Sul Corriere di oggi, Ernesto Galli della Loggia ha scritto del mito europeo della politica nostrana, inteso come «pennacchio di ogni chiacchiera pubblica, il prezzemolo di tutte le minestrine dei Convegni Ambrosetti». Una sorta di paravento, insomma, per non affrontare tipici limiti nazionali: «l'antica tensione tra pluralità dei luoghi e dissolvimento localistico, l'abisso multiforme tra Nord e Sud, la perenne e generale scarsa educazione alla legalità e alle virtù civiche, la forza degli interessi, delle corporazioni e delle camarille».
Per lo storico, poi, noi non abbiamo un'idea di dove voglia andare il Paese: con la crisi del debito pubblico, è emersa la mancanza di «qualunque discorso sull'Italia».
Cadute le diverse sintesi dei partiti, chiamate «culture politiche del nostro Novecento», Galli della Loggia ha commentato: «Abbiamo provato come una noia, quasi un disgusto, per noi stessi e per una nostra storia che sembrava averci portato solo a Tangentopoli e al grigiore un po' torbido e inconcludente della stagione successiva».
Per l'editorialista del Corsera, nella Seconda Repubblica i partiti non hanno più dato proposte di vasto respiro: «l'origine della loro afasia degli ultimi anni, della loro perdita di senso e dunque di ascolto presso l'opinione pubblica, nasce per tanta parte dall'aver escluso dal loro orizzonte l'Italia e la sua vicenda, la sua realtà più intima». Il punto, allora, è quale sia questa «realtà più intima». Sembrerebbe il genio italico nel bene e nel male, interpretando il fondo di Galli della Loggia; il quale, citando Gramsci, ha chiesto ai partiti di tornare a incidere, a orientare la società.
A riguardo, posto che Galli della Loggia è un prestigioso intellettuale, vorrei appena articolare due punti.
Primo, magari l'autore ha sottovalutato il significato di Tangentopoli. Non mi riferisco solo agli effetti penali di Mani pulite. La cultura dell'illegalità è rimasta interna alla politica: la vecchia Repubblica ha posto le basi per legittimare sempre il palazzo; la nuova - si fa per dire - ha difeso i propri interessi imbrogliando le carte, mettendo certa mafia a legiferare dopo la «Trattativa» del '92 scoperta da Paolo Borsellino. Ne è nato un grande movimento politico, spontaneo od organizzato in forma di partito, unito dall'ideale della legalità, della giustizia, anche nel senso della Terza Età di Gioacchino da Fiore, e del rinnovamento della classe dirigente.
Secondo, può essere che Galli della Loggia abbia trascurato la trasformazione antropologica e quindi politica prodotta da Internet. Vero è che i partiti, per molte ragioni, non hanno più troppa presa sulla società. Ma è ancora più vero che la politica ha perduto fiducia in quanto pratica pubblica. L'errore italiano di oggi è che si è confusa la parte per il tutto: i condannati e gli immorali nelle istituzioni ci hanno portato a squalificare la politica come arte nobile, come luogo privilegiato per la risoluzione dei conflitti.
Se l'esperienza dei referendum ci ha insegnato qualcosa, la partecipazione, alimentata dalla rete, è la base di un discorso vivo e vero sull'Italia. Concreto, di cambiamento. Ed è in questa direzione che dobbiamo spingere.
L'attualità di Mani pulite (video)




