza si è scatenato quello spirito animale che è stato il tratto caratteristico di questa classe imprenditoriale nella fase di ricostruzione del Paese negli anni 50 del secolo scorso.

Evidentemente hanno deciso che non vogliono scomparire, e invece di piangersi addosso reagiscono con tutte le risorse che hanno: dagli investimenti in innovazione, alla internazionalizzazione senza mai portare il cuore e la mente fuori dall’Italia, al cambiamento delle relazioni sindacali per rispondere alla velocità del mercato con la flessibilità.

Certo non rinunciano a rivendicare meno burocrazia, meno tasse, e una politica industriale a sostegno della manifattura di qualità: ma non stanno ad aspettare le risposte del governo.

In questo quadro sinora si è realizzato uno scambio esplicito, trasparente e vantaggioso sia per l’impresa che per il lavoratore: gli accordi prevedono che per fronteggiare la mutata situazione, l’uso degli impianti deve essere più flessibile, in modo che la produzione sia adeguata al mercato e ai suoi rapidi cambiamenti, senza però che questa flessibilità nella produzione aumenti la precarietà e con la garanzia di miglioramenti veri di stipendio a risultati raggiunti. Ora potrebbe esserci un cambio di passo degli imprenditori, visto il clima di generale antipatia verso i sindacalisti tranne che per Maurizio Landini, potrebbero cioè prendere la via breve di considerare quegli accordi un costo da eliminare e quindi farsi prendere da un furore ideologico rovinando la cultura della ricerca dell’accordo anche in presenza di un forte conflitto.

Questo rischio è accentuato dalla reale crisi di rappresentanza di Cgil-Cisl-Uil, dall’assenza di regole certificate sui tesserati e sui bilanci, dalla mancanza di regole democratiche universali per votare i delegati e validare gli accordi. Ma sopratutto per la mancanza di un progetto di cambiamento: che se ne fanno i lavoratori di oltre 160 contratti nazionali con tutte le deroghe previste? A che servono strutture sindacali pletoriche? Perché gli accordi non vengono sempre votati dai lavoratori interessati girando la piramide della burocrazia? Perché non esiste una piattaforma nazionale per il lavoro che allarga i diritti e discussa in tutti i luoghi di lavoro? Quali sono i settori strategici per il Paese da difendere e sviluppare? Domande che chiamano un immediato cambiamento del sindacato, pena la propria scomparsa, e delle forze politiche che ambiscono a rappresentare il mondo del lavoro. Per fortuna Maurizio Landini ha definitivamente escluso una sua scesa in campo politico con una ragione, che chi ha tanto pelo sullo stomaco anche a sinistra fa fatica a capire, e cioè che un lavoratore italiano che si fida e si affida ad un leader sindacale come Landini non capirebbe mai l’uso di rivendicazioni sindacali per fini politici personali. Ecco che a Brescia si sta costruendo un pezzo di futuro del paese, possiamo uscirne con uno scatto di civiltà e quindi della democrazia o con una svolta sociale drammatica a destra che a quel punto renderebbe inutile e superfluo anche Renzi e il suo Pd. A decidere quale delle due strade verrà imboccata sarà il nuovo patto per il lavoro tra impresa e lavoratori, si tratta di capire se con o senza il sindacato nazionale.

 

Maurizio Zipponi – Responsabile laboratorio IdV Lavoro