Bombe in mare, trovate le prove

Schermata 2015-02-17 alle 19.23.51 copiaLago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica si sono unite nel “Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche” (CNBAC) a partire dall’inizio del 2010. Viene eletto Presidente Alessandro Lelli.
«Il conflitto in Libia – scrive il Presidente – rilancia l’allarme sullo spettro delle armi chimiche, accumulate da Gheddafi in grande quantità. E’ indispensabile ricordare che si parla qui di seguito delle stesse armi chimiche che noi italiani abbiamo usato nelle guerre coloniali,le stesse che gli americani hanno usato in Vietnam e sono andati a cercare in Iraq con conseguente guerra contro Saddam,le stesse che sono partite dalla Siria e non si sa dove siano ora perché non se ne parla più. Ma ci sono ancora oggi molti comuni italiani che da almeno settant’anni sono vittime degli stessi veleni.

Dalla Tuscia alla Lombardia, dalle Marche alla Campania, dal Lazio alla Puglia, terreni, stabilimenti e discariche sottomarine continuano ad ospitare l’eredità del colossale arsenale di armi chimiche creato dal fascismo e nascosto da tutti i governi della Repubblica. Un gruppo di associazioni, comitati e movimenti ha deciso di riunirsi per chiedere che questa scia di morte venga spezzata, invocando che venga finalmente fatta chiarezza sui rischi di questa bomba ad orologeria sepolta nel mare e nel terreno del nostro paese. Nasce nel 2010, nella sede regionale di Legambiente Lazio, il “Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche” per il monitoraggio e la bonifica dei siti contaminati da ordigni bellici chimici inabissati o interrati durante e dopo il secondo conflitto mondiale .
Il Coordinamento è formato dai rappresentati di alcune realtà operanti nelle zone più colpite in Italia: Lago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica. Presto entreranno a far parte del coordinamento nuove realtà in rappresentanza di altre aree fortemente colpite in Lombardia, Piemonte, Lazio e Abruzzo.
Il problema di questi residuati bellici ha origini lontane ma effetti ancora attuali. L’arsenale chimico venne creato dal regime fascista all’inizio degli anni ‘30 ed è stato il cuore di un programma industriale di armamento colossale, con impianti per distillare gas letali come iprite, arsenico e fosgene in decine di fabbriche costruite dalla Puglia alla Lombardia.Durante la guerra a questa sterminata riserva di ordigni mortali, solo in minima parte usata nelle spedizioni coloniali di Libia ed Etiopia, si aggiunse una scorta mostruose di bombe chimiche trasferita in Italia dagli Alleati.
Alla fine del conflitto queste armi sono state nascoste e dimenticate, senza bonificare i siti dove si producevano o le discariche dove sono state sepolte. Una quantità colossale di ordigni è stata gettata in mare dagli americani davanti alle coste di Ischia e a quelle di Molfetta, dai tedeschi davanti a quella di Pesaro mentre l’esercito italiano ha continuato a custodire e sperimentare i gas letali nei boschi del Lago di Vico e persino nel centro di Roma, a pochi passi dalla Sapienza. Quelle armi sono state progettate per resistere nei decenni e mantengono ancora oggi i loro poteri velenosi, soprattutto l’arsenico che si è disperso nei suoli come dimostrano le analisi condotte dalle forze armate nella zona del Lago di Vico o gli esami degli organismi sanitari a Melegnano (Milano).
Questa realtà è stata svelata nel volume-inchiesta “Veleni di stato” del giornalista Gianluca Di Feo, pubblicato da Rizzoli nel 2009, che porta a conoscenza documenti inediti e secretati e dà voce a denunce inascoltate e testimonianze dirette. Grazie a questa pubblicazione, scrupolosa e mai smentita, molti comitati locali che avevano già iniziato un lavoro di ricerca e di denuncia sui danni ambientali e sulle conseguenze per la salute dei cittadini, hanno trovato la conferma a quanto sostenevano da tempo; ma soprattutto hanno preso coscienza del carattere nazionale di questo enorme problema, tuttora nascosto alla maggior parte delle persone, e hanno deciso di unirsi in unico Coordinamento Nazionale per rafforzare le azioni e le richieste di monitoraggio e bonifica portate avanti dalle singole realtà, tuttora eluse da laconiche risposte del Ministero

 

 

 

della Difesa che continua a negare informazioni e collaborazione. Dal 2010 ad oggi, durante 5 anni di attività, questa organizzazione ha sensibilizzato le amministrazioni locali, il Parlamento con moltissime interrogazioni parlamentari, ha inviato lettere ai Ministeri competenti, ha tenuto un convegno al Senato ed è stata ascoltata dalla Commissione Ambiente dello stesso Senato. Alcune realtà sono in fase di bonifica, altre invece aspettano ancora un primo monitoraggio. La battaglia del CNBAC va avanti tra mille difficoltà e pochissima, per non dire nessuna, sensibilità sull’argomento da parte delle autorità competenti così come in altri moltissimi casi di inquinamento ambientale che minano la salute dell’ecosistema e delle future generazioni.

Alessandro Lelli

Responsabile nazionale Laboratorio Economia